C’è come un salto nel tempo che a fatica ci fa orientare e mantenere il filo sottile che non ci faccia perdere il senso della celebrazione di ieri. Certo, fa grande tenerezza un bambino che nasce, e a maggior ragione questo Bambino, il Figlio di Dio che viene a salvarci. La cornice natalizia ci fa condividere la commozione di un giorno, l’incanto di un momento che riesce a spezzare la realtà di una storia che continua a dipanarsi e che rimane dura e difficile. Oggi, proprio immediatamente dopo l'annuncio del natale di Gesù tra noi, facciamo memoria di chi dà la propria vita, tanto crede in questo incarnarsi del Figlio di Dio, alla verità di Colui che ha posto la sua tenda tra noi. È un natale del tutto diverso quello che oggi ricordiamo, avvertiamo infatti parole insieme drammatiche e belle nelle letture che ci accompagnano in questa festa del martirio del diacono Stefano che si colloca subito dopo la gioia del Natale del Signore.  
Ed avvertiamo parole dense già a cominciare dal racconto degli Atti, dove in una pagina di forti contrasti, Luca ci aiuta a scorgere da una parte, la limpidità della testimonianza di Stefano, e dall’altra, le insidie e i raggiri, gli imbrogli che arrivano a formulare una accusa definitiva. C’è una enorme distanza tra la fedeltà al Signore che la parola di Stefano comunica e consegna, e la memoria sbiadita di coloro che lo stanno mettendo a morte perché pensano di avere forte dentro di loro il senso delle Scritture. È trasparente l'intento di Luca di narrare il martirio di Stefano, avendo sullo sfondo e soprattutto nel cuore, la morte di Gesù; le somiglianze sono tante a partire dal salmo che ci ha fatto pregare: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. La ricostruzione di Luca dice con evidenza, che il racconto della morte di Stefano prende senso solo se letto alla luce del racconto della morte di Gesù che dice: «Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
E c'è una ragione precisa perché Luca faccia così: ci dice che questo è il discepolo; quanto più è somigliante al Maestro, tanto più è discepolo, addirittura nel segno del martirio, della vita donata. Stefano è discepolo vero perché paga con la propria vita il riconoscersi e il radicarsi in Gesù Cristo fino a morire perdonando con le parole di Gesù, i suoi lapidatori. Del resto chi ha dentro una passione così grande che determina i passi della sua vita e delle sue scelte di libertà, è anche uno che sa vedere oltre. Ma anche quando la desolazione diventa incredibilmente vasta e devastante, può nascere il fiore limpido del discepolo di Gesù, di chi ama Gesù con tutto il cuore e ne percorre i passi, e il testo del vangelo ci conduce proprio lì.  
L'espressione che sta al centro del brano è davvero illuminante: «Un servo non è più grande del suo padrone, se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». Non possono esserci strade diverse, il discepolo ricalca le orme del proprio Maestro: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me»; e i fatti hanno sempre un linguaggio più forte delle parole. Un morire così, dice davvero quanto Gesù fosse Maestro per Stefano, e questo è il realismo della parola del vangelo.
Parole che costituiscono il sigillo definitivo del momento degli inizi del cammino della giovane chiesa. Davvero il martirio di Stefano sarebbe stato all'origine di tante altre testimonianze, di tante altre luminose consegne che ancora oggi, nella storia e nei cammini delle varie chiese, uomini e donne danno perché hanno creduto e credono a Gesù. E le parole di Stefano avrebbero poi fatto breccia nel cuore del giovane Saulo che era presente e che, dice Luca, approvava l'uccisione di Stefano. Convertitosi alla sequela di Cristo, Paolo al termine della sua vita resa nel sangue, ci ha regalato il testamento che abbiamo ascoltato nella seconda lettura. Il testo non è malinconico come sarebbe legittimo aspettarsi; anzi, Paolo è un uomo nella pace, è un uomo che riconosce che è giunto il momento di lasciare questa vita avendo la sicurezza di dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».  
L'uscita di scena è questa, con questa pace nel cuore, con questa intensa offerta di sé; Paolo ha una forza straordinaria, nel regalarci questo testamento spirituale; mostra una sorta di desiderio di un legame con il Signore Gesù che deve diventare definitivo e che non può più aspettare: «Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno».
Non c’è quindi contraddizione tra la celebrazione del Natale e il martirio di Stefano; perché non basta contemplare Gesù nel suo presepe, ma è necessario testimoniarlo con la propria vita. Ognuno di noi sa che se vuole seguire il Signore Gesù che oggi contempliamo nel presepe, dovrà fare delle scelte che potranno essere difficili: superare cioè lo scintillio delle luci e seguire il senso che da orientamento alla vita. E noi qui oggi, vogliamo chiedere al Signore di conservarci la fede e di donarci l’energia della testimonianza, perché la fede in Cristo non si riduca a un’idea o a un sentimento, ma si esprima come fatto visibile nella nostra esistenza come forza limpida del vangelo di Gesù che comincia ad abitare il cuore e la libertà di uomini e donne che vi credono. Solo così riusciamo ad intravedere il dono che il periodo natalizio ci fa, che è dono grande, che merita la meditazione attenta, la gratitudine sincera.

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