Prepariamo la Domenica

Domenica 19 Aprile 2015

Siamo nel pieno dell’ultima cena nella quale Gesù saluta gli apostoli, e siamo nel momento in cui gli apostoli si rendono conto, che è davvero l’ultima cena pasquale con il loro Maestro. Gesù sta vivendo la sua Pasqua che sarà il momento decisivo del suo incarnarsi. Il cuore dei discepoli si rattrista, si smarrisce, prova dolore, prova l’angoscia di non sapere che cosa sta per accadere, e Gesù apre uno squarcio sull’eternità. È una pagina stupenda perché ci dà proprio il senso della nostra vita: la Risurrezione di Gesù è, nei fatti, l’estensione della vita di ciascuno di noi. “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1) e “Nella casa del Padre vi sono molte dimore” (Gv 14,2). Sono parole bellissime, sono parole che ci fanno vedere come da sempre, Gesù Figlio di Dio ama totalmente; ama al punto tale da essere Lui, che è sul punto di morire, ad accorgersi della sofferenza e dell’angoscia dei suoi discepoli. Angoscia che è esperienza di tutti noi quando stiamo male e ci ripieghiamo su noi stessi aspettandoci che altri si accorgano della nostra sofferenza. Gesù ci consegna una visione su un orizzonte infinito che è davanti a noi, che tuttavia non cancella la nostra quotidianità, ma le dà il vero senso, il vero significato. È solo chi cammina in questa prospettiva che riesce a cogliere la bellezza, il sapore e anche il significato profondo di tutte quelle piccole realtà che giorno per giorno vive. Ecco allora l’altra parola del Vangelo: “Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1). Il cuore che non è turbato non è il cuore di chi non prova difficoltà; il cuore che non è turbato è il cuore di chi vive le cose di ogni giorno, ma le vive con speranza, le vive con certezza, le vive camminando sapendo che Dio c’è e non abbandona mai. È bellissima l’immagine del tornare a prenderci per portarci dove è Lui. Ecco il desiderio di Gesù manifestata in questa pagina del Vangelo: averci con sé, avere ciascuno di noi con Lui “nella casa del Padre”. In questo tempo pasquale proviamo a prendere queste parole che ci parlano non di morte, ma di vita che va oltre la morte, e lasciamole calare nel nostro cuore, nella nostra vita. Pensiamo agli apostoli che smarriti perché stanno perdendo Gesù, si sentono dire da Gesù queste parole. È vero, per comprendere queste parole dovranno ancora camminare tanto, ma quello che conta non è il capire, quello che conta è la consapevolezza che Dio ti ama, la certezza della solidità della Sua parola che è vera e non tradisce perché è Lui che l’ha pronunciata e l’ha vissuta fino alla fine.

Rif. Letture:

At 16, 22-34; Sal 97; Col 1, 24-29; Gv 14, 1-11a

Domenica 12 Aprile 2015

Ci siamo lasciati domenica scorsa dicendo che Pasqua è una festa difficile perché provoca intimamente la verità della nostra fede. A conferma di ciò, la prima icona del periodo pasquale che ci è presentata dalla liturgia, è Tommaso il quale sembra fare una brutta figura. I discepoli sono chiusi nel cenacolo e sono chiusi per paura. È la paura che li tiene imprigionati; hanno paura dei Giudei, forse hanno paura di fare la stessa fine del Maestro, hanno paura di quello che avverrà. D’altronde loro erano amici di un condannato a morte. È un immagine di Chiesa in difficoltà, timorosa impaurita e barricata. E tuttavia è continuamente scelta e custodita da Gesù che sempre compie il primo passo per riconsegnare il dono della Sua Pasqua. Anche se  le porte del tuo cuore sono chiuse, Lui viene e ti regala la pace; Lui arriva e ti dice “Pace”; non si presenta con il volto da rimprovero (poteva farlo), non si presenta con il volto da accusatore (poteva farlo), soffia lo Spirito il suo Spirito, e regala la misericordia.
Pace, dono dello Spirito e perdono, i primi segni potenti del dopo Pasqua, trovano però un assente: Tommaso. L’atteggiamento di Tommaso alla notizia dell’apparizione del Risorto, più che essere una protesta di verità, è una ricerca di verità. È come se dicesse, se l’avete visto voi, lo voglio vedere anche io; per dire che se il Risorto è venuto, io lo devo incontrare, lo devo vedere, devo metterci le mani; devo poter dire: “Mostrami le tue piaghe, fammi vedere che nelle tue mani e nel tuo costato, ci sono i segni dell’amore, fammi vedere che sei proprio il Crocifisso, mostrami la tua misericordia”. Tommaso è un cercatore di Dio e chiede un segno, non il segno di qualche miracolo ma il segno più bello, che il Signore prende subito in parola; Egli infatti  arriva e dice: “tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”, cioè fai esperienza dell’Amore; dell’Amore che buca la carne, di quell’Amore che va al di là del dolore e della morte.
Siamo invitati a credere nel Signore Gesù risorto, e dobbiamo forse recuperare il senso dell’annuncio che è venuto un po’ a mancare. La Chiesa non custodisce qualcosa ma lo condivide, lo proclama: Gesù è il Signore (cf At 4,10-12). Affidiamo la nostra vita all’amore di Dio; il Vangelo è il dono stupendo della vita di Dio che ci viene donata in Cristo Gesù, ed è stato scritto perché possiamo credere che Gesù è il Cristo, è il Messia, l’Inviato di Dio e credendo possiamo avere la vita eterna. Questo è il regalo di Dio, accogliamolo con gioia, con semplicità.

Rif. Letture:

At 4,8-24a; Sal 117; Col 2, 8-15; Gv 20,19-31

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy