III Domenica di Quaresima – Anno A
Es 34,1-10; Sal 105; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59

«Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione, per il suo grande amore», ci fa pregare il salmo in questa liturgia, ed è importante questo inizio perché sono parole che raccontano la grande fedeltà di Dio anche dopo l’episodio dell’idolatria del vitello d’oro. Mentre Mosè è sul monte, il popolo si abbandona a tutto, ma soprattutto abbandona il Signore, e Mosè desolato e sconfortato, rompe le tavole della legge. Il brano che ci viene indicato oggi è successivo a quel momento, ma in esso è confermata la volontà di Alleanza da parte di Dio: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». È il Signore che si presenta, dice chi è, parla di sé, si chiama per nome. La scena è maestosa e di una bellezza veramente grande. Questo è il Dio dell’Esodo, un Dio che sembra addirittura annullare la trasgressione gravissima compiuta dal suo popolo che poco prima aveva rinnegato l’alleanza. Ritorna e rinnova un’alleanza non più solo invitando, ma dichiarandosi: «Dio misericordioso e pietoso». Ma un cambiamento lo compie anche Mosè che aveva spezzato le tavole della legge in modo adirato e sconfortato per l’infedeltà del suo popolo. Anche lui entra con atteggiamento diverso nel suo incontro a tu per tu con il mistero di Dio. Notiamo come si prostra per terra pregando «se ho trovato grazia ai tuoi occhi mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi», un dire fai di noi il tuo tesoro.

 

Dopo un esito drammatico di una infedeltà deludente da parte del popolo di Israele, c’è il rilancio di un Dio che è incapace di tenere nascosto il suo volto misericordioso; Mosè si insinua qua e proprio per questo osa intercedere. Riconosce che questo è un popolo di dura cervice, che ha smentito promesse e alleanze, “ma tu sei misericordioso e compassionevole”, e l’esito che scaturisce dalla manifestazione del Signore e la preghiera intensissima di Mosè, è l’Alleanza rinnovata che restituisce dignità di essere popolo. È pagina che racchiude in sintesi tutto il cammino dell’Esodo; ed è pagina che attraversa anche oggi le nostre situazioni di vita fatte di momenti di promessa e di momenti di infedeltà, di momenti di vicinanza e di momenti di trasgressione, di momenti di sguardo alzato sul volto del Signore e momenti invece interamente sequestrati da noi stessi e dai nostri interessi. Attraversa davvero tutte le situazioni di vita, e noi, all’interno di esse, avvertiamo sempre il bisogno di rivivere l’esperienza dell’Esodo.
È pagina che invita a salire idealmente anche noi quella montagna, per fare anche noi l’esperienza vera dell’incontro con il Signore. Vengono donate parole così a uomini e donne in ricerca che sono nel cammino della fede, ma vengono regalate soprattutto anche a chi si accorge di avere sbagliato tutto nella vita e di essersi inesorabilmente allontanato dal Signore. È davvero parola grande di salvezza che ci vengono regalate da un Dio compassionevole che vuole guidare anche il nostro cammino verso la Pasqua. E il Vangelo mostrandoci la disputa nel tempio tra Gesù e i Giudei, vuole proprio fare questo. È davvero disputa serratissima questa ed e pagina impegnativa. Abramo è il personaggio di riferimento dal principio alla fine.
Il tema è quello della figliolanza e della paternità: per Gesù significa intrecciare la relazione di Figlio con la paternità di Dio «misericordioso e pietoso», che fa crescere. La pretesa dei Giudei è quella di asserire di essere solo loro figli di Abramo, e questa non è una questione marginale perché c’è in gioco l’annuncio del Vangelo, il futuro stesso del Vangelo. La pretesa è chiara: noi solo siamo i figli di Abramo. I Giudei dicono: «Abbiamo un solo padre: Dio!». Il termine “padre” come quello di “madre” racconta però di un dare vita e un tenere in vita, come si può allora parlare di Dio padre, avendo il cuore che esclude.
Il passaggio non è semplice; se fosse stato presente a quella discussione un lontano, un gentile, uno che non c’entrava nulla con il popolo ebraico, un povero, uno che non appartenente a quella cultura e tradizione rituale, penso che si sarebbe fermato per non perdere nemmeno una virgola di quel dialogo serrato e forte, perché se la logica di quei Giudei avesse preso davvero piede, l’esclusione sarebbe totale. Nel dialogo si sta usando un termine che dice che tutti sono compresi negli occhi del Padre, e Lui deve essere nei nostri occhi. Se ci appropriamo con avidità del termine “padre", la parola "Dio “ha il risultato ineludibile e insano di escludere, creando la situazione che fa si che Dio diventi "padre mio" e non "padre nostro".
C'è davvero una differenza abissale tra Gesù e i Giudei: quando loro dicono: "Dio è padre nostro" lo dicono per legarlo e rinchiuderlo nei confini stretti della loro tradizione, nel loro senso di una religiosità malata. È Gesù che con forza sottolinea come Abramo con la sua fede, sia diventato riferimento del cammino del popolo verso quel Dio che tutti vuole accogliere e questo anche se non si è parte di quel popolo. Se apriamo il nostro cuore come Abramo e ascoltiamo facendo nostra la parola del Vangelo, possiamo entrare anche se non abbiamo l’appartenenza culturale e religiosa, perché è il nostro cuore che vuole accogliere il dono di Dio «Chi è da Dio ascolta le parole di Dio». Davvero questo dialogo serrato ed infuocato segna un passaggio fondamentale per la nostra condizione di figli. Dobbiamo tenere nel cuore questo Vangelo come promessa del Signore che ci vuole tutti figli.
E questa convinzione profonda entra nelle giovani comunità cristiane che cominciano la propria avventura missionaria. Paolo ormai scrive oltre i confini del giudaismo in piena avventura missionaria, e sono parole determinanti che dicono una apertura ormai definitiva che apre il cuore e fa iniziare il cammino della fede perché dal Vangelo si lascia guidare. Il testo ai Galati ha in sé la gioiosa convinzione che «in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito». Così si entra davvero nella comunione con il Signore, così si entra nell’Alleanza. È lo Spirito che guida all’incontro con il Signore; è Lui che domanda passi umili, magari piccoli, ma passi della fede e non delle apparenze, non delle esteriorità come quelle dei Giudei. È lo Spirito che chiede di accettare incondizionatamente questo dono aperto a tutti.
Questa è la grande parola che sta al centro di questa liturgia della terza domenica di Quaresima, una parola che aiuta e incoraggia il cammino della fede.  Allora che cammino ci chiede di fare il Signore? Ci chiede verifiche da fare e passi da preferire che fanno percepire un perdono da implorare e il desiderio di una rinascita. Se davvero ci fermiamo con calma su questi testi, siamo in grado di ri-trovare ragioni per rimetterci in cammino, per rilanciare veramente il nostro itinerario di fede. Questo è il tempo che stiamo attraversando, ed è davvero scuola di fede nel Signore, e allora è importante che tappa dopa tappa, ciascuno di noi non perda mai questo nostro Dio che con pazienza di Padre e con la misericordia di Madre, si cala nel nostro cammino di fede così da permettere a noi di considerare con stupore, il dono di essere e di sentirci veramente figli.

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