Prepariamo la Domenica

Domenica 27 novembre 2016

Lo sguardo del profeta Isaia nella prima lettura potrebbe davvero accendere la domanda: accadrà davvero una cosa così grande? Tutto quello che viene detto sembrerebbe inim-maginabile: il ritorno ad una felicità, ad un benessere, soprattutto il ritorno come popolo, un popolo che si era smarrito e che aveva perso i suoi riferimenti più importanti. Colpisce infatti, che persino Giovanni, voce che ha detto fino all'ultimo che questa promessa ormai è alle porte, che colui che attendiamo è tra noi, che occorre preparare le strade, aprire il cuore, lui pure aveva bisogno di sentirsi rassicurato, e manda a chiedere: «Sei davvero tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?». È una pagina per tanti aspetti umanissima, che dice come la parola di Dio, creduta, amata, vissuta fino in fondo, convive dentro di noi con le nostre paure, con le nostre incertezze, soprattutto quando si tratta di futuro, di vita o di morte, e tutto ci sembrerebbe così difficile che accada, perché quello che si sperimenta ogni giorno non va in questa direzione in cui il profeta ci ha parlato. E la risposta che Gesù dà: «Andate a dire a Giovanni quello che vedete e che udite», ci porta oltre la nostra attesa. La promessa Dio la compie così, la compie in Gesù, facendoci dono di Gesù. Siamo nel cuore dell'avvento dove le parole diventano essenziali, fino a farci udire una parola che porta stupore, un preludio di qualcosa di grandioso e di bellissimo. La promessa veramente alimenta la speranza nei momenti più difficili del nostro cammi-no, che rimane costellato di desolazione e di infedeltà. Ecco il modo con cui il Signore si relaziona con ciascuno di noi; ci invita a riconoscerlo, ad accoglierlo, ad ospitarlo con il suo vangelo, invita a lasciarci segnare profondamente da un'attesa che adesso giunge al suo compimento: «Andate a dire a Giovanni quello che vedete e udite». Signore, siamo qui per udite e per vedere, e questo ci basta.

 

Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

Domenica 20 novembre 2016

Preparare la via al Signore, cioè vivere questo Tempo di Avvento, significa per noi togliere gli ostacoli che ritardano o impediscono il suo accesso al cuore dell’uomo. Il profeta Baruc ha parole cariche di luce e di speranza, che spronano nei tempi difficili della prova, della fatica, della dispersione come quelli vissuti dal popolo in esilio di allora, ma anche nei nostri tempi. “Che cosa dobbiamo fare?” è la domanda che le folle pongono al Battista ed è, in fondo, la domanda di ogni credente in ogni epoca della storia. Gli impegni morali che egli richiama, si riassumono in un semplice motto: giustizia e amore. La liturgia di questa domenica ci vuole dire che la parola del Signore entra in profondità nella vita, ispirandone i passi e le scelte di coloro che hanno accettato di fare deserto dentro di sé. Perché la parola di Dio scende sempre e cerca uomi¬ni e donne dove porre il suo ni¬do, gente semplice e vera, che voglia diventare «sillaba del Ver¬bo» (D.M. Turoldo). Perché nessuno è così piccolo o così peccatore, nes¬suno conta così poco da non po¬ter diventare esso stesso profeta del Signore: «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Anche in noi, proprio per essere gente semplice e vera, dobbiamo fare deserto affinché questa parola possa raddrizzare i sentieri ed abbassare i colli che, in fondo, è la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite. Un vangelo che scuote quello di questa domenica, ed è pagina povera dettaci da un povero, da una voce che grida nel deserto, ma le parole sono piene di una luminosità che viene da lontano, di Dio che va verso l’uomo, e questo è dono e grazia della seconda tappa del nostro avvento per il viaggio mai finito dell'uomo verso l'uomo, dell'uomo verso il suo cuore.

 

Bar 4,36-5,4; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

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