Prepariamo la Domenica

Domenica 2 aprile 2017

Tutta la Parola di questa quinta domenica di quaresima ci parla di Dio che è sempre dalla nostra parte, per condurci fuori dalla morte. Come avviene nella prima lettura: “Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino». (Es 14,15). Se leggiamo i versetti che precedono questo brano, ci accorgiamo che nel popolo d’Israele è presente l’esperienza della paura (Es 14,10-12), e come essa sia la radice della loro schiavitù. La libertà per il popolo d’Israele, comincia là dove la paura viene meno perché passano il Mar Rosso all’asciutto. La fede di Israele nasce all’alba, sull’altra sponda del mare: «Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e in Mosè suo servo» (Es 14,31). Tutto il mondo ebraico ha nell’Esodo ciò che per noi è la Pasqua di Gesù; come il popolo ebraico fece l’esperienza della libertà, così noi in Gesù siamo liberati dalla morte. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25). Siamo ormai alle porte della Settimana Autentica e ci accorgiamo come, in queste domeniche, la liturgia ci abbia preso per mano per condurci alla verità di quella notte, la notte delle notti: la veglia di Pasqua. Ed è un essere accompagnato che ha il sapore dell’amicizia, come amicizia era sicuramente la parola chiave che regnava a Betania. Betania è il villaggio della Giudea dove vivevano Marta, Maria e Lazzaro. La loro casa era luogo di accoglienza e di amicizia per Gesù. A Betania Gesù viene accolto nella casa di questi tre fratelli, ascoltato da Maria e servito da Marta. Nella casa di Betania Maria, e lo sentiremo domenica prossima, compie quel gesto d’amore nei confronti di Gesù, quello di profumare ed asciugare i suoi piedi, gesto che anticipa l’omaggio alla salma di Gesù. Il Vangelo di Giovanni dice che «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro» (Gv 11,5). Allora Betania che tradotto significa “casa del povero”, la possiamo ri-tradurre in “casa dell’amicizia”, perché in essa è sempre presente un legame di profonda amicizia, quell’amicizia che riempie il cuore, quell’amicizia che dà luce alla vita, quell’amicizia che non può essere negata neanche dalla morte. E tuttavia colpite dal lutto, Marta e Maria esprimono una speranza caduta: “Se tu fossi stato qui”. Gesù dice invece: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?»; ci crediamo noi? Perché spesso si sente dire: speriamo che sia vero, ma l’augurarci che sia vero non è la vera speranza, occorre proprio crederci. Crederci perché Colui che pronuncia quelle parole, di lì a pochi giorni, entrerà nella morte con scelta libera. Il racconto evangelico odierno si colloca nelle nostre tragedie, parla di noi, della nostra condizione mortale, e ogni sofferenza, ogni morte, solleva almeno due domande fondamentali: la prima chiede dove è Dio; la seconda chiede che sarà di me, della mia vita, del mio corpo. Domande che possono trovare risposta nella speranza; la speranza cristiana ci dice che siamo qui, siamo nel cammino. Alla semplice attesa del futuro delle sorelle di Lazzaro, Gesù contrappone l’attesa della salvezza: la Resurrezione è già vicina, non è necessario che Marta pensi al lontano futuro. Il Signore della vita ha il potere di dare la vita anche lì dove la morte abita non solo il nostro corpo, ma anche e soprattutto il nostro cuore. Siamo uomini e donne della speranza che vedono nel buio, vedono oltre, anche se nel mezzo ci sono le lacrime, c’è la lotta, ci sono le sconfitte. Soprattutto, siamo uomini e donne che sulla parola di Gesù, vedono la vittoria. È bello allora constatare come Gesù non si risparmi mai nel suo condividere il dolore per stare accanto. Ci sono alcuni passaggi nel testo del vangelo di Giovanni che sono davvero molto belli ed intensi; Gesù che scoppia in pianto e Gesù che turbato si commuove profondamente, perché la morte che ha portato grigiore e lutto nella casa che è amica, sembra davvero schiacciare anche Lui.

Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
 

Domenica 26 marzo 2017

C’è continuità tematica che lega le due domeniche centrali di questo tempo di quaresima: quella trascorsa (Abramo) che dice come il rimanere nella Parola di Gesù è rimanere nella verità che rende liberi, e quella odierna (il cieco nato) che evidenzia la liberazione dalle tenebre della non conoscenza di Dio. Il brano di questa domenica è il seguito esatto dell’episodio di domenica scorsa nel quale il vangelo ci ha lasciato un po’ in sospeso nel riferirci di Gesù che sfugge alla lapidazione nascondendosi e uscendo dal tempio. Appena uscito, lo sguardo di Gesù incrocia il mendicante cieco dalla nascita, e nel vederlo gli apostoli subito gli pongono una questione: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Quest'uomo già solo, già tagliato fuori, diventa ancora più solitudine, diventa solo un caso su cui discutere. È un po’ come se ci si voglia difendere dal male che si vede prendendolo a carico solo con le parole. Gesù non ci sta, lo avvicina, e sceglie di dargli il dono della luce, la gioia della luce: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe». È invito che avviene sulla strada del nostro vivere, perché Gesù abita le strade dell'uomo, le strade della vita, le strade di tutti, e Gesù passa perché questa è la sua strada, non vive altrove. Il Signore abita così la storia e tutti noi abbiamo potuto sperimentare il suo incontro che ci dà pace e ci fa sentire conosciuti. Ma vi è anche chi, come i farisei di allora, non vogliano incontrare il Signore e si affatichino per salvarsi da questo miracolo, e per salvarsi da questo segno prodigioso, cercano di negare la verità. Sono coloro che pregiudizialmente in nome della legge che fa dire “non ha osservato il sabato”, rifiutano l’incontro con Gesù nella loro vita. La legge serve come una barriera per difendersi da Dio. I Farisei sono coloro che dicono di vedere e diventano ciechi, dirà il prosieguo di questa pagina, mentre il cieco dalla nascita ora ci vede. E tuttavia il suo vedere è dovuto non tanto al fango, ma all’acqua “dell’Inviato” che gli ha aperto gli occhi della fede fino a farlo prostrare davanti a Lui. C’è dunque ancora la necessità di uno svelamento che si mostra nella bellissima risposta di Gesù: «È colui che parla con te». Qui la relazione è concreta e si presenta, non viene imposta. Ancora una volta, come per tutto l’itinerario quaresimale compiuto e da compiere, la Parola che ci viene consegnata, continua a parlarci di fede. Non è dunque la guarigione degli occhi, per sé al miracolo l’evangelista Giovanni dedica due soli versetti (Gv 9,6-7); è soprattutto il cammino interiore che questo personaggio compie per giungere alla luce della fede, ad occupare quasi tutto il racconto (Gv 9,8-38). Si può comprendere dunque come sia improrogabile questo aspetto della vita cristiana. Una pagina che prende questa, prende davvero, come una luce che abbaglia, ce l'ha fatta intravvedere il racconto dell'esodo quando ci ha parlato di quel a tu per tu di Mosè con il mistero di Dio, e sembra augurarcela Paolo quando proprio nella parte finale del testo che abbiamo ascoltato dice: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria». È l'immagine di un cammino che avviene nel cuore delle persone e che trasforma, come quando si è totalmente nel buio ed entra la luce: è tutta un'altra cosa. La luce fa vedere, consente di vedere Lui, la luce è la luce, la luce è altra, il buio è definitivamente messo fuori.

Es 34,27-35,1; Salmo 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1 -38b

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