Può un evento efferato come la morte iniqua di una persona amata innescare un processo capace di generare speranza? E a quali condizioni questo è possibile?
La tragica vicenda della omicidio del commissario Luigi Calabresi nelle parole della vedova Gemma sembra dire che un miracolo come questo sia possibile. Intendiamoci è una meta che si raggiunge con un lungo e tortuoso cammino. Nel suo racconto si mescolano rabbia e speranza, desiderio di vendetta e misericordia: una miscela che sta ad indicare come l’esito di questo percorso non sia per nulla scontato. Quanto accaduto in quel mattino del 17 maggio 1972, ha lacerato per sempre la vita di Gemma aprendo una ferita profonda, una crepa, come lei stessa la definisce, dalla quale però, attraverso un itinerario insondabile come spesso sono i cammini di Dio, è trapelato un raggio della sua grazia.
“Spinta da una forza inspiegabile, subito dopo la morte di Gigi, mentre ero a pezzi, seduta sul divano, ho detto: diciamo un’Ave Maria per la famiglia del carnefice perché loro soffriranno molto di più di quanto stiamo soffrendo noi”.
Così la vedova del commissario racconta il primo passo di quel lungo percorso che l’ha portata a perdonare i sicari di suo marito. La luce della misericordia che è trapelata da quelle parole, venute da chissà dove e uscite dalla sua bocca, ha illuminato un sentiero fatto di fede e speranza che attraversa la porta stretta della croce e della conversione, portando questa donna a guardare i protagonisti di quei tragici fatti con occhi nuovi.



