Domenica 30 aprile 2017

Il tempo pasquale è un tempo che ci è dato per rigustare con maggior calma senza fretta, il mistero che abbiamo appena celebrato. «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» ci dice l’evangelista, dunque la prima cosa che è bene ricordarci è proprio questa: noi abbiamo a che fare con il Figlio di Dio; con quel Dio invisibile diventato visibile; con quel mistero inaudito che si è fatto storia facendosi carne. Il Battista è l’uomo dei tempi della preparazione, ma di nuovo è protagonista nel tempo del compimento. È tuttavia un altro Giovanni, non è “la voce che grida nel deserto”, la voce che invita ad aprire una strada nel deserto, ma è il Giovanni Battista che indica il Messia presente nella storia: «L’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Gesù è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo perché lo prende su di sé. Non «i peccati», al plurale, ma «il peccato» al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte: in una parola, il disamore che è assenza di amore, incapacità di amare perché fatto di chiusure, di fratture, di vite spente. L’agnello è immagine molto concentrata e molto suggestiva della redenzione; dice infatti la Lettera agli Ebrei, “Entrò nel tempio eterno non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue». Mi sembra che qui il testo, abbia in sé un regalo, un invitarci alla partecipazione piena ad un dono dato così. Pensiamo a come – celebrando l’Eucaristia ogni domenica - possiamo avere comunione con la pasqua di Gesù, nella fede, nella preghiera, nutrendoci anche direttamente con il pane del cielo, che è Lui, che è il Signore. La purificazione nel Tempio nell’Antico Testamento avveniva mettendo i peccati del popolo sulla schiena di un capro che era poi sacrificato. Ecco Gesù come l’Agnello che prende su di sé il peso del peccato del mondo. Dunque Giovanni Battista come testimone di una presenza; e per capire questa figura di Giovanni testimone del Messia presente, è indispensabile capire lo Spirito “Io non lo conoscevo colui che doveva venire” dice Giovanni, “ma chi mi aveva inviato mi aveva detto «Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è lui». La liturgia di oggi porta la nostra attenzione sullo Spirito e la meditazione sullo Spirito è introdotta da questo racconto breve degli Atti degli Apostoli. Paolo arriva ad Efeso destinata a diventare una Chiesa importante nella missione di Paolo, e trova alcuni discepoli ai quali  manca qualcosa: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». Noi che abbiamo sentito parlare dello Spirito santo e cominciamo le nostre preghiere sempre con il segno della croce che indica la Trinità, conosciamo il nome dello Spirito santo, ma ne conosciamo la sua presenza, la sua voce nella nostra vita? Per essere cristiano bisogna rinascere dall’alto come dice Gesù a Nicodemo che non era un credente, ma un simpatizzante. La difficoltà di Nicodemo a rinascere è la difficoltà di tutti noi a pensare che possa davvero cominciare una cosa nuova nella nostra vita; una cosa nuova dall’alto, una cosa spirituale. Infatti Giovanni Battista, dopo aver indicato Gesù come Agnello di Dio, dice: “io non lo conoscevo ma ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”. Bisogna lungamente frequentare il deserto per riconoscere Gesù, bisogna frequentare lungamente Gesù per conoscere lo Spirito, che solo, concede di accedere alla verità del messaggio di Gesù. Dopo la Pasqua i discepoli, attraverso l’incontro con Gesù risorto, si resero conto che non avevano capito quasi niente. Avevano sì ascoltato tutte le sue parole, le sue parabole, avevano visto i suoi gesti, ma non avevano capito la verità del messaggio di Gesù. Alla verità del messaggio di Gesù, giungono soltanto dopo, illuminati dallo Spirito santo. Noi siamo battezzati alla nostra nascita, ma diventiamo cristiani soltanto dopo un tirocinio; un tirocinio che deve introdurci alla prospettiva nuova, la prospettiva dello Spirito santo. Non è una storia educativa cristiana che ci fa essere cristiano. Cristiano lo si diventa mediante lo Spirito, rinascendo dall’alto, rinascendo oggi dall’alto. La condizione cristiana, la fede cristiana, non è una cosa che si possegga per tradizione famigliare o per tradizione nazional; la fede cristiana è sempre una scelta che bisogna ripetere ogni giorno da capo: quella di ieri la si deve ri-esprimere oggi.

At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34

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