IV Domenica di Quaresima – Anno A
Es 34,27-35,1; Salmo 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1 -38b


L’itinerario che ci conduce verso la Pasqua diventa sempre più stringente ed esigente e la pagina del Vangelo che guida e sovrasta per la sua monumentale bellezza la liturgia odierna. C’è una realtà oggettiva e preziosa in questo vangelo ed è la strada; sempre nei vangeli della quaresima vi è un luogo: il pozzo, luogo dell’incontro; il Tempio, luogo della diatriba profonda e drammatica tra i dottori della legge e Gesù; oggi il luogo è la strada. La strada è abitata dai poveri, dai semplici, dai piccoli; la si può percorrere con fretta facendola diventare luogo anonimo nel quale continuare a pensare solo per sé e andare via in fretta, oppure percorrerla avendo occhi per vedere l’altro e farla diventare luogo di incontri che esprimono gesti di vicinanza e di prossimità (cfr Lc 10,30-37).
Chi è il cieco nato che sosta su quella strada? Non un nome, non un volto, non una voce che chiede ed implora, non alcunché che ci permetta di riuscire ad individuare; è persona assolutamente separata resa ancora più sola da chi, passando – e in quel momento a passare sono i discepoli di Gesù - guardando a lui, discutono sul perché sia così e di chi sia la colpa delle condizioni del malcapitato. È una specie di tavola rotonda, una speculazione che riesce a spogliare la residua dignità di quell’uomo. È terribile questa solitudine, ma Gesù gli restituisce dignità incontrandolo, e questo poveretto che sente su di sé l’attenzione di gesti subito non capiti, si sente accolto. Allora, se certamente il cieco è colui che in quel momento è stato beneficiato dal miracolo di Gesù che lo ha voluto incontrare, ancor di più quel cieco impersona in filigrana anche noi che nelle nostre realtà di vita, siamo bisognosi di vedere in modo nuovo. D’altronde quante volte diciamo a noi stessi “abbiamo bisogno di vedere oltre”, oppure “c’è bisogno di qualcuno che ci apra gli occhi”, ma quegli occhi sono gli occhi del cuore i soli in grado di far vedere la vera dimensione delle nostre esistenze rese buie da notti profonde.


Gesù si avvicina al cieco, impasta del fango sui suoi occhi (che, richiama il racconto della creazione dell’uomo) e gli ordina di andare a lavarsi alla piscina di Siloe. Viene e sosta, viene e parla, viene e invita, viene e dice «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe». È richiesto un cammino ed è indispensabile compierlo quando ancora il miracolo non è avvenuto, quando ancora si è nel buio. Che pagina straordinaria questa; e il cieco: “Andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Per sé il miracolo è già raccontato e la pagina potrebbe terminare qui, eppure Giovanni continua a parlare di questo uomo ormai non più cieco. È davvero importante la sua guarigione fisica, ma Giovanni vuole raccontare il cammino interiore di testimonianza riguardo a Gesù di Nazareth anche se ancora non conosce. Con progressione arriva alla fine a identificare Gesù, il Dio premuroso che si abbassa a tal punto per essere davvero vicino agli uomini affinché loro siano, come ci dice Paolo: «trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria».
La vera guarigione del cieco è esattamente questa, è importante e preziosa la guarigione fisica, ma questa è fondamentalmente un segno, un simbolo, un invito a cercare in profondità la realtà vera di Gesù. Ed è un cammino bello e vero quello che compie il cieco tornato a vedere. Non sa dare una risposta precisa a quello che è avvenuto, sa però che qualcosa è accaduto in lui. E ci sono alcune frasi in questo interrogatorio che sono davvero spietate, ma ci sono risposte che mostrano il guizzo di libertà dell’uomo risanato che ha la gioia esplosiva di colui che la luce l’ha incontrata e adesso l’ha dentro: «ero cieco e ora ci vedo».

Gliene hanno dette di tutti i colori e il ritorno alla luce di questo poveretto è durissimo e spietato, ma ne è uscito con fierezza e gioia: «mi ha aperto gli occhi», sopportando anche la cacciata dalla comunità. Fa davvero problema la guarigione del cieco nato, perché era sabato quando Gesù ha operato il miracolo e non può venire da Dio colui che si comporta così. La risposta è chiara. I farisei sono accecati perché hanno già deciso che Gesù non può essere il Messia, non deve essere il Messia, perché non corrisponde ai loro criteri: non rispetta il sabato, non viene dalle scuole rabbiniche giuste «non sappiamo di dove sia». Vedono in Gesù una minaccia, perché Gesù critica molto fermamente le derive di cui loro stessi sono consapevoli, derive che li hanno condotti a sostituire alla Parola di Dio le loro tradizioni.
È situazione icona delle tante volte che vogliamo rimanere far parte e sempre soltanto al Tempio che lega a riti, a leggi, a liturgie dalle quali si cerca protezione. Il rischio però è quello di rimanere dentro la muffa di una religiosità fatta di “dare e avere” che giudica giusto dire “Tanto ti devo dare e tanto ti do; questo devo fare e questo faccio”. Si concede più valore alla prescrizione della legge che a colui che ti è prossimo e in questo caso bisognoso. Gesù con il suo farsi vicino spazza via questo pensiero, opera una ri-creazione, una rinascita alla luce sia fisica che del cuore.  
E la risposta straordinaria del cieco è appassionata e libera: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». C’è un cammino che ci aspetta giorno dopo giorno per riuscire a guardare il mondo, i fratelli, la nostra stessa vita con gli occhi del Signore. Solo facendo questo cammino scopriremo il Signore che ci vuole incontrare di nuovo: «Credi nel Figlio dell’Uomo?». E alla domanda del cieco, ma che in realtà è sempre stata la nostra: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», Gesù risponde rivelando la chiave di tutto il suo Vangelo: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Non si presenta come il potente Figlio di Dio che sta in alto, ma come realtà preziosa, bella e concreta da abbracciare. Ci dice Gesù: prima non mi vedevi, mi vedi, sono qui e parlo con te. La chiave di volta, la perla preziosa che regge tutto il Vangelo è proprio in questa affermazione: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Non avevamo gli occhi del cuore per vedere Colui che sempre ci è accanto, ma adesso che la Fede, dono di quell’immersione nella piscina di Siloe - che significa Inviato - ci ha aperto gli occhi del cuore e siamo in grado di vederlo come Colui che ci fa rinascere a nuova vita.  
«È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce», ci fa pregare il salmo, e questa espressione è bello poterla riprendere nella preghiera personale di questa settimana. La pagina del vangelo di oggi è per i cercatori di luce e ognuno di noi, io per primo, avvertiamo il bisogno di fare questo percorso di conversione, proviamo il bisogno di luce per fare chiarezza sulla nostra esistenza. Lasciamoci guardare dal Signore per quello che siamo, Lui è salito sulla croce quando ancora eravamo peccatori (Rm 5,6), cioè quando eravamo ancora tutti ciechi; ed è salito per regalarci questo sguardo nuovo su noi stessi e sull’umanità. «Signore, che io riabbia la vista» chiedeva Bartimeo (cf Lc 18,41), oggi apri anche a me gli occhi. Come vorrei per me e per voi che oggi fosse davvero la giornata decisiva nella quale ciascuno decida di abbracciare la luce e rimandare a casa per sempre le tenebre. Questo è il volto del Signore che vuole accompagnarci alla Pasqua.

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