VIII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
Gdc 2, 6-17; Sal 105; 1 Ts 2, 1-2. 4-12; Mc 10, 35-45
È lungo il viaggio verso Gerusalemme, e in quel viaggio l’evangelista Marco coglie e riporta un brano di conversazione tra i due fratelli figli di Zebedeo - Giacomo e Giovanni - e Gesù. Le frasi sono sorprendenti: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Gesù chiede loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?», e i due fratelli rispondono: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». La meraviglia è grande perché i due discepoli, al pari degli altri dieci, hanno trascorso quasi tre anni in compagnia di Gesù, in più loro sono stati testimoni di miracoli portentosi quali la resurrezione della ragazza (Mc 5,41) e della Trasfigurazione (Mc 9,2-10). Può sembrare una richiesta che dica il loro desiderio di essere uniti fino in fondo al loro Maestro e Signore, ma se ci addentriamo bene nel racconto, notiamo come il modo di procedere dei due discepoli sia ben caratterizzato: i due si isolano e facendo così, di fatto congiurano contro gli altri dieci che sono staccati da loro. Ciò che pensano i due fratelli in realtà, è il modo di pensare di tutti. La richiesta avanzata da Giacomo e Giovanni nasconde una segreta ricerca di grandezza e mostra come sia sempre in agguato nell’intimità di ciascuno, di ogni gruppo, di ogni comunità e può risvegliarsi in ogni momento e proporsi in mille modi, presentandosi a volte anche come il desiderio di cercare la perfezione assoluta. I due Apostoli sembrano fermarsi ad una visione mondana del potere non ricordando più ciò che pochissimo tempo prima Gesù per la terza volta aveva ricordato loro parlando apertamente della sua fine ormai vicina (Mc 10,33-34). Non hanno compreso ancora che sarà la Croce il luogo e trono in cui si manifesterà la signoria e la gloria di Gesù, e che quel battesimo e quel calice amaro sarà anche la loro sorte che segnerà la fine del loro ministero di Apostoli dopo la Pasqua di Gesù. L’ambizione per sé non è una cosa cattiva, ma deve essere una sana ambizione che permetta alle proprie capacità di essere messe a frutto per ottenere il meglio e metterlo a servizio degli altri; non può essere un’ambizione malata che faccia aspirare di essere ai primi posti solo per il gusto di detenerli; oppure occuparli ad ogni costo anche schiacciando l’altro, offendendo l’altro, usando ogni artificio e ogni mezzo anche il più inopportuno e magari più corruttivo, per essere ai primi posti. Abbiamo ben presente come Satana tentò e mise alla prova Gesù; aveva adoperato le armi della seduzione insinuando che poiché era il Figlio di Dio poteva avvalersi delle sue facoltà per avere il potere e la gloria mondana (cfr Mt 4,5-9). Sappiamo però come Gesù abbia resistito a quelle tentazioni scegliendo un cammino di vera libertà di spirito e facendolo con la sua umanità, con la sua umiltà e il suo servizio.
È testo quello del Vangelo di questa domenica, che mostra in sé due progetti a confronto: “il progetto dei discepoli” che vedono davanti a sé una volta arrivati a Gerusalemme, un re, un trono, una gerarchia da stabilire e la prospettiva di poter stare in alto, di disporre della vita altrui. E il “progetto di Gesù” che vede un cammino nel servizio all’altro; cammino che al suo termine troverà un processo, una condanna alla croce, due malfattori messi uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra anch’essi sulla croce come fossero i dignitari di quella piccola e sparuta corte, fino al battesimo che lo farà affondare nella morte. Il suo desiderio esplicitato bene dalle sue parole e dalle sue opere nel corso di tutto quanto il suo cammino tra di noi, è stato quello di poter disporre della propria vita solo e totalmente per gli altri. Per questo Gesù prende posizione nei confronti dei due Discepoli: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?».
Come a dire, guardate che i primi posti che si conquistano con la fatica, con il servizio, con l’umiltà e che mostrano la mia gloria, sono sempre disponibili anche se nessuno li reclama mai. Solo dopo la Risurrezione di Gesù, quando tutti i Discepoli avranno capito la portata del messaggio di Gesù, a quella domanda potranno rispondere come Giacomo e Giovanni: «lo possiamo», e questa affermazione sarà vera per tutti. Gesù ci fa intendere che esiste un capovolgimento di prospettiva: la vera grandezza è assumersi l’incarico verso il più piccolo o verso quel bene che fa vivere tutti. La gioia vera non risiede tanto nel poter esercitare il potere, quanto il riuscire ad essere vita, sostegno, consolazione per qualcuno. Il luogo del servizio prevale sul luogo del comando. C’è però anche un altro messaggio che il Vangelo odierno ci mostra: si può essere vicini a Gesù spazialmente con il proprio corpo, ma essere distanti da Lui anni luce; oppure si può essere convinti di andargli dietro senza seguirlo veramente; ci si può chiamare cristiani ma essere in realtà approfittatori del nome di Gesù, oppure è possibile cadere nella tentazione di credersi veri adoratori di Dio solo e fin tanto che Lui si fa esecutore dei nostri desideri. Nella sua raccomandazione a tutti i discepoli di ogni generazione, Gesù usa le parole “servo” (diaconos in greco) e “schiavo”. I compiti del primo sono onorevoli perché dicono servizio all’altro nella totale libertà di accettazione, ma quelli del secondo sono piuttosto disonorevoli perché non liberi di aderire anche ad un solo comando. Gesù invita tutti ad essere servi come Lui e non alla maniera del mondo. L’autorità deve permettere di agire a nome di Dio quale suo strumento e senza presunzioni o arrivismi. È Paolo stesso che con il suo porsi ci mostra come fare. Nello stile del disinteresse, senza cercare favori o approvazioni che gli fa scrivere: «Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia», è amorevole come una madre fino al dono della vita se necessario e premuroso e forte come un padre che si cura dell’educazione esigente nei confronti dei figli. La grandezza del potere sta nella sua capacità di servire per amore disinteressato e non per un narcisismo che si rinchiude nel culto della propria persona. Si comprenderà allora come la missione di Gesù non sia di natura terrena o politica. A quanti vogliono seguirlo sottolinea che la gloria a cui aspirano può essere raggiunta solo attraverso il servizio che implica umiltà, distacco, sacrificio, ma anche via della redenzione e sorgente della vita. È così che Gesù ha abolito la legge del più forte sostituendola con la misericordia. È conversione quotidiana quella che otterremo contemplando e accogliendo “Gesù servo”. È Lui che ci ha amati come noi non sappiamo e mai abbiamo saputo amato. E ancora, ed è l’ultimo spunto sul quale mi soffermo, è bello constatare come Marco non nasconda nulla delle ambizioni e dei litigi che ci sono all'interno del gruppo dei Dodici e delle incomprensioni tra loro e Gesù. E questo è un indizio che dice l'autenticità del suo Vangelo, ma anche l'umiltà degli Apostoli, poiché non hanno censurato i momenti in cui loro hanno dato di sé un'immagine ingloriosa. Ci è voluto molto tempo per scoprire chi fosse Gesù e accettare di seguirlo sui sentieri della sua missione di Messia-Servo; e in tutto ciò, hanno avuto l'onestà di mostrare a tutti anche la loro mancanza di coraggio, la loro poca lucidità nel comprendere il loro Signore e Maestro denunciando anche il loro tradimento e l’abbandono, e questa è una grande lezione da imparare per tutti.












