DOMENICA DELLA DIVINA MATERNITÀ
Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

Salutata da un angelo.
«Com’era l’angelo, o dolce fanciulla? Come parlava: da dentro il tuo cuore? Era la voce di tutti i profeti che risuonava dal libro più antico. Si è aperto il cielo sul nostro destino per abbassarsi e calarsi su noi: perché da un angelo udissimo quanto la nostra storia coinvolge l’eterno. Ora saremo i congiunti di Dio, sarà la terra per sempre il paese delle sue nozze, la stanza o riviera ove si abbracciano l’uomo e il suo Dio». (David Maria Turoldo)

Sembra proprio che la “sorpresa dello stupirci”, attraversi tutta la liturgia di questa domenica. C’è un popolo oramai sconfitto ed umiliato in un esilio desolante che distrugge ogni sogno di futuro, e quando la speranza di un ritorno era ormai uscita dallo scenario delle cose possibili, l’antica promessa Dio la riconsegna come orizzonte di futuro. È la sorpresa di Dio che invita a rialzare il volto: «Li chiameranno “Popolo santo”, “Redenti del Signore” e tu sarai chiamata ricercata, città non abbandonata». Dunque, un nome nuovo che manifesta davvero il volto amico di Colui che vuole stare vicino, che vuole cercare per tirare fuori dalla solitudine in cui quel popolo viveva. Anche noi, alla stregua di quel popolo, viviamo per riconoscerci non più degli abbandonati, ma destinatari di quella luce che poi sarebbe divenuta fino in fondo luce del Natale del Signore. Sono parole intense e profonde che ridanno tono alla speranza di un cammino verso un futuro da redenti. Ed è in parte una sorpresa anche il testo di Paolo. Siamo già nella vicenda cristiana perché Paolo è dentro il cammino della giovanissima chiesa di Fi-lippi. L’invito è: «Siate sempre lieti nel Signore». È parola incoraggiante scritta però da uno che è in prigione e che sta pagando pesantemente di persona il suo servizio di annunciatore del Vangelo. Non c’è nessuna lamentela, non è persona ripiegata su se stessa che si commise-ra, ma è persona che ha lo sguardo oltre. Sa che cosa è la fatica perché la sta attraversando, ma non è catturato o fatto schiavo.

È uomo che incoraggia tutti e non solo quella comunità; invita alla gioia, invita ad avere e porre segni di vita che consentano esperienze belle e significative di comunità, dove ci si aiuta, ci si vuole bene e la parola del Signore anima le speranze e i cuo-ri di tutti. Ma la sorpresa più grande ci è data dal testo del Vangelo, un testo che ci è caro e che conosciamo bene, testo che ha ispirato l’arte di tanti pittori, scultori e musicisti. Un testo che ci fa vedere da subito quale sia l’enorme distanza che c’è tra l’aspettativa di una giovane don-na «promessa sposa a Giuseppe», e la grandiosità dell’affacciarsi di Dio nella nostra storia, con un annuncio che è fuori da ogni immaginazione umana. Non è raccontato nulla di appari-scente, eppure, la ricchezza del dono prospettato dall’angelo Gabriele, è di una bellezza in-contenibile ed è agli antipodi della povertà. Parole che vorremmo riascoltare sempre nella calma, perché è l’affacciarsi di Dio nella storia dell’uomo, ed è un affacciarsi molto discreto: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio». È un bussare al cuore ed un farsi strada all’interno di una ferialità concreta, in una casa tra le tante altre di un villaggio povero, ma in questo annuncio, vi è preannunciata tutta la ricchezza del «trono di Davide», un trono forte e solido, perché «il suo regno non avrà fine». E in quel momento non ci sono testimoni; c’è la parola dell’«angelo Gabriele mandato da Dio» che annuncia, e poi c’è la fede di lei, Maria il cui sì, permetterà l’accadere del dono della eterna alleanza. Se ci pensiamo bene, è un vangelo che per tanti versi mette in crisi proprio perché è anche a noi richiesta l’accoglienza della Parola di Dio che entra in ciascuno di noi per essere da noi custodita e generata! Parola che ognuno di noi sta vivendo in questo istante, perché ognuno di noi è, con Maria, chiamato ad essere partecipe e protagonista nell’accogliere davvero Gesù Cristo, che rende fecondi an-che noi miseri. Allora l’Annunciazione diventa esperienza possibile anche per noi; una espe-rienza ripetibile, quotidiana e che ci dà la figura esatta della fede che è incontro tra due liber-tà: quella di Dio e la nostra. I due, Dio e l’uomo, non sono certo di pari livello, ma Dio incar-nandosi diventa piccolo per fare grandi noi. Con la fede riceviamo anche noi un nome nuovo. Maria è stata definita «Piena di grazia» per lo Spirito santo disceso su di lei, ma anche noi lo siamo di fronte al Signore. Il Figlio di Dio diventa uomo per fare di noi dei figli di Dio, il Ver-bo si umanizza per divinizzare noi. Maria è in questo senso donna dell’attesa, donna del silen-zio che ci consegna una presenza cara di cui non vorremmo più fare a meno, perché viene per le nostre fatiche e per le nostre povertà. È davvero a tutti gli effetti parte di quello che noi siamo, ma il guizzo della fede, la capacità di consegnarsi a Dio, questa è bellezza e grandezza di un dono. Questa è la parola che avvicina il Natale; un entrare da parte del Signore nella no-stra casa per abitarla. Il Signore comincia da lì, da una casa, bussa e chiede di essere ospitato. Dio è venuto tra di noi così, in un luogo così, prende tutto di noi per darci tutto di sé, e il Nata-le celebra questo, non un'altra cosa. Non sorprende più allora, quel “rallegrati” più volte ripe-tuto nella liturgia odierna. “Rallegrati” come tema della gioia, come l'esito più vero di fronte ad una visita come questa, ad un ingresso così nella nostra casa. Una gioia che non è più solo sentimento transitorio e fugace.

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