pecoreNell’Antico Testamento è Ezechiele a ricorrere all’immagine del gregge che è disperso sui monti dove c’è la nebbia e si sono perse di vista le pecore, ma il pastore le chiama e la voce del pastore raccoglie le pecore (cf Ez 34,11-16). Sorprendentemente le pecore non hanno bisogno degli occhi per sapere dove andare: si affidano alla voce del loro pastore. Gesù riprende questa metafora della voce del pastore, per affermare questo messaggio molto forte, e cioè che il vincolo tra Lui, il pastore, e le sue pecore, è un vincolo invincibile. Nessuna nebbia, nessuna caligine, nessuna oscurità, nessuna persecuzione che stia intorno, può compromettere questo vincolo: «Le mie pecore ascoltano la mia voce» (Gv 10,27), come a dire che se voi Giudei, ma anche noi donne e uomini di oggi, non mi ascoltate è perché non siete le mie pecore.
Dobbiamo quindi chiederci seriamente con serenità se anche noi facciamo parte del Suo gregge o ne restiamo fuori; se anche noi accogliamo il dono vero e prezioso che è la persona di Gesù verbo di Dio, il Vangelo voce del Pastore. Perché la comprensione della voce del Pastore dipende dalla nostra coscienza e dipende dalla nostra qualità delle scelte che in generale noi realizziamo. Se la nostra vita ha il sapore, la presunzione di chi sa già cosa e come fare, di chi sa come funzionano le cose, allora certamente non faremo parte del gregge che il Buon Pastore guida, e questo non perché il Signore non ci voglia, ma soltanto perché siamo noi a chiuderci alla Sua voce.


Per essere nel gregge guidato da Lui, dobbiamo avere un desiderio che provoca una ricerca sincera, ostinata e seria di Dio. Se uno mi cerca trova, dice Gesù, e a chi bussa sarà aperto, e a chi chiede sarà dato. È necessario essere disposti a sviluppare, coltivare dentro di noi questo atteggiamento di ricerca. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.» (Mt 5,6); non la giustizia che manca nel mondo, ma la giustizia che manca dentro di noi. È soltanto se abbiamo fame e sete di giustizia, che comprenderemo le sue parole, e le sue parole risuoneranno dentro di noi.
Il non ascolto ci porta alla solitudine, e sappiamo molto bene che si può essere soli anche nella fede che è necessariamente relazione. Si può parlare di Dio tutto il giorno, si può essere un bravo comunicatore, si possono avere delle intuizioni sulla Parola di Dio che incantano e affascinano, ma se poi non si è capaci di ascolto, tutto il nostro enunciare, rimane soltanto un monologo che avrà solo una direzione e che ci porterà a vivere la propria relazione da solo, da persona isolata, senza abitare l’incontro con l’Altro, cioè Gesù.
Ritagliamoci uno spazio per la preghiera e di ascolto per riuscire a dire “Signore parla tu; faccio spazio dentro di me, dentro la mia vita, dentro le mie relazioni, dentro i miei sentimenti, dentro le mie scelte, faccio spazio ad una Parola che è la Tua Parola”; e questa Parola confronteremo con la nostra libertà, con il nostro modo di vedere la vita, con il nostro modo di vedere il mondo.
Allora è bello ritrovarci oggi qui tutti insieme per ascoltare la Voce di chi ha Voce e sentire Gesù che ci dice: «Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.» (Gv 10, 29). Proviamo ad interiorizzare, a fare davvero nostra questa immagine, questa consegna, questo scambio che avviene tra il Padre e il Figlio, e come il Figlio che trasforma la nostra condizione, ci riconsegna al Padre. La parola di Gesù ci afferra, ci tiene stretto a Lui e ci riconsegna in quelle mani che ci aspettano, le mani di Dio. In fondo tutto questo che cosa significa? Significa semplicemente aprire il cuore a Lui, avere con Lui un rapporto intimo, un rapporto di conoscenza, un rapporto fatto di scambio, un rapporto fatto di vita vissuta.
È vero, la nostra può essere una vita piena di errori, una vita dove spesso si arranca; ma noi, proprio in virtù di questa relazione con Lui, prendiamo conoscenza che la nostra vita, la vita di ognuno di noi, dinnanzi agli occhi del Padre, è una vita preziosissima. Siamo chiamati a custodire un grande tesoro, e siamo invitati a verificare la qualità del nostro desiderio interiore e fornire o una risposta che ci renda consapevoli aspiranti ad essere accolti “nella casa del Padre”come ci invitava il Vangelo domenica scorsa; oppure a fornire una risposta che ci renda estranei dal gregge come coloro che trovano sempre nuovi argomenti per concludere che Lui, Gesù a loro non parla.
Chiediamo oggi nell’Eucaristia che celebriamo “Signore dacci occhi per guardare la realtà per quella che è, perché non vogliamo più soffermarci all’apparenza, ma vogliamo andare alla sostanza e in quella sostanza, incontrarTi ancora una volta, Tu che sei amore e non ci abbandoni mai”. Chiediamo anche con insistenza che non ci lasci senza annunciatori capaci di fare risonanza, capaci cioè di riprodurre in maniera comprensibile l’eco del Vangelo e che ci accompagnino nel nostro pezzo di storia che siamo chiamati a vivere. Domandiamo al Signore che rinnovi il dono del suo Spirito a tutti noi e ci renda capaci di ascolto, capaci di fare spazio dentro di noi, affinché noi, a nostra volta possiamo trovare posto dentro di Lui, nostro Pastore.

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