Si avverte un forte contrasto tra l’incedere solenne dell'inizio del racconto del vangelo di Luca, l'impero, il potere, la grandiosità di un esercizio di potere quale è il censimento, e quel subentrare di personaggi totalmente marginali; una famiglia che non trova posto in nessuna locanda e un bimbo avvolto in fasce in una mangiatoia, mentre dei pastori vegliavano nella notte. Solo una mangiatoia dove riporre il Bambino, una stalla che è generalmente spazio dei pastori, luogo delle bestie dei pastori, luogo dei poveri. Non c'è nessuna eccezionalità, i protagonisti sono dei semplici, sono dei poveri; un contrasto forte e carico di silenzio nel quale però giunge l'annuncio del natale del Signore. «Vi annuncio una grande gioia», è la parola che ricorre continuamente nella liturgia gioiosa di oggi e l'abbiamo ascoltata rivolta a dei pastori poveri; dunque, uno scenario molto umile e semplice, ma i poveri hanno sempre la libertà di intuire il senso di alcuni doni, sono poveri e non avendo il cuore occupato d'altro, sanno riconoscere anche nei gesti semplici, il segno del bussare di Dio nella vita.
Un segno che è il sentiero vero del natale cristiano, l'ingresso di un Dio che nell'umiltà, e non nell’esercizio di un potere, prende posto tra noi e si carica della fatica del vivere che è di tutti noi, si carica della fatica di una storia che ha tanti problemi, che ha tante insidie che l'attraversano, ma è questa la commovente famigliarità che Dio decide di avere con noi. Non una corsia privilegiata, ma un farsi accanto, un farsi simile, così che noi in questo modo, riconosciamo l'annuncio degli angeli fatto ai pastori, come un dono immensamente grande e vero perché non è solo un bimbo che nasce, ma è Dio che rimane, che mette la sua tenda tra noi come ci diceva il vangelo della notte.
E tra le immagini che la liturgia del Natale ci propone, il testo del profeta Isaia ci regala davvero qualcosa che dice l'estrema grandezza di ciò che accade. Il passaggio dall'umiliazione e il camminare nelle tenebre al vedere una grande luce, tra il giogo della schiavitù e l’inizio dell'esperienza di libertà; dunque un qualcosa che tocca il cuore, tocca la libertà delle persone, e il profeta ci dice il perché: «Perché un bambino è nato per noi, ci è dato un figlio», e l'annuncio è nella sua semplicità sconcertante. E il brano della Lettera agli Ebrei a commento della parola che il Natale ci riserva, ci dice: «Dio molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti». È vero, la parola dei profeti era stata una parola che aveva sostenuto la speranza anche nei momenti più difficili e tormentati del cammino del popolo di Dio, ma sembra dirci ora l'autore, non bastava più, ci voleva una parola definitiva, conclusiva, «in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Eccola la parola conclusiva, non andiamo a cercarla altrove, è questa, è il Signore Gesù, la sua presenza, il suo volto, il suo vangelo, il suo farsi carne ponendo tra noi la sua dimora. Il Signore che si presenta a noi come un bambino appena nato del quale non gli angeli, ma una ragazza inesperta e generosa si prende cura.
«Un bambino è nato per noi, ci è dato un figlio» ha affermato il profeta Isaia, «oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore», annuncia l’angelo del Signore. Non è poesia, è parola forte, è parola di gioia, è parola di fede. Dio mette la sua tenda tra noi come presenza continuativa e stabile, e sappiamo bene quanto questo significhi per il nostro cammino di uomini e donne. Lui è dentro questa vita, non ha percorso una strada differente; l’Incarnazione è dono e va vissuto in pienezza per segnare ogni giorno le nostre giornate ed avere nel cuore un senso di vicinanza e di famigliarità che sa accordare la pace anche quando siamo tribolati o anche quando ci sentissimo troppo distanti dal Signore.
Nazareth di Galilea, Betlemme in Giudea, nomi che a noi ora sono diventati famigliari, sono i nomi dei simboli più cari del natale, ma nella loro origine evocano luoghi piccini, insignificanti, totalmente disadorni. Da Nazareth e Betlemme i passi si muovono dentro questi due villaggi, perché il natale nasce così, nasce come esperienza povera, umile, esperienza totalmente feriale, e rimarrà tale sempre, rimarrà sigillo inconfondibile del profeta di Nazareth. Rimarrà come segno del suo volto mite e umile di cuore, il volto dei poveri, dei semplici, dei piccoli che si affidano a Dio e da Dio si lasciano condurre.
C'è dentro questo linguaggio tipico del natale qualcosa di profondamente bello, quasi un invito a non disdegnare mai la vita semplice di ogni giorno, gli spazi piccoli del vivere di ciascuno di noi, quelli non sono i luoghi dove si va a spegnere una speranza e una voglia di vivere, quelli sono i luoghi dove può crescere un affetto, un amore, un'apertura di cuore e di orizzonte, uno stupore difronte ai doni di Dio. Abbiamo tante ragioni per sentirci anche noi nel gruppo dei semplici e dei piccoli, perché c’è in noi il desiderio sincero di avvicinarci al Signore e di riconoscerlo come luce e riferimento della nostra vita così che il nostro sia un camminare nella luce e verso la luce. Sia davvero questo il nostro augurio di “Buon Natale”.

Prossimi appuntamenti

No events

Orari Celebrazioni

piazza

 Feriale tranne il venerdì in periodo di Quaresima
ore 18.00

Prefestivo
ore 18.00

Festivo
ore 11.00
ore 18.00

Sgalis

I Sgalis de Poasch e Sorighèe te cùnten su

Le origini del nostro territorio

cielo sole

Il Nocciolo

Scarica l'ultimo numero del bollettino parrocchiale

 

nocciolo whatsup

Il Nocciolo WhatsApp

Scopri come ricevere le notizie della nostra parrocchia su WhatsApp

agenda

Eventi

Tutti gli appuntamenti nella nostra parrocchia e non solo

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy