III Domenica di Pasqua - Anno C
At 28,16-28; Sal 96; Rm 1,1-16b; Gv 8,12-19
Si averte bene il modo di porsi di Paolo che oggi con la sua testimonianza ci introduce a comprendere la ricchezza dell’annuncio della Pasqua del Signore Gesù Cristo. È un sentire che mostra profili diversi e le sue parole fanno intuire la forte partecipazione che la Pasqua del Signore mette nel cuore di quell’uomo. Paolo all’inizio della sua poderosa Lettera ai Romani, comunica subito la sua dedizione di Apostolo: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio»; c'è un desiderio prorompente che cresce dentro di sé: annunciare e condividere il Vangelo a Roma, la capitale dell’impero. Sono passaggi, momenti significativi d’una Chiesa degli inizi che, pur sapendo di vivere dentro a mille difficoltà, ritrova anche il coraggio e la libertà interiore di varcare confini nuovi, di aprirsi ad un mondo che è il più composito e il più differenziato che possa esistere: l’Impero romano. Le parole dell’Apostolo però, non sono tanto la notifica di una intenzione di viaggio: “vado a Roma”, indicano una passione sofferta e un desiderio sincero. È un modo per dire che, proprio perché la parola del Vangelo ha mutato radicalmente la sua vita, adesso il suo desiderio è quello di regalarla e condividerla con tanti fratelli e sorelle e la prima lettura dà proprio testimonianza di questo suo desiderio. Il testo che oggi leggiamo fa parte della conclusione del Libro degli Atti, libro che tutte le Chiese cattoliche dell’Oriente e dell’Occidente pregano in queste settimane fino alla Pentecoste. Per sé è il Libro “doc” per riuscire a capire cosa è nato dalla Pasqua di Gesù, quale comunità scaturisce dall’avvenimento di Cristo morto e risorto. Qui il testo ci dice che Paolo è a Roma e ci arriva come uomo prigioniero che si è appellato all'imperatore e che tuttavia, ha dentro di sé la parola «causa della speranza di Israele», che è il modo bellissimo di parlare di Gesù. Gesù è la speranza di Israele, è il compimento dell’antica promessa e Paolo è in catene a causa di questo e di questo, è fiero. C’è dolore certo, ma non c’è risentimento perché Paolo è profondamente legato al suo popolo di origine anche se sta toccando con mano la durezza del loro cuore e la mancanza di libertà ad aprirsi per intuire i segni nuovi. Infatti, quando l’annuncio vero su Gesù si fa incalzante, c’è chi ascolta e c’è chi chiude, c’è chi è disponibile e chi dice no opponendo la tradizione dei loro padri che hanno trasmesso una parola che li fa rimanere radicati lì. Non ci sono inizi folgoranti che conquistano subito - addirittura Paolo troverà la morte a Roma - ma il Vangelo assume il segno di un seme che viene gettato con profusione (cfr Mt 13,3-9); certo, è ancora un seme per di più non accolto, ma quella seminagione iniziale fatta tra mille contrasti, avrebbe poi rivelato una poderosa forza di vita. La parola che è entrata in Paolo non è rimasta solo una parola udita magari anche con grande venerazione, ma è penetrata nel cuore di tanti, per questo che anche il lettore distratto avverte come il Vangelo cominci a prendere piede. E allora il Vangelo diventa punto di riferimento e, per stare nella somiglianza evocata dalla parola di Gesù, diventa luogo luminoso, diventa appunto luce. Lì si avvera la parola di Gesù come luce che splende sino ai confini della terra. Proprio perché Roma è la capitale dell'impero e segna un po' i confini della terra conosciuta ai tempi di Gesù e di Paolo, il Vangelo di Gesù arriva fin lì, arriva sino ai confini della terra, ma purtroppo, non è così al centro: a Gerusalemme nel Tempio, il Vangelo non è accolto. È nel Tempio infatti, che avviene la discussione fra Gesù e i Farisei riportata dal Vangelo; avviene nel centro della fede giudaica, lì si svolge la lunga diatriba tra i capi dei sacerdoti gli scribi e i farisei sull’identità di Gesù, sull’origine di Gesù e sul valore della sua testimonianza.
È comunque un testo difficile il Vangelo di oggi, ma colpisce la prima frase del Vangelo: "Il Signore Gesù parlò agli scribi e ai farisei e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Per sé la luce evoca una immagine potente, e quella immagine vuole significare che il dono che il Signore ci mette nel cuore è cosa grande, capace di rivelare la meta e di rivelare verso chi orientiamo la nostra vita. Questa è parola che continua ad illuminare la Pasqua. Del resto, come abbiamo cominciato la veglia pasquale? L’abbiamo iniziata accendendo il cero pasquale unico grande simbolo della luce di Cristo Risorto che illumina il cammino che porta alla risurrezione; è iniziata così quel momento lungo di preghiera, è cominciato con la consegna di un dono che ha la forza autentica di essere e di diventare per tutti luce che consente a tutti di non camminare più nel buio. Se la percepiamo così, allora questa è Parola da accogliere affinché si trasformi in preghiera personale che riesca ad interrogare le possibili oscurità della nostra vita e allo stesso tempo una preghiera che chieda di essere illuminati dalla Persona di Gesù ed essere aiutati a sostenere le fatiche del vivere e quelle del cammino di fede. Dice il Prologo del Vangelo secondo Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9); se pensiamo ai tempi oscuri della nostra vita in cui abbiamo perso la speranza e non vediamo muovendoci a tentoni, il farsi strada della luce che indica il tracciato, orienta e, come un viatico che corrobora e aiuta, fa superare lo smarrimento. Non dobbiamo permettere che in noi si attenui questa Luce, dobbiamo pregare che rimanga Luce che abbiamo accolto nella veglia che dice una aspettativa buona, rimanga Luce vera che ha fatto irruzione vincendo anche la nostra notte. E la cosa veramente bella è che il testo del Vangelo che oggi è alla nostra attenzione, viene immediatamente dopo il racconto della liberazione della donna adultera condannata alla lapidazione. Pensiamo a come la parola di Gesù: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11), si rivela al cuore di quella donna che torna a casa perdonata dal Signore. In fondo: «Io sono la luce del mondo» è davvero frase vera, perché è luce che ha squarciato le tenebre di quella donna. A fronte del giudizio già emesso da parte di tutti, la frase micidiale e insieme bellissima: «Chi di voi è senza peccato, getti la pietra per primo» (Gv 8,7), riesce ad accendere la luce in lei. È un po' come se ci venisse chiesto: tu a che punto sei con la tua vita, che cosa hai dentro nel cuore. Ecco, «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre», è parola che fa verità sulla nostra vita e fa guardare con verità e rispetto la vita dell’altro. Chi cammina avendo nel cuore il Vangelo del Signore non è prigioniero delle tenebre perché è nella luce della Vita, quella vera, quella di figli. È Parola quindi che pervade la vita di tutti e si rivela prodigiosamente ricca. Questo è l'annuncio della Pasqua che sostiene e fa compiere passi e azioni che aiutino a stare - per quanto ci è possibile - nel Vangelo anche se abitiamo situazioni ritenute oramai del tutto compromesse. La verità aiuta tutti a fare luce sulla propria vita; è accaduto per quella donna senza nome graziata da Gesù, accade oggi per noi peccatori graziati dalla sua Pasqua. La stessa luce che dà senso alla vita di Gesù, riempie di senso la vita del discepolo di Gesù. «Io non mi vergogno del Vangelo» dice Paolo, sia davvero così anche per noi perché si nasce così dalla Pasqua di Gesù.












