II DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A
Bar 4,36-5,4; Sal 99; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18

Io non ho mani che mi accarezzino il volto, (duro è l'ufficio di queste parole che non conoscono amori) non so le dolcezze dei vostri abbandoni: ho dovuto essere custode della vostra solitudine: sono salvatore di ore perdute.
(David Maria Turoldo)

Sono testi, quelli proposti dalla liturgia di questa seconda domenica di Avvento, che hanno una luminosità davvero grande, testi che ci consegnano speranza, ma anche un invito alla carità che a sua volta genera ancora speranza. Il profeta Baruc profetizza l’intervento di salvezza di Dio nei riguardi del suo popolo lontano, disperso e frammentato in esilio fuori dalla propria terra. È profezia che parla del ritorno a Gerusalemme di donne e uomini «allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici», Dio «li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale», mostrando così a tutti il suo cuore appassionato. È linguaggio profetico che si rivolge «a ogni creatura sotto il cielo», a tutti i popoli e in tutte le direzioni senza che ci siano confini a fermarlo, perché è annunzio di amore che deborda, che va oltre, che valica tutti i confini facendone prospettiva importante per l’Avvento e per tutti noi che siamo chiamati a comprendere dove il Signore ci vuole condurre e come ci vuole condurre.

E questo accadere dell’amore profetizzato da Baruc, diventa poi certezza nel cuore di quei discepoli che nascono dalla Pasqua di Cristo e diventano la chiesa del Signore. Scorrendo infatti il testo di Paolo scopriamo come, il dono della speranza comunicatoci dal profeta, aiuti poi a coltivare la carità; Paolo ci dice che se abbiamo davvero lo sguardo rivolto al volto così ospitale e generoso di Cristo Gesù, ne veniamo a nostra volta contagiati. Non si può soltanto celebrarla la generosità di Dio; è vero infatti che, se diamo fiducia ad un Dio così, la nostra vita non può più restare limitata, piccina, rinchiusa in un confine e basta, ma la nostra vita deve essere educata ad una ospitalità grande che dilati il nostro cuore ad uno stile accogliente. Siamo anche noi chiamati a «portare le infermità dei deboli», a farci carico dei bisogni altrui. Il criterio è quello di essere davvero comunità ospitale, accogliendoci «gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio» senza «compiacere noi stessi». Dunque, non la selezione di persone il cui consenso o la loro attenzione ci fa compiacere, ma invito a far nostra la carità di Gesù che tutti ha accolto. Senza l’umiltà di riconoscere che anche noi siamo stati accolti, non potremo mettere in atto questo invito. E la parola di salvezza profetizzata da Baruc irrompe davvero nella storia che scorre con le sue logiche, con i suoi riferimenti, con i nomi di chi ha autorità e potere, con i nomi di territori, di popolazioni, di provenienze. Mentre tutto questo scorre senza apparente discontinuità – e qui il linguaggio di Luca è davvero incantevole – «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto».
Dio non prepara una storia parallela o alternativa a quella dell’uomo. Esiste un’unica storia, per Dio e per l’uomo; e l’uomo non dovrà cercarne un’altra se vorrà trovare Dio: lo troverà dentro questa storia, dentro la piega di questi nomi che abbiamo sentito in apertura del Vangelo. La parola di Dio però, si affaccia nella storia in un posto defilato rispetto a quello narrato all’inizio, si concentra altrove su un particolare inosservato dalla grande storia; entra e va a bussare al cuore di un uomo che è nel deserto chiamato però a «dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,77). Giovanni Battista prende concretamente la parola per invitare “ad un battesimo di conversione”, a cambiare la vita; ci dice che la novità assoluta che sta per accadere è da accogliere con cuore aperto. Di più, aggiunge un invito a non aspettare, a non rimandare: «già la scure è posta alla radice degli alberi», per dire che la vita di prima deve essere demolita, tagliata aprendo così il proprio cuore alla conversione in modo concreto. A tutti è chiesto il miracolo della condivisione e dell’attenzione all’altro: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiar faccia altrettanto». Non si faccia idolo tutto ciò che si ha, perché così facendo, tutto quello che si ha non basterà mai. Giovanni Battista invita a capire come quello che si ha serve soltanto se viene condiviso, e se viene condiviso si moltiplica. Se Dio viene con cuore sensibile e tenero, occorre muoversi anche noi sulla stessa linea e vedere accanto a noi chi soffre. Il Figlio di Dio non ha trattenuto per sé la natura divina, ma si annienta, si fa tutto simile a noi fino a morire per noi (cfr Fil 2,5-7), e risorgendo dona a noi la partecipazione piena al suo essere Figlio. Questo suo spogliamento è ricchezza per tutti. La venuta di Gesù è luce grande che rivela ad ognuno la propria identità, gli dice che via sta imboccando, se sia persona vera e realizzata secondo Dio. Il Signore che viene non si limita a certificare una situazione, ma ci redime, ci salva, ci libera dalle storture interiori e lo fa con il nostro consenso. Allora, l'invito alla speranza che risuona nella liturgia di questa seconda domenica d'Avvento, chiama tutti a comprendere e far propria, l'esperienza della letizia che viene evocata. Non vuole essere semplicemente e soltanto l’ascolto di una parola che riteniamo bella, ma un udire una parola che chiede di compiere passi concreti, scelte, gesti, atteggiamenti, condivisione. C'è una gioia che scaturisce dal bene, dalla giustizia praticata e rispettata, dalla carità vissuta come regola suprema dei rapporti umani. Giovanni Battista oggi ci dice: “guarda che è urgente”, sta davvero attuandosi il momento decisivo. L’esito di questa storia è certo, è sicuro: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (Lc 3,6); ecco, l’augurio è proprio questo: vivere l'esperienza della salvezza di Dio.

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