III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A
Is 35,1-10; Sal 84; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15

…Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. “Che allegria c’è? cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
(Dal cap. XXI dei Promessi Sposi di A. Manzoni).

La distanza fra l'attesa e il compimento, fra la domanda e la risposta, tra l'uomo che cerca e Dio che viene incontro, è ciò che segna il vangelo di questa domenica; una distanza segnata dal desiderio dell'uomo che cerca, e la pace dell'uomo che ha trovato, anzi è stato trovato da Cristo. S. Agostino ci dice che il cuore dell'uomo è attesa: "Siamo fatti per te ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te". Giovanni Battista sta sperimentando questo; lui è in carcere e si sente sovrastato da eventi che cerca di leggere con fatica. Davanti alla venuta di Gesù, al suo comportamento, al suo agire, è preso dal dubbio: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro»? Sappiamo infatti quale sia stata la sua aspettativa sul Messia: «Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero che non dà frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco», mentre Gesù, il Messia, si affaccia alla storia annunciando il Regno, guarendo e perdonando; non spegne il lucignolo fumigante, l’assetto del mondo non cambia e per tutti c’è la possibilità di accogliere il Regno. La crisi di Giovanni può realmente consolarci ed essere allo stesso tempo insegnamento, perché il cammino verso il Signore in stagioni e con modalità diverse, è pur sempre attraversato dai tempi del dubbio! È sempre un cammino in salita il nostro, ma Giovanni ci indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” non accontentandoci di ciò che si sente o che ci viene riferito.  «Sei tu?», è davvero la domanda particolare di questo tempo di Avvento ed è domanda di ogni giorno, per questo ci rivolgiamo alla parola del Signore come i discepoli di Giovanni fecero con Gesù.

Non è forse questa, anche oggi, la strada per uscire dalle nostre immobilità che come carcere ci trattiene prigionieri? Stiamo davvero confidando in qualcosa di vero, in qualcuno che regge, in una parola certa, oppure tutto è esposto alla precarietà e al dubbio? Giovanni chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità. L’Avvento è questo, è attesa della rivelazione e dello stile proprio di Dio. E Gesù dicendo: «I ciechi vedono, i sordi odono, i lebbrosi sono mondati. Ai poveri è annunciata la notizia buona. È beato chi non si scandalizzerà di me», è come se ci dicesse a Giovanni e a noi: "Non temere, guarda i segni che faccio e vedrai che io non opero come potevi pensare tu (cfr Is 55,8), io faccio una cosa del tutto nuova che non potevi prevedere. Fidati". E Giovanni Battista, la cui forte voce indicava la strada, ora si fa davvero piccolo, ora quasi ad indicarci ancora una volta la via, si fa richiesta sincera che sola può superare il dubbio.  La risposta semplice e vera di Gesù «andate e riferite» allora, sarà per Giovanni, la conferma del suo vivere, perché la parola del Signore abita il suo cuore, così lui saprà diminuire per fare spazio a Cristo; solo facendo così, cercando sempre la vita vera, diventerà con gioia un piccolo del regno dei cieli. Giovanni Battista, non attira le persone a sé, ma è testimone trasparente, è felice che lo sposo arrivi e cresca sempre di più mentre egli scompare. Qui l’antica profezia volge al termine per lasciare il passo alla sua realizzazione. È pagina umanissima questa del Vangelo odierno; pagina che mette in evidenza come la parola di Dio, creduta, amata, vissuta fino in fondo, convive dentro di noi, convive con la nostra storia, le nostre paure, le nostre incertezze; convive soprattutto quando si tratta di domanda di futuro. Ascoltare e guardare sono azioni indispensabili per tirare le conseguenze, per comprendere e quindi decidere, perché quando si è compresa la direzione in cui andare, occorre davvero iniziare a camminare aiutati dalla speranza. Se ci pensiamo bene riusciamo a cogliere come quei gesti di benevolenza di Gesù anche oggi accadono: ancora adesso sono in tanti che con cura, stanno vicino agli infermi; ancora adesso si amano coniugi e figli a prescindere dalla gratitudine o dal riconoscimento, ancora adesso si perdonano offese ricevute e si cerca la giustizia di Dio senza inseguire premi e riconoscimenti. Gesù si propone, ma non si impone, bussa alla porta del nostro cuore sapendo che siamo noi ad avere in mano la maniglia per aprire e fare Colui che annunzia ai nostri poveri cuori, il Vangelo, la Buona Notizia. Avvento; ci viene chiesto di accogliere non un “Dio lontano”, non un “profeta”, ma un Dio che rende la vista quando siamo ciechi, che ci fa camminare quando siamo zoppi, che ci purifica quando siamo contagiosi, che ci fa udire quando siamo sordi, che ci fa vivere quando siamo come morti, perché: «Ai poveri è annunziato il Vangelo». «Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete»! L’annuncio è proprio per gli smarriti. Solo chi si è smarrito può comprendere l’incoraggiamento che viene rivolto a lui. Impara a procedere chiedendo e riconoscendosi bisognoso degli altri, e solo chi ha costantemente bisogno di trovare la propria strada, va avanti consapevole della sua fragilità. Isaia invita al coraggio, parla di una strada possibile, di un futuro, spinge a non lasciarsi incatenare dalla tirannia più pericolosa, quella della paura che blocca ed impedisce di camminare, e opera la chiusura e l’isolamento in se stessi. «Coraggio, non temete»! È un coraggio che trova il suo punto di appoggio non sull’illusione di una propria potenza, ma su Dio che si fa incontro perché è costantemente in cerca di chi è smarrito, e si fa compagnia dell’umanità fragile e spossata. Dio ci spiazza sempre, ci sorprende e ci disorienta. La «profondità della sapienza» di Dio ci dice Paolo, trasforma il duro rifiuto di Israele in una condizione per evangelizzare i pagani, e da loro, la parola di salvezza tornerà sul popolo eletto, perché i doni di Dio sono irrevocabili. La gioia in noi allora, è solo e semplicemente, stupendamente, unicamente Dio con noi e qui, ai nostri occhi, davvero si aprono orizzonti sconfinati di ammirazione e di speranza.

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