IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO B
At 20,7-12; Sal 29; 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30
Domenica del Buon Pastore o meglio del Bel Pastore. È immagine celebrata dall’iconografia so-prattutto nei primi secoli della storia della Chiesa, immagine che ha contribuito a fissare in mo-do visibile la figura di Cristo buon pastore. Fra le tante immagini presenti nella storia dell’arte, il mosaico che si trova nel mausoleo di Galla Placidia in Ravenna accanto alla basilica di san Vitale - cattedrale dei mosaici - è sicuramente molto efficace. Ci mostra, nella tenerezza dei tratti, quanto il Vangelo di questa domenica ci va rappresentando: Cristo pastore che si intrattiene con le pecore che dimostra di conoscere molto bene. In quell’immagine emerge tutta la sensibilità della relazione; si può osservare descritta anche la tenerezza di quel rapporto nel tocco di una carezza. Sono immagini che servivano alla gente povera ed illetterata di poter conoscere alcuni passaggi della Bibbia, ma sono immagini che servono ancora oggi come rimando immediato e diretto all’amore che Dio ha nei confronti di tutti in Cristo Gesù. La figura del pastore e delle pe-core non è più così pressante nella nostra cultura; anzi, dire oggi che i pastori conoscono ogni pecora individualmente anche per nome, è davvero difficile per l’alto numero di bestiame pos-seduto. Ai tempi di Gesù, un pastore non possedeva greggi numerose, il gregge posseduto era piccolo perciò il pastore poteva conoscere ogni pecora individualmente. Questo è un po’ l’aspetto da cui prende le mosse il discorso di Gesù. Dopo aver detto di essere la porta delle pe-core, che ci sono dei ladri, dei lupi e dei mercenari che predano e abbandonano le pecore e che Lui dà la sua vita per poi riprenderla, dopo tutto questo, conclude il suo discorso con questi tre versetti che la liturgia oggi ci pone davanti. La relazione pastore e pecora di cui Gesù ci parla, ha i tratti caratteristici che sono quelli più belli «Le mie pecore ascoltano la mia voce». Potremmo anche fermarci qui su queste parole per riflettere un po’ sulla qualità dell’ascoltare che è un’arte essenziale per la relazione. Ascoltare non significa semplicemente udire, ma avere quell’interiore attenzione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro. Colui che non riesce ad ascoltare così probabilmente non sa neanche dialogare; potrà magari fare dei bellissimi monologhi, ma se non entra nello stile dell’ascolto, rischia di rimanere persona isolata e tagliata fuori. Oggi, se ci pen-siamo bene, sovente capita che appena qualcuno ci parla, siamo portati subito a ribattere senza fermarci a pensare cosa dobbiamo veramente dire a quella persona, così facendo però l’altro rimane lontano. Si intravede solitudine in tutto questo, e questo può essere vero anche per la nostra fede. Si può essere soli anche se si è bravi comunicatori nel riuscire, parlando di Dio, ad esprimere passaggi che incantano e che affascinano, ma se non siamo capaci di ascolto, cioè non tratteniamo in noi quella Parola, saremo uomini e donne che vivono la propria relazione da per-sone isolate proprio perché sprovvisti della stessa musica di Dio che genera rapporto. Allora ogni giorno quando ci ritagliamo uno spazio per la preghiera, chiediamo l’aiuto di riuscire a far spazio dentro di noi alla Parola che si rifletterà nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nei nostri sentimenti aiutando le nostre scelte. Fare spazio alla Parola del Signore infatti, chiede sempre il fare i conti con la nostra libertà, con il nostro modo di vedere la vita, con il nostro modo di ve-dere la relazione con l’altro. Ascoltare la voce del Pastore è esperienza che sicuramente ciascuno di noi deve poter fare per poter entrare in rapporto con Lui e con l’altro, perché solo avendo ca-pacità di ascolto, riusciamo a fare spazio all’altro.
Gesù identificandosi come il Buon Pastore, ci parla del rapporto molto personale e intimo che ha con noi; non si descrive come un custode che obbliga a fare questo o quello, quanto piutto-sto come il pastore che cammina davanti alle sue pecore che lo seguono. Ciò che permette que-sto è la conoscenza reciproca e l'ascolto della voce. Si ascolta una parola e questa parola muove il cuore, commuove, fa muovere, e qualche volta questa commozione si esprime anche con gli occhi umidi perché è voce che entra, è voce che trova spazio, è voce che crea relazione; nasce qui la fede, perché la fede è corrispondenza non un monologo. Non siamo soli, non possiamo di-re “la mia fede è solo mia”, no! La mia fede sarà vera proprio nel momento in cui riesco a condi-videre con Lui il mio cuore così da essere presenti nel cuore del Signore con tutto il nostro vissu-to e il nostro presente. E poi la frase di Gesù che dice: «ed esse mi seguono». È voce libera, è vo-ce altra, è voce che non obbliga, che ha sempre il sapore dell’invito. Nel rumore della vita frene-tica, rispondere a questo invito non è sempre facile, perché spesso ci troviamo di fronte a diffi-coltà, dubbi, sofferenze. Ma per superare queste difficoltà, Gesù ci dice, parlando di sé come pa-store: «Io le conosco». Il sapersi conosciuti dal Signore fa cambiare il clima spirituale nel rappor-to con il Signore. È difficile riuscire ad appassionarsi di una cosa anonima e incolore che non ha spessore, che non ha intensità. Qui c’è intensità, c’è spessore; domenica scorsa Gesù ci aveva detto «vado a prepararvi un posto» e «vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv14,3); oggi ci dice che «nessuno me le strapperà dalle mani» perché è «il Padre mio che me le ha date». Questa è immagine folgorante, che da una parte dice l’intensità della relazione che Lui il buon Pastore ha nei nostri confronti, e dall’altra è coinvolgente perché quella relazione ci dice che nessuno di noi, per Lui, è anonimo, senza volto e senza nome, e nessuno di noi può ritenersi così tanto misero da non essere strappato o salvato dall’abbandono. Ognuno di noi ha la dignità di essere amato e cercato dal Signore Gesù. Il Vangelo è breve, soltanto tre versetti, ma sono ricchi di tanta verità. Oggi riascoltando queste parole alla luce della Pasqua di Gesù, siamo ancora più consapevoli che coloro che si appellano a Lui, non saranno abbandonati. Già il profeta Isaia ce lo diceva: «Non soffriranno né fame né sete e non li colpirà né l'arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti di acqua» (Is 49,10). Il nostro nome, la nostra vita, sono scritti nel Suo cuore e se ascoltiamo e aderiamo a Lui Buon Pastore, anche noi saremo al sicuro perché ognuno di noi ha la dignità di essere amato e cercato dal Si-gnore Gesù. È lì il passaggio, ed è un passaggio che nasce da una visione che è oltre la nostra vi-sione e che supera ogni confine perché è Amore che ci dà il coraggio di cambiarci la vita.












