L'ulteriore testimonianza di Giovanni Battista, l'amico dello sposo, è al centro ed esprime con vigore ed efficacia, il messaggio complessivo di questa domenica che ancora indugia sul confronto tra le due alleanze. Giovanni è sulla soglia, è l'ultimo dei profeti; Giovanni apre la strada con tutta la sua vita, la testimonianza di tutti gli anni nel deserto, la sua predicazione il battesimo nel fiume Giordano. Giovanni rende testimonianza attraverso tutto il suo ministero, ma la sua testimonianza suprema la offre attraverso il suo martirio. Giovanni Battista come tutti i profeti è rifiutato. Il profeta che orienta l'attesa il desiderio al di là delle cose che si vedono, verso l'oltre, verso "Colui che deve venire, lo sposo", è ucciso, è fatto tacere, è rifiutato. Il popolo della prima alleanza, il popolo antico, infierisce fa tacere, perseguita.

 "Questo popolo si avvicina a me solo con la bocca, mi onora con le labbra, il cuore è lontano, e il culto che essi mi rendono, è un imparaticcio di precetti umani". È Dio stesso che parla per mezzo del profeta, lo abbiamo ascoltato nella prima lettura. Questo popolo! La sovrapposizione, la confusione fra il culto di Dio e l'identità nazionale, l'identità etnica (oggi si dice così), è molto profonda. È contro questa confusione che i profeti protestano "Avete trasformato il culto di Dio con un imparaticcio di cose umane", cioè: avete una religione imparata male, senza assimilazione, che è solo superficiale. "Per questo farò nuovi miracoli" dice ancora Dio attraverso la parola di Isaia. Quali dunque i nuovi miracoli? "Confonderò la lingua dei sapienti e spegnerò l'intelligenza degli intelligenti, e saranno i ciechi che vedranno e saranno i sordi che udranno"; vedranno e sentiranno, ossia saranno testimoni del Verbo di Dio fatto carne.

Il fatto che la religione diventi un imparaticcio di cose umane, è molto facile. Certo che la religione produce effetti, lascia il segno anche profondo sulla cultura di un popolo, ma il cristianesimo non è la cultura di un popolo. Il cristianesimo è oltre: "Non vi siete avvicinati ad uno spettacolo visibile" dice la Lettera agli Ebrei, "ma alla Gerusalemme celeste". E questo ci rimanda a verificare con le parole del vangelo, il nostro operato.

Perché, al testo molto polemico del profeta Isaia, corrisponde questa deludente, desolante conferma ad opera dei discepoli di Giovanni Battista. Giovanni ha radunato una comunità di discepoli, e questa comunità è già diventata una etnia, oso dire che fanno il tifo per il loro maestro. Non sappiamo esattamente la qualità della discussione nata tra il Giudeo e i discepoli del Battista, possiamo pensare che la discussione vertesse sul battesimo ad opera di Gesù, e tuttavia qui si manifesta il volto esteriore della religione.
Vi è una presa di posizione dei discepoli di Giovanni direi di stizza, tipica di chi è dentro un gruppo che ha un leader. I discepoli vanno in crisi. Capita anche oggi nei vari momenti, nei vari cammini anche individuali che il malumore accende in noi momenti di stizza. Sappiamo che i discepoli di Giovanni Battista vorrebbero resistere a questo passaggio del testimone, ma il vangelo ci testimonia come sia il Battista stesso che dice cosa il cielo ha dato a lui, e precisamente: "il compito di essere l'amico dello sposo". L'amico dello sposo non si sente offeso quando arriva lo sposo. "Ora la mia gioia è piena". Anche l'amico dello sposo deve ricevere ogni gioia da Gesù Signore.
Questa è l'immagine di Dio da raccontare al mondo di oggi. Dio amico dell'uomo, non un Dio concorrente come rischiamo di pensarlo, non un Dio padrone da placare. Un Dio che ci ha regalato il suo sangue per dirci il suo amore. Questa immagine va regalata subito a tutti gli uomini: un Dio sposo che ama l'umanità, che vuole camminare con ciascuno di noi, che ci chiama al perdono e colora i nostri passi con la speranza. Ad ogni uomo deve essere data la possibilità di potere sperare, di potersi sentire davvero "l'amico dello sposo", e di essere quindi colui che "é presente e l'ascolta".

Deve crescere Gesù, non deve crescere il profeta. Il rischio forte che corriamo ogni qualvolta che pensiamo solo a noi stessi al nostro arrivismo, è che la religione diventi solo un imparaticcio di cose umane e che si chiuda il riferimento allo Spirito, la sete per eccellenza. C'è un dire nel vangelo che parla a noi contro l'ergere a culto la nostra personalità; perché la legittimazione di luoghi comuni, che è sempre presente, fa sì che il messaggio vero autentico, si dissolva e non sia più Gesù il Maestro a crescere dentro di noi, ma che a crescere sia la nostra personalità, il nostro io. L'amico dello sposo - il ministro, ma anche ognuno di noi - è quello che dice "io devo diminuire, è Gesù che deve crescere in me".

Allora, proprio perché è il Signore Gesù che viene dall'alto e noi siamo della terra, chiediamo che lo Spirito del Risorto ci custodisca dal rischio di trasformare la religione in una cosa umana troppo umana; chiediamo l'aiuto a non soccombere affinché possiamo camminare sulla strada che, come dice il salmo "i suoi passi tracceranno".

I Domenica dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore
Is 29, 13-21; Sal 84, 8. 2a. 3a. 9-14; Eb 12, 18-25; Gv 3, 25-36

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