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SilvanoPetrosino2025“Un Filosofo? Cosa c’entra un filosofo con un quaresimale? E poi chissà come sarà complicato! Non si capirà niente!” Non so se questa obiezione può valere in generale, ma sicuramente non la si può riferire al prof. Silvano Petrosino. Con passaggi chiari e esempi accattivanti il prof. Petrosino ci ha accompagnato in un percorso per recuperare la serietà e la profondità del gesto del perdono.

la prima parte del suo intervento si è orientata a recuperare un orizzonte più vasto del solo perdono. Un orizzonte, poco praticato oggi nelle relazioni umane, che ha più a che fare con la pazienza e la tolleranza, rispetto al perdono. “Imparare a lasciar perdere” è l’invito del professore, definendo delle priorità nella propria vita e evitando che inezie diventino “affari di stato”. Esercizio tutt’altro che facile, ci ricorda il prof Petrosino, visto che noi difficilmente accettiamo di non avere l’ultima parola su tutto. Il filosofo fa risalire la ragione di questa ostinazione nel fatto che affermare le nostre ragioni significa affermare noi stessi. Vincere nella dialettica del discorso, significa costringere l’altro a soddisfare il nostro bisogno di riconoscimento. Tutti abbiamo bisogno di conferme e imporsi sull’altro lo forza a darcele.

Ecco il caso serio di questa dimensione delle relazioni umane, che ancora ha poco a che fare con il perdono. Noi abbiamo bisogno di conferme, le attendiamo, ma non possiamo pretenderle! Ecco il paradosso: ciò che ci è necessario, può esserci dato solo in dono! Come si abbasserebbe il grado di litigiosità se fossimo consapevoli di questo. L’incontro con l’altro può essere frustrante, perché non sempre soddisfa il nostro desiderio narcisistico di riconoscimento. Un'umanità matura e genuina conosce questa verità e impara a esercitare la pazienza come l’arte di sottrarsi al proprio narcisismo.

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GemmaCalabresiPuò un evento efferato come la morte iniqua di una persona amata innescare un processo capace di generare speranza? E a quali condizioni questo è possibile?

La tragica vicenda della omicidio del commissario Luigi Calabresi nelle parole della vedova Gemma sembra dire che un miracolo come questo sia possibile. Intendiamoci è una meta che si raggiunge con un lungo e tortuoso cammino. Nel suo racconto si mescolano rabbia e speranza, desiderio di vendetta e misericordia: una miscela che sta ad indicare come l’esito di questo percorso non sia per nulla scontato. Quanto accaduto in quel mattino del 17 maggio 1972, ha lacerato per sempre la vita di Gemma aprendo una ferita profonda, una crepa, come lei stessa la definisce, dalla quale però, attraverso un itinerario insondabile come spesso sono i cammini di Dio, è trapelato un raggio della sua grazia.

“Spinta da una forza inspiegabile, subito dopo la morte di Gigi, mentre ero a pezzi, seduta sul divano, ho detto: diciamo un’Ave Maria per la famiglia del carnefice perché loro soffriranno molto di più di quanto stiamo soffrendo noi”.

Così la vedova del commissario racconta il primo passo di quel lungo percorso che l’ha portata a perdonare i sicari di suo marito. La luce della misericordia che è trapelata da quelle parole, venute da chissà dove e uscite dalla sua bocca, ha illuminato un sentiero fatto di fede e speranza che attraversa la porta stretta della croce e della conversione, portando questa donna a guardare i protagonisti di quei tragici fatti con occhi nuovi.

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