Seconda Domenica dopo Pasqua – Anno B
At 4,8-24a; Sal 117; Col 2, 8-15; Gv 20,19-31
«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome». Non possono essere scritti tutti i segni compiuti da Gesù, e soprattutto non bisogna andare all’infinito alla ricerca di altri segni anche se per credere in Gesù è indispensabile passare attraverso i segni. Il discorso che riferisce il libro degli Atti degli Apostoli che oggi è alla nostra attenzione, parte proprio da un segno: Pietro ha guarito un paralitico che chiedeva l’elemosina alla porta del Tempio e il poveretto è entrato «camminando, saltando e lodando Dio» nel Tempio con grande stupore di tutti (At 3,8). È appunto da questo segno che Pietro e Giovanni annunciano il mistero della resurrezione di Gesù. Gesù è risorto e non lo si può più vedere, ma i segni aiutano a credere in Lui; essi non obbligano alla fede, ma dispongono lo spazio affinché la fede sia possibile. La fede è un movimento dovuto ad una decisione che può essere sollecitata dai segni compiuti da Gesù o dai discepoli. Del resto, se ci soffermiamo sull’aspetto del vivere quotidiano, sappiamo che c’è sempre un livello più immediato che è quello che tutti vedono, la realtà che colpisce e che non richiede adesione perché è lì presente; ma c’è anche e soprattutto, un livello più profondo che sappiamo essere quello che muove, che spinge tante nostre esperienze e reazioni a tutti i livelli. Per poter cogliere quello che ci accade e comprendere gli eventi della nostra vita nella loro integrità, è bene tenerne conto. È quello che viene manifestato nell’episodio del Vangelo. «Venne Gesù, stette in mezzo», li raggiunge nella paura per far ripartire la loro storia che sembrava conclusa o confinata in un binario morto, ma non è però detto che viene riconosciuto subito; solo dopo che Gesù ha detto «Pace a voi!» e mostrato loro le mani e il fianco, i discepoli gioiscono al vedere il Signore. C’è tutta una storia alle spalle, un mondo ricco e complesso che riguarda queste persone per le quali il motivo fondamentale del vivere, è il loro amato. Non riescono a vivere a pieno neanche le loro sofferenze o le loro gioie senza il riferimento a Lui, a Gesù. La loro energia, la loro forza, il loro pensiero è là in Gesù, come è là il loro vivere. La loro esistenza è racchiusa all’interno di una grande storia di amore, che adesso pensano interrotta e forse conclusa.
Anche noi non saremmo in grado di apprezzare in profondità i misteri che abbiamo celebrato nella Pasqua, se credessimo interrotta quell’esperienza che ha accompagnato tratti della nostra vita. La potente storia d’amore di Dio con la propria creatura diventa allora il criterio fondamentale per interpretare l’avvenimento ricordato dal Vangelo di oggi. «Pace a voi!» è lo stile di Dio, il suo modo di rispondere al tradimento e al peccato dell’uomo. La pace che per noi è completamente gratuita, per Gesù ha il prezzo della croce. Gesù non nasconde nulla, ha un cuore di carne ed è un cuore ferito e lo manifesta pienamente, totalmente e definitivamente agli uomini. Per riconoscere il Signore, è necessario che quei segni mostrati portino la memoria degli Apostoli a quella storia d’amore ritenuta da tutti conclusa sul Golgota. Tutti vengono condotti a quella storia d’amore. Tommaso però era assente alla prima venuta del Signore, per questo egli parla con parole che sembrano di rifiuto: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». L’annuncio: «Abbiamo visto il Signore!», non riesce a dirgli niente perché Tommaso rivuole Lui, Gesù, rivuole per sé Colui che lo ha amato così.
Rivuole Colui che gli ha fatto vivere e provare ciò che nessun altro è riuscito a fargli sperimentare. Sì è vero, c’è l’emozione, si avverte il brivido di aspettarsi qualcosa di straordinario, ma poi? È l’amore che guida, è l’amore che muove, è l’amore che porta a riconoscere e a credere. Una fede che non è sostenuta, che non è guidata al riconoscere l’amore, sarà sempre una fede povera. La fede con la quale abbiamo celebrato le giornate del Triduo pasquale è vera solo se riuscirà a ritrovare quell’amore racchiuso dal mistero della morte e risurrezione di Cristo. Ma nel brano del Vangelo è presente anche un altro aspetto che è bello non trascurare. Tommaso è debole, è fragile, lo dice anche Gesù: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», e tuttavia nonostante la sua fragilità fa la professione di fede più bella di tutta la Bibbia: «Mio Signore e mio Dio!». Quel mio non indica il possesso, indica piuttosto un percorso nuovo, un cambiamento di vita reso possibile dal Risorto. È come dire che la mia vita non potrà più essere come prima perché ho fatto mio Gesù che mi aiuta a cambiare radicalmente la mia vita. Per questo Tommaso non avverte più il bisogno di mettere il dito nelle ferite una volta che ha ritrovato Colui che l’aveva amato, non ha più l’esigenza di verificare ciò che la sua ragione chiedeva. Tommaso nella sua totale debolezza si è sentito amato da Gesù che è tornato per lui ed è ritornato per dirgli che lui, Tommaso (ma qui ognuno di noi può leggere il proprio nome), è importante anche se è persona estremamente fragile. È però fragilità amata che sarà capace poi di produrre le testimonianze più belle. Dobbiamo chiederci quante occasioni sprechiamo solo perché ci chiudiamo in noi stessi nelle nostre permalosità, nelle nostre preclusioni, nelle nostre rigidità che non ci permettono di andare incontro alle fragilità del nostro fratello così da permettergli di esprimere la parte più bella di sé. Il fragile Tommaso ha fatto la professione di fede più bella di quelli che erano più forti di lui e lo ha potuto fare perché si è sentito cercato e amato. Ma quelle piaghe cercano ancora, vanno in cerca di ciascuno di noi spersi in terreni brutti e sporchi della storia; quelle piaghe ci cercano nelle paure e nelle viltà, nelle angosce e nelle tristezze che appaiono senza scampo; quelle piaghe ci cercano per presentarsi alle nostre incredulità. E questo genera stupore che poi è anticipo di quello che avremo nel cuore per l’eternità in paradiso. Viene il momento in cui non si può più dipendere o far dipendere la vita da quello che gli occhi vedono, dobbiamo saltare oltre le apparenze che occhi non riescono a saziare, per questo il tempo pasquale ha al proprio interno due verbi caratteristici che sono contemplare e attingere. Contemplare vuol dire avere gli occhi fissi su questo cuore aperto. Il resto è distrazione, superficie, curiosità. Nel suo costato trafitto è presente tutto; è presente l’uomo con la sua capacità di ferire, di torturare, ma quel costato è Dio con l’immensità del suo amore. Attingere ci dice che lì in quel costato trafitto, c’è la fonte. È aperta, è inesauribile, si attinge lo Spirito Santo, si attinge la misericordia che ha il volto di Gesù crocifisso e risorto e sempre lì si attinge il colore della Pasqua che illumina tutte le situazioni della vita umana, anche le nostre: «Pace a voi».












