IV DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A
Is 40,1-11; Salmo 71; Eb 10,5-9a; Mt 21,1-9

«La salvezza portata da Cristo è la meta finale di questa storia, s’intreccia con essa, si attua in essa. Non ci sono, dunque, due umanità parallele, né due storie parallele, ma un’unica umanità e un’unica storia, nel cui seno accade un evento straordinario e rigenerante, rispetto al quale – questa volta sì – gli uomini possono dividersi.»
(LUIGI ALICI, La via della speranza- Editrice Ave)

«Ecco io vengo», è l’espressione efficace della Lettera agli Ebrei per dire l’ingresso del Messia; è un eccomi che viene da molto lontano e che attinge direttamente al cuore di Dio. La Let-tera agli Ebrei dando la parola direttamente a Gesù, ci dice che è Lui a pronunciare «Ecco io vengo per fare o Dio la tua volontà», come consegna di sé nell’offerta vera della sua vita do-nata per la redenzione dell’umanità. È davvero espressione che meglio sa esprime-re la pro-fondità del farsi carne del Verbo di Dio. Il desiderio profondo di Dio di essere al-leanza vera con il suo popolo, porta Dio a scegliere di preparare un corpo al Figlio per mezzo dell’accoglienza della Parola divina da parte di una giovane donna: Maria. Ma, quando leg-giamo il racconto dell’Annunciazione e diamo giustamente peso ed importanza alla libertà del Sì di Maria (Lc 1,38), dobbiamo però avere presente che prima del sì di Maria, c’è il Sì eterno all’incarnazione, il Sì del Figlio al Padre, un Sì che Gesù ripeterà tan-te volte e fino alla fine: «Padre, non la mia, ma la tua volontà» (cfr Lc 22,42).

Per quel sì, l’Infinito si racchiude in uno spazio illimitatamente piccolo, finito; lì, Dio entra nella storia concreta degli uomini e la ri-orienta! «Ecco io vengo a fare la tua volontà», è per noi ricchezza immensa da raccogliere per essere incoraggiati ad incrementare in noi la volontà dell’accoglienza, il desiderio di dare ospitalità ad una Presenza umile e mite che vuole farsi prossimo. Un far spazio fra noi, a Colui che, con le solo “armi” della mitezza e dell’umiltà, vuole che gli uomini invertano la rotta che li conduce lontano dal Padre. «Consolate, consolate il mio popolo», invito che il Signore per voce del profeta Isaia, rivolge al suo popolo disperso ed in esilio a Babilonia, lo dobbiamo fa-re nostro anche noi, perché è come se il Signore ci dicesse: tu appartieni da sempre a una sto-ria di amore, finirà la tua schiavitù, si concluderà la tua fatica perché c’è un venire che conso-la, che dà pace, che mette gioia nel cuore. Un essere consolati perché si possa riaccendere la speranza nella imminente liberazione. Ed è un venire grande: il Signore stesso «viene con po-tenza», ma «ha con sé il premio». Dunque, un venire che è sorpresa, grazia e dono per tutti. Ecco, Dio preannuncia così la sua volontà di calarsi nella storia di questo mondo; non sarà pe-rò un giungere passeggero come di una luce che si accende e che poi si spegnerà; la sua parola rimarrà in eterno oltre i nostri confini precari come sono precari il fiore o l’erba che appassi-scono e seccano. E la profezia antica che aveva custodito e alimentato l’aspettativa nel popolo di Dio lungo i secoli, adesso si svela; non è più attesa, ma è atto che accade. Dio con la sua te-nerezza e vicinanza, ha la premura di un pastore che ha a cuore il suo gregge e si fa carico del-la pecora ferita o smarrita perché nel suo cuore ha proprio dentro tutti e a tutti vuole preparare una casa. Quel «Ecco, io vengo a fare la tua volontà», accade realmente come ci narra il brano di Vangelo che mostra l’entrata di Gesù in Gerusalemme. Per sé è un testo tipicamente pasqua-le, un testo che sorprende e spiazza se letto nel tempo d’Avvento; ma il verbo dell’Avvento è proprio l’attesa del venire di Dio nella storia dell’uomo, nella città dell’uomo, dentro la terra dell’uomo e sulle strade che gli uomini percorrono. È dunque, un ingresso reale che letto lun-go il cammino d’Avvento guadagna risonanza che ha una forte intensità. L’entrata di Gesù Cristo in Gerusalemme manifesta la presenza amica, solidale e definitiva di Dio; il desiderio che sta all’inizio, si fa compimento in Colui che pone la sua tenda a fianco a tante altre nel “campeggio” precario e sterminato degli uomini, e lo fa come Uomo del tutto simile a noi (cfr Fil 2,5-11). La notte di Natale leggeremo infatti, che «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), e car-ne è il nostro vestito, è la nostra identità, dice la nostra appartenenza, il Signore non è fuori da tutta questa storia. E «il Signore Dio» che «viene con potenza» e «il suo braccio esercita il dominio», entra a Gerusalemme non in modo sfarzoso come un conquistatore che fa pesare la potenza del suo esercito, (il trionfo è proprio questo), ma entra in modo mite e umile su «un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». Viene come Signore che per tutti ha riguardo, tanto da non separare la madre dal suo puledro. Gesù chiede che gli sia portato an-che il piccolo animale, che sembra non servire a niente, ma che però ha ancora bisogno della madre. È il pastore prefigurato da Isaia che «porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemen-te le pecore madri».E quanto più questo avviene attraverso la ferialità, cioè una dimensione quotidiana, do-mestica, tantopiù ci sembra bella, inattesa e commovente la vicinanza del Si-gnore e il suo mettersi solidale accanto al cammino dell’uomo per essere presenza che poi da-rà esultanza che non potrà più essere contenuta (cfr Lc 1,47). Questa quarta domenica di Av-vento ci chiede di accogliere Dio che viene, chiede di valutare se siamo interessati a questa re-lazione, chiede di decidere se entrare o meno in questo cammino. Allora quel «Consolate, consolate il mio popolo, dite che è finita la sua schiavitù», diventa davvero il cuore dell’Avvento, il dono portatore di serenità e di gioia, perché il Signore vuole camminare con noi, vuole abitare la nostra terra, vuole entrare nella nostra comunità, conoscere le nostre case, e rendere l’invocazione “Venga il Tuo regno” che diciamo ogni giorno nel Padre nostro, dav-vero evento di Eucaristia, di ringraziamento.

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