VII Domenica di Pentecoste – Anno B
Gs 10, 6-15; Sal 19 (20); Rm 8, 31b-39; Gv 16, 33 – 17, 3
Ci sentiamo condotti in momenti e situazioni molto diverse da questi tre testi che la liturgia oggi ci pone davanti. All’interno di ciascuno di essi è possibile per noi trovare una parola che illumina, che scalda il cuore, che dà forza e lasci intravvedere i passi più preziosi da realizzare. La prima pagina vede una situazione di grave lotta, anzi, addirittura di guerra. Se fossimo vicini a situazioni così, ciò che percepiremmo immediatamente sarebbe proprio il senso di totale impotenza. Del resto, la storia lo va dicendo quasi ogni giorno; non è, quella illustrata dal testo del Libro di Giosuè, una situazione rimasta ancorata al libro stesso, ma è situazione che attraversa continuamente e purtroppo la vita di popoli, di nazioni, di etnie, di culture, di religioni. Anche in una situazione così però, la Scrittura e in genere tutta la Tradizione di preghiera della Chiesa, regala una possibilità in cui anche da poveri quali siamo, ci accorgiamo di poter entrare in drammi come questi mediante l’invocazione al Signore. Del resto, la Liturgia delle ore che scandisce la preghiera di ogni giornata comincia proprio con l’invocazione: “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto”. Quante volte le preghiere dei salmi non solo ci raggiungono, ma poi ci escono dal cuore come parole vere che dicono l’impotenza grande e sofferta di chi non riesce assolutamente a fare qualcosa, e tuttavia si affida e affida al Signore la sorte di chi è in un pericolo così grave. E il Vangelo ci porta nella cosiddetta sezione dei discorsi di addio. È il congedo di Gesù che anticipa la sua Passione e morte; è un momento intenso ma insieme estremamente sofferto perché è vigilia di qualcosa di incredibile, di inaudito che abiterà per sempre il cuore dei Discepoli. Ognuna delle parole di Gesù ha il sapore di un testamento; una consegna che afferma che, se anche è grave il momento che Lui sta vivendo, tuttavia ha la passione e la forza di dirci: «abbiate pace in me». Non è facile vivere la verità di queste parole quando si abita una situazione difficile e sofferta che non fa intravvedere immediatamente lo sbocco, il realizzarsi di una soluzione che sbrogli le fatiche e le sofferenze. Le parole che Gesù dice vanno oltre questo momento, sono una promessa che aiuta a superare le nostre difficoltà e allora si acquista anche la capacità di attendere, la capacità di aspettare, la capacità di invocare. E che cosa sorregge questa capacità? La promessa di Gesù: «io ho vinto il mondo» e ancora, «abbiate pace in me» che genera Speranza. A questo riguardo va osservato che mentre i non credenti nella sofferenza tendono a scoraggiarsi e a disperarsi, i cristiani, proprio attraverso di essa, maturano nella forza, e questa forza – commenta Paolo – ci apre alla speranza (cfr. Rom 5,2-5). È la promessa di Dio, è la promessa di Gesù e Gesù non fa promesse che poi lascia lì; le promesse le consegna e poi via via, aiuta affinché si realizzino. Le difficoltà, i problemi, le situazioni di fatica non potremo mai vederle tutte risolte, ma sostiene sapere che la promessa del Signore è nel cuore della storia che stiamo vivendo perché ci dice: «abbiate pace in me». Vuole dire riuscire a vivere interiormente una condizione di fiducia anche quando in superficie ci sono onde e burrasche, eventi che sradicano di tutto, ma dentro si ha consolidato il punto fermo che avvertiamo sostenerci e sorreggerci. Questa è la parola splendida di Gesù che, in momenti drammatici per Lui, dice ai suoi discepoli che stavano perdendo il loro Maestro. È modo vero, grande e bello di vivere la fede; esprime confidenza e fiducia.
E poi il bellissimo testo di Paolo che lascio in fondo affinché diventi per tutti canto da far risiedere nel nostro cuore come bagaglio preziosissimo da non perdere mai. È in piena avventura missionaria Paolo quando scrive queste parole ai fratelli di Roma. Vive una situazione di grande travaglio per il servizio al Vangelo e lo fa facendosi pellegrino di popolo in popolo, di comunità in comunità. Questa era la situazione e l’esperienza dell’Apostolo. Ma quale è la risorsa che sostiene quando si è dentro una fatica reale che è quotidiana, quando si coglie come la Parola amata profondamente, guadagna solo pochi centimetri nel cuore delle persone che l’ascoltano? Ci si potrebbe arenare perché ci si trova di fronte ad una sproporzione enorme e quel poco che siamo in grado di fare dice la distanza nel cuore degli uomini dal Vangelo di Gesù Cristo. Paolo allora a cosa attinge? Attinge ad una certezza e la certezza la chiama per nome: l’amore di Cristo per noi. Questo passaggio della Lettera ai Romani, forse uno dei punti più alti del Nuovo Testamento, contiene la promessa, o meglio, riformula la promessa dell’impegno di Dio nei nostri confronti. Aiuta a situare tutto quello che ci succede e a mettere tutta la nostra vita in una prospettiva completamente diversa, senza soccombere alla tentazione di cedere. Paolo usa parole splendide: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati». Siamo dunque più che vincitori non grazie a noi, non grazie alla nostra forza, non grazie alla nostra fedeltà, non grazie al nostro amore, ma grazie a Colui che ci ha amati. L’amore del Signore non è un amore vago, non è un sentimento che resta inefficace; è amore che ha assunto un connotato storico preciso in un volto e questo è il volto di Cristo. Nel piccolo brano, Paolo racconta una esperienza, un vissuto reale che gli è costato molto, ma adesso non riesce a tenerlo nascosto ai suoi fratelli nella fede. Continua dicendo: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore». Ci accorgiamo che la testimonianza di Paolo può diventare realmente il sentiero per ciascuno di noi; forse nella vita lo è già diventato o forse oggi stesso lo invochiamo come prima volta affinché anche a noi sia data in dono, la grazia dal Signore. «Chi ci separerà dall’amore di Cristo» è convinzione che dice come non ci sia forza esterna che riesca a rompere una libertà come questa, la libertà che Cristo ha di amare noi, ma anche la nostra libertà di restituire amore a Cristo. Paolo è vero credente che ha nel cuore una certezza formidabile e tutto ciò che passa nel cuore, nella sua interiorità più profonda, avrà la forza di reggere alle difficoltà che provengono dall’esterno. Sono parole quelle della liturgia di questa domenica, che danno risposte vere ai nostri perché e per questo sarebbe bello che diventassero invocazioni da offrire al Signore oggi. Regalaci Signore certezze come queste, tenacia come queste, confidenza umile e gioiosa come solo la Tua parola riesce a dare.












