Domenica 2 aprile 2017
Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
Domenica 2 aprile 2017
Domenica 26 marzo 2017
C’è continuità tematica che lega le due domeniche centrali di questo tempo di quaresima: quella trascorsa (Abramo) che dice come il rimanere nella Parola di Gesù è rimanere nella verità che rende liberi, e quella odierna (il cieco nato) che evidenzia la liberazione dalle tenebre della non conoscenza di Dio. Il brano di questa domenica è il seguito esatto dell’episodio di domenica scorsa nel quale il vangelo ci ha lasciato un po’ in sospeso nel riferirci di Gesù che sfugge alla lapidazione nascondendosi e uscendo dal tempio. Appena uscito, lo sguardo di Gesù incrocia il mendicante cieco dalla nascita, e nel vederlo gli apostoli subito gli pongono una questione: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Quest'uomo già solo, già tagliato fuori, diventa ancora più solitudine, diventa solo un caso su cui discutere. È un po’ come se ci si voglia difendere dal male che si vede prendendolo a carico solo con le parole. Gesù non ci sta, lo avvicina, e sceglie di dargli il dono della luce, la gioia della luce: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe». È invito che avviene sulla strada del nostro vivere, perché Gesù abita le strade dell'uomo, le strade della vita, le strade di tutti, e Gesù passa perché questa è la sua strada, non vive altrove. Il Signore abita così la storia e tutti noi abbiamo potuto sperimentare il suo incontro che ci dà pace e ci fa sentire conosciuti. Ma vi è anche chi, come i farisei di allora, non vogliano incontrare il Signore e si affatichino per salvarsi da questo miracolo, e per salvarsi da questo segno prodigioso, cercano di negare la verità. Sono coloro che pregiudizialmente in nome della legge che fa dire “non ha osservato il sabato”, rifiutano l’incontro con Gesù nella loro vita. La legge serve come una barriera per difendersi da Dio. I Farisei sono coloro che dicono di vedere e diventano ciechi, dirà il prosieguo di questa pagina, mentre il cieco dalla nascita ora ci vede. E tuttavia il suo vedere è dovuto non tanto al fango, ma all’acqua “dell’Inviato” che gli ha aperto gli occhi della fede fino a farlo prostrare davanti a Lui. C’è dunque ancora la necessità di uno svelamento che si mostra nella bellissima risposta di Gesù: «È colui che parla con te». Qui la relazione è concreta e si presenta, non viene imposta. Ancora una volta, come per tutto l’itinerario quaresimale compiuto e da compiere, la Parola che ci viene consegnata, continua a parlarci di fede. Non è dunque la guarigione degli occhi, per sé al miracolo l’evangelista Giovanni dedica due soli versetti (Gv 9,6-7); è soprattutto il cammino interiore che questo personaggio compie per giungere alla luce della fede, ad occupare quasi tutto il racconto (Gv 9,8-38). Si può comprendere dunque come sia improrogabile questo aspetto della vita cristiana. Una pagina che prende questa, prende davvero, come una luce che abbaglia, ce l'ha fatta intravvedere il racconto dell'esodo quando ci ha parlato di quel a tu per tu di Mosè con il mistero di Dio, e sembra augurarcela Paolo quando proprio nella parte finale del testo che abbiamo ascoltato dice: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria». È l'immagine di un cammino che avviene nel cuore delle persone e che trasforma, come quando si è totalmente nel buio ed entra la luce: è tutta un'altra cosa. La luce fa vedere, consente di vedere Lui, la luce è la luce, la luce è altra, il buio è definitivamente messo fuori.
Es 34,27-35,1; Salmo 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1 -38b