DOMENICA A INIZIO DI QUARESIMA – ANNO A
Is 58, 4b-12b; Sal 102(103); 2Cor 5, 18—6,2; Mt 4,1-11

Quaranta giorni; un percorso per la conoscenza di Dio, di noi stessi, un percorso a servizio della verità da servire, dell’amore da donare, dell’ascolto stesso di quella Parola che può permettere a ciascuno di noi di dare una direzione alla propria vita. Per questo è tempo di conversione e non soltanto un atteggiamento morale da tenere; tempo che ci diamo come spazio da vivere, perché ognuno di noi possa, proprio perché dà ascolto alla Parola del Vangelo, dare una risposta che trasformi la propria vita. Le vesti liturgiche cambiano colore quasi a rimarcarne il cammino prezioso così, forti dell’invito che il profeta Isaia ci fa, la verità del rapporto con noi stessi e con Dio possa emergere sempre di più. È cammino che consente di introdurre le azioni che aiutano questo cambiamento al di là delle forme che pure servono, delle penitenze che pure fanno parte del paniere del nostro percorso e che sicuramente ci aiutano.
Il vangelo ci dice che Gesù «condotto dallo Spirito», è nel deserto da quaranta giorni, e nel deserto, Gesù viene tentato; non è tenuto al riparo dai conflitti, dai problemi che la storia presentano. Egli, che è il Figlio, “il prediletto nel quale il Padre si è compiaciuto” (Lc 3,22), si deve misurare come qualsiasi uomo o donna che è sulla terra avendo a sua disposizione gli stessi strumenti di sempre: la Scrittura e la razionalità. È la precarietà della storia che mette in atto le tentazioni che arrivano e sono tentazioni, che non riguardano semplicemente l’atteggiamento morale. Le tentazioni di cui parla il vangelo riguardano l’indirizzo della vita, l’opzione fondamentale alla nostra scelta che verifica il nostro dire sì alla dignità della nostra vita oppure no.


Gesù attraversando la prova, ci dice che queste tre tentazioni sono la sintesi del vivere la fede anche oggi. «Di’ che queste pietre diventino pane»; per Gesù la tentazione è quella di usare la potenza di Dio a proprio vantaggio, e per gli uomini la tentazione è di ridurre Dio in Colui che si sostituisca a noi nel nostro impegno del lavoro quotidiano. La tentazione di avere il pane non secondo le vie comuni delle nostre attività, ma procurarselo sfruttando posizioni, appoggi, conoscenze. Forse poteremmo dire “fuori dalla legalità”, fuori dalle vie che sono le vie di tutti. Non so se cogliamo quanto drammaticamente attuali siano le seduzioni raccontate da Matteo.
Quante volte abbiamo cercato Dio solo per il pane e mai per la verità che ci ha detto e dato: «Anche se tua madre si dimenticasse di te, io non ti dimenticherò mai» (cfr Is 48). Affidarsi a Dio è la radice di ogni giustizia. Pretendere di essere noi legge a noi stessi, è la radice vera e profonda di ogni peccato. Anche noi tentati come il popolo d’Israele, anche noi tentati come Gesù di Nazaret, anche noi con una libertà tra le mani che è dono e rischio insieme. Porre fede in ciò che ci dice significa veramente abbandonarsi a Lui per avere la forza quando ci manca il pane; è la fede che ci mette in condizioni di superare la prova, quando essa ci attanaglia. «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», un invito a ricordare che la nostra forza è in Lui, il Padre che nel suo Figlio Gesù Cristo, si dona totalmente a noi.

E la seconda tentazione è ancora più subdola: il chiedere un bel miracolo ad effetto così che possiamo credere in Lui. Una fede che cerca lo straordinario piuttosto che essere orientata alla fatica dell’ordinario ed è la tentazione di forzare la mano al Signore. Gesù definisce se stesso «Figlio di Dio», e come tale si comporta. È tutto rivolto al Padre ed ai fratelli. Sceglie la via lunghissima, interminabile della persuasione; va di casa in casa, di villaggio in villaggio, porge il Vangelo e la rivelazione di sé in segni. Lascia trasparire Dio, non intacca mai la libertà dell’uomo. Il vangelo non ci promette nulla di fenomenale se non la certezza della Resurrezione. Se noi crediamo nella resurrezione, la nostra fede sarà luminosa di speranza: «Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, stolta la nostra predicazione» dice Paolo (1 Cor 15,14). Non può risorgere colui che è morto dentro alla speranza e l’unica speranza è affidarsi a Dio, avere Dio al primo posto nella nostra vita.
L’ultima tentazione non è propriamente l’ultima ma la più difficile da combattere: Satana dice: «tutti i regni», «tutta la terra». È ascesa impossibile verso un monte che non esiste e dal quale si scorgono tutti i regni della terra. L’illusione è questa: tutto è tuo, basta che ti prostri a qualcuno e lo adori. È il sogno di un uomo piccolo piccolo che pensa di essere onnipotente, che percorre la sua strada con arroganza. Cristo si affida a un altro progetto, certo più duro, più esigente, ma che ha il respiro della libertà: si affida al progetto del Padre. L’opera di Gesù si amplifica perché è tutto proteso verso il Padre. Con la sua vita ci dice di servire Dio con tutto il cuore e porre attenzione che nessuna persona o nessuna realtà assuma il suo posto: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» dice Paolo ai Corinzi; allora, Quaresima come grazia, come dono da non lasciar passare invano. Quaranta giorni in cui ci impegneremo di più, cercheremo di non fare questo piuttosto che l’altro, ma qui è in questione la nostra fede, qui dobbiamo «dare ragione della speranza» che è in noi” (cfr 1 Pt 3,15), e per poterlo fare bisogna sapere, e fino in fondo, chi è Dio per noi; e una volta che avremo risposto, allora il nostro percorso sarà luminoso perché la Sua presenza ci darà forza anche nelle inevitabili cadute che potremo fare. 

 

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