IV Domenica di Quaresima – Anno B
Es 33,7–11°; Sal 35; 1Tess 4,1b;-12; Gv 9,1- 38b
Splendida la frase finale della Lettura dell’Esodo: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». L’essere faccia a faccia è la chiamata forte dell’esperienza dell’Esodo, ed è qualcosa di grande anche del cammino di Quaresima che è strada da compiere o, meglio, da vivere come Esodo nuovo verso la Pasqua di Gesù. È fondamentale lo spazio della famigliarità con Dio “faccia a faccia”; vuol dire essere presenti senza intermediari. Colpisce infatti il testo quando annota che, quando vedevano Mosè andare alla tenda del convegno, si alzavano in piedi come se avvertissero dentro di loro il fascino di un mistero, il rapporto diretto, profondo con Dio. E il testo fa emergere anche un secondo aspetto che non è secondario: l’abitare da parte del Signore la tenda del convegno. Dice di un camminare accanto al proprio popolo; dice che Dio sta così con la sua gente, procede con loro come Colui che ha la stessa casa. Colui che ha creato l’universo, i cieli e la terra, si fa pellegrino tra pellegrini e come Dio accompagna la sua gente. È segno di vicinanza, di prossimità che commuove; fedele e solidale, Dio si fa itinerante con noi sue creature, si fa provvisorio tra provvisori poveri e pieni di fragilità. È cammino che ha compiuto anche Gesù nel suo salire verso Gerusalemme, un cammino fatto con gente comune, gente bisognosa che provoca incontri a cui Gesù non si sottrae e che mette nel cuore il desiderio dell’incontro faccia a faccia, che fa coltivare la intima speranza di vederlo da vicino e da vicino conoscerlo. Il racconto evangelico ci mostra Gesù in cammino: «Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Da sempre i cigli delle strade che sono un po’ l’emblema dei percorsi umani, sono popolati da provvisori, gente che non avverte nemmeno di avere un volto da mostrare. Il Vangelo parla di questo dicendoci che vi è un poveretto così lungo quella strada percorsa da Gesù, e i suoi discepoli aprono il dibattito su quel poveretto: “di chi è la colpa?”. Un cieco dalla nascita, la cui incapacità di vedere i tratti di un volto, di saper cogliere anche il più piccolo effetto cromatico della luce, si avverte coinvolto in un dibattito astratto che non aggiungerà nulla al sapere degli stessi discepoli di Gesù. Tutta la vicenda narrata è vicenda vissuta principalmente negli sguardi che vedono o che fanno finta di niente per non vedere. Per questo non dobbiamo stupirci che, il finale del capitolo, sarà interamente occupato da Gesù che riprende i farisei e i dottori della legge dicendo loro: la vostra orgogliosa conoscenza blocca la vostra vista. Il non voler vedere fa si che si rimanga ciechi sempre, di fronte alle gioie ma soprattutto, di fronte alla miseria e all'ingiustizia! È come se Gesù con il suo atteggiamento ci dica che se il nostro occhio è distratto, non possiamo amare. È davvero una malattia subdola quella che distrae e che rimpicciolisce il cuore; del resto, non è questa la domanda di tutti: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e infreddolito?" (Mt 25); oppure quando Gesù denuncia il ricco epulone non perché ha fatto del male al povero Lazzaro, ma perché non l'ha visto (Lc 16, 19-31).
Uno sguardo che non classifica o condanna è uno sguardo che aiuta a risollevarsi da terra. Fortunatamente la storia ci dice che ce ne sono tanti che aprono gli occhi in modo nuovo al Vangelo e ai fratelli come se il miracolo che Giovanni ci ha raccontato, continuasse anche oggi. Fermarsi sullo sguardo che Gesù ha delle persone, perché solo Gesù costantemente guarda l’altro. Quando Gesù vede la Samaritana, non vede in lei solo una donna da un passato pesante, chiedendole da bere si mette in dialogo con lei fino a portarla a lasciare l’anfora con la quale era andata al pozzo; quando vede Zaccheo non vede in lui soltanto un funzionario disonesto, ma invitandosi alla sua tavola, lo assicura che la salvezza entra nella sua casa così che Zaccheo riesca a riscattarsi. Lasciamoci allora conquistare dal contagio di questo sguardo che è il contagio dell'amore; guardare indietro cercando ostinatamente di trovare l’origine di ciò che ci è accaduto quando siamo colpiti da una malattia o da una sventura, è inutile. In questo modo, non facciamo altro che rafforzare la notte in cui ci troviamo. È come se ci applicassimo da soli il fango sugli occhi già accecati dal dolore e dall'incomprensione, non servirà se anche noi non andiamo alla piscina dell’Inviato. Solo questo ci permetterà di volgerci non nonostante, ma con tutto ciò che siamo e che la nostra vita può contenere, verso un futuro promettente che ci sta davanti. Il testo, infatti, dice cosa significhi per tutti un incontro come questo e come può cambiare radicalmente la vita non solo a motivo di una guarigione inattesa e commovente che riempie di gioia, ma a motivo della Luce stessa che ti aspetta perché ti vuole ancora incontrare affinché tu possa confessare la tua fede in Lui. Da notare che l’evangelista Giovanni non insiste tanto sul miracolo compiuto, quanto sullo stupore del miracolo, insiste sulla bellezza dell’incontro con il Signore e potergli dire: «Credo, Signore!». Questa è la frase centrale e bellissima di tutto questo brano, ma prima avviene l’incontro: «In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Sulla strada, dunque, anche se ogni luogo va bene per il Signore: nel deserto, al pozzo, nel tempio, in una casa, ma anche nell’ingresso nella città santa, Gerusalemme. Oggi è la strada a rappresentare il cammino della vita; e oggi è il tempo per ciascuno di essere aiutato a risollevarsi anche se misero e al ciglio della strada, ha perso ogni speranza per la propria esistenza. Quel cieco è lì, è sulla strada e si lascia incontrare. E l’altra cosa che colpisce profondamente, è che nella narrazione che Giovanni fa, il Signore scompare dalla scena quasi subito. Di Lui, di Gesù, parlano altri; parla il cieco guarito e lo fa in mezzo a tante polemiche montate ad arte dai farisei che tendono a stroncare la figura e l’operato di Gesù. Tantissime parole usate per cercare di allontanare da sé la possibilità di accogliere il Maestro di Nazaret. Essi infatti, discutono, chiedono prove, ma non si avvertono minimamente toccati dall’operato di Gesù. Il cieco nato è rimasto solo anche in questo, ma penso che la cacciata dal Tempio, sia per lui l’ultima liberazione da una religiosità fatta solo di leggi, riti, liturgie che tuttavia non partono dal cuore perché sono solo facciata. Allora questo Vangelo ci viene consegnato affinché tutti possano incontrare Gesù, possiamo aprire con coraggio anche i nostri occhi sul suo volto che ci ha scelti, chiamati, amati, legati a sé e scoprire in quel volto la misericordia che ogni giorno ci guarisce e ci illumina e per questo, gioire! Non c’è notte che, nel Risorto, non si tinga di nuovo dei colori dell’aurora, ma ci crediamo davvero?












