II Domenica di QUARESIMA – Anno A
Es 20,2-24; Sal 18; Ef 1,15-23; Gv 4,5-42

Cristo, anche tu sarai stanco di camminare
su queste nostre strade di asfalto;
e non ci sono più pozzi di Giacobbe
dove sostare e attender che almeno
qualche samaritana ancora ti incontri
e ti ristori nella tua sete;
e per tutti essa ti chieda della tua acqua
a placare la nostra arsura, che sempre più cresce
quanto più beviamo a queste nostre fonti inquinate. Amen
 David Maria Turoldo

C’è una angolatura bella in questo Vangelo ed è la figura di Gesù, la persona di Gesù, e c’è una sorta di invito al suo cammino che non può che partire dal deserto; la quaresima è questo, comincia lì quando ti ritrai ed entri nel deserto. È lì che i rumori cessano, l’ascolto della parola che viene da Dio diventa una possibilità vera e luminosa. Ma poi quando lo spazio di deserto termina, i vangeli ci conducono con Gesù, nei luoghi o nei non luoghi della vita. Oggi è raccontato di un pozzo, un luogo, spazio di quotidianità per tutti, al quale recarsi tutti i giorni e che rappresenta momento di socialità, di incontro. Ma non è la ragione di incontro che guida e costringe una donna samaritana a recarsi a quel pozzo tutta presa dai suoi pensieri. E quel tragitto è da lei compiuto giornalmente nelle ore più calde del giorno forse per proteggersi dal giudizio e dagli sguardi di giudizio di chi la vede con occhi di riprovazione, ma a quel pozzo c’è Uno che l’aspetta, che però è avvertito come intruso, sicuramente un estraneo.

Farsi trovare nell’ora più calda del giorno al pozzo di Sicar, il paese dei Samaritani, dichiara la volontà di cercare l’incontro, e questo già dice molto di Gesù e del suo desiderio di incontrare e farsi incontrare, di esserci all’incrocio di strade in cui uomini e donne camminano, e tutto ciò a dispetto di ogni possibile commento maligno. Questo è il volto di Gesù che si fa vicino. Dio è sempre in questo atteggiamento, è in ricerca di noi, è felice quando ci lasciamo incontrare da Lui. E nel momento in cui il Maestro allaccia il discorso, lei si sente provocata e si protegge, ma scopre anche parole che prendono nel cuore un significato nuovo: «acqua viva». Un’acqua che disseta l’arsura di quello che si ha dentro, un’acqua che è capace finalmente di irrorare il nostro deserto, la nostra aridità, un’acqua che disseta per sempre. Quanto ne avremmo bisogno, perché il dolore è arsura, perché la vita senza valore di chi corre all’impazzata cercando il consenso generale e calpestando ogni cosa per poter essere visibile, è arsura, è aridità. Gesù dice alla donna che non ha nome e che rispecchia anche noi come rispecchia tutta l’umanità ferità e piegata: “Io ho questa acqua”. «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva», è invito a non accusare Dio di non avere il secchio, lo strumento adatto a scendere nella profondità dei nostri bisogni.
È invito a fare esperienza dell’incontro con Lui; una relazione che vada oltre il rito, oltre gli apparati, oltre le strutture (il secchio per attingere acqua), e che riesca a coinvolgere tutto il nostro intimo, tutta la nostra profondità (il nostro pozzo profondo), anche se questo risulta essere davvero faticoso e doloroso. Questo è l’abitare il luogo della gente di Gesù, abitare la vita della gente con la capacità di ri-generare le risorse più belle che sono depositate nel cuore di ognuno. Gesù è questa ricchezza, una prospettiva che ci fa passare dall’obbligo perché a quel pozzo il bisogno spinge ad andarci, al piacere dell’incontro. E se per quella donna il pozzo era un luogo a cui recarsi nelle ore più calde del giorno riuscendo a nascondersi e rimanere anonima, incontrando Gesù, quel pozzo profondo diventa spazio di vita non nascosta e guardata con verità. Gesù chiede a tutti di guardare con verità la propria vita, in modo da non tenerla nascosta a noi stessi e restituirci alla autenticità della nostra esistenza. Siamo chiamati cioè ad abitare il luogo delle nostre intimità profonde, ma abitarlo favorendo una crescita, che faccia andare oltre la semplice necessità o un bisogno, e suscitare desideri più profondi uscendo dall’anonimato e riuscire così a fare chiarezza sulla nostra vita anche quando si è coscienti di avere spazi e angoli tenebrosi. Non si può camminare con Gesù senza fare verità di se stessi, e Gesù tocca il cuore di quella donna che ha una ferita ancora aperta, ma lo fa in modo delicato stando attento a non ingrandire quella piaga. È davvero grande l’esperienza che possiamo fare con Gesù, perché siamo conosciuti in profondità senza essere giudicati. Possiamo sperimentare il Suo sguardo di misericordia che accoglie, proprio come coloro che lo hanno incontrato sulle strade della Galilea, persone che come noi, si recano al pozzo delle loro mille ferite nascondendosi da tutti. A loro, a quelli che pensano di non avere più nessuna possibilità dice: «Sono io, che parlo con te». E se oggi avessimo potuto indicare un simbolo come estrema sintesi di questo racconto, penso che avremmo potuto fissare la brocca abbandonata lì a quel pozzo. La brocca che identifica lo strumento del nostro presunto senso di autonomia, viene lasciata lì, dimenticata. È davvero difficile morire al proprio senso di autonomia, ma Gesù ci insegna attraverso le esperienze a diventare persone capaci di affidarci a Lui, perché nella relazione con Lui, si vive una speciale trasfigurazione per cui lo strumento della nostra autonomia identificato dalla brocca, non è più necessario averlo nelle nostre mani. E questa donna accetta di lasciarsi cambiare totalmente e questo genera spazio ad altri incontri e a tutti dice di quell’ «uomo che [mi] ha detto tutto quello che ho fatto». Riceve un’altra vita, Lui è l’acqua viva, da lui si può attingere.
Come è difficile accettare che un altro mi faccia capire che ci manca qualcosa di essenziale per vivere, che un altro ci faccia capire che c’è un’acqua migliore della nostra, che ci strappi dalla nostra autosufficienza. La fede è sempre un cammino graduale di scoperta e di riconoscimento. È proprio come il «sì» degli sposi che è pronunciato in un giorno preciso, ma è da ratificare ogni giorno quale segno di una relazione sempre inedita e sempre imprevedibile. La Quaresima è il tempo dell’incontro, favorisce per noi le condizioni propizie: il silenzio, l’ascolto della Parola, l’intimità della preghiera. Come la Samaritana usciamo rinnovati da questa esperienza. Chiediamoci dunque quali siano i passaggi di vita che ci chiede di compiere un Vangelo così, quali comportamenti di vita ci chiede di tenere in questo cammino di Quaresima verso la Pasqua. È la domanda che affido a me stesso per primo e a ciascuno di noi che chiede di elaborare risposte che possano poi davvero trasfigurarci nella relazione con il Signore Gesù.

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