VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO A
Gb 1,13-21; Sal 16; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10
Dobbiamo ammettere che la nostra fiducia in Dio si scontra con la visibile assurdità del dolore e della sofferenza che accompagnano i nostri singoli pezzetti di storia. È una questione difficile anche per la nostra fede il dover affrontare e vivere ciò che di negativo la vita mette davanti. Ci chiediamo che senso può avere per l’uomo entrare in situazioni di prova grande come quella descritta nella pagina del Libro di Giobbe. È domanda che rimane aperta e penso che si chiuderà solo quando Cristo avrà consegnato il regno al Padre (cfr. 15,24-28). La Bibbia è davvero il racconto della storia umana; presenta testi che toccano realmente la vita concreta di ciascuno di noi; indica i valori e gli atteggiamenti da affrontare con uno spirito che non uccida la speranza. La pagina odierna di Giobbe, altamente drammatica ed intensa per ciò che vi è espresso, ci dice che, anche se Giobbe è una figura letteraria, diviene un modello di quello che può vivere l’uomo, ogni uomo e ogni donna. Giobbe viene via via spogliato di tutte le sue certezze, dei suoi meriti, dei suoi risultati e addirittura sarà spogliato anche della sua idea di un Dio che distribuisce i suoi favori e le sue benedizioni a chi è buono e giusto e che invece castiga i malvagi. Tuttavia, Giobbe usa parole che non dicono rassegnazione e frustrazione, ma parole che aprono ad una dimensione nuova: «Nudo uscii dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò». Si pone in questo gesto che è penitenziale e allo stesso tempo di attesa e arriva a dire: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore». Il non dominabile fa sentire limitati, finiti mortali, e tuttavia, qualcosa di grande si apre: la relazione con Dio. Solo Dio ha capacità di parola in quei frangenti. Tutto il Libro di Giobbe ci dice che nel profondo della nostra piccola esistenza resa perennemente conflittuale con la sofferenza e il dolore, la relazione con Dio chiama alla speranza. La nostra fede si gioca lì; la fede non dice che la nostra vita non sarà intaccata dalla sofferenza; la fede dichiara a tutti che è possibile far fiorire il legno della nostra croce anche se è conficcato nella sofferenza che tende a soffocare fino alla morte. Giobbe passerà attraverso prove in cui il silenzio di Dio, la percezione della sua lontananza lo prostreranno ancora di più, ma saranno prove che aiuteranno ad alzare il grido a Dio per dichiarargli tutto il proprio dolore, e sarà grido che anticiperà un altro grido: quello di Gesù in croce (cfr. Mc 15,37) che nella sofferenza indicibile e non dominabile, si mette però con fiducia nelle mani del Padre (cfr Lc 23,46). Siamo chiamati ad attraversare così i nostri giorni; siamo invitati ad avere questa fede semplice e insieme forte che ci chiama a vivere la nostra vita con la generosità del servizio. Paolo che è incarcerato a causa del Vangelo, ha questa interiore libertà di dire che se anche soffre per il suo stato di uomo incatenato, tuttavia: «La parola di Dio non è incatenata».




