V Domenica di Quaresima – Anno A
Es 14,15-31; Sal 105; Ef 2,4-10; Gv 11,1-53
Certamente la liturgia odierna è dominata da questa splendida pagina del Vangelo di Giovanni, quella di Lazzaro, della resurrezione di Lazzaro, ma davvero tutti e tre i testi sono carichi di luce. Esodo ci narra il momento del passaggio del Mar Rosso che è il momento fondativo del cammino del popolo di Dio, e se noi lo leggiamo con attenzione anche se è testo davvero noto, ci accorgiamo che un po’ le parole oscillano tra due sponde. Da una parte l’ostinazione del Faraone e degli Egiziani, e dall’altra la commovente fedeltà di Dio che, avendo detto a Mosè di conoscere le sofferenze di quel popolo (cfr Es 3, 7ss), si prodiga per salvare quel popolo che è suo. Sono parole queste che possono davvero raggiungere la profondità di noi stessi, riconoscere come gli inizi con cui il Signore ha cominciato a mostrarsi il Dio vicino e solidale, il Dio che ascolta il grido di dolore del suo popolo, svela il suo volto e la sua misericordia verso tutti.
Allora è davvero bello il momento che fonda e fa prendere slancio alla salvezza, ma è soprattutto bello il momento che dice il compimento della fedeltà di Dio: Il Figlio Gesù tra di noi. Davvero dopo questo evento inimmaginabile non ci si può più fermare, perché inizia l’avventura della fede, inizia il canto della fede, inizia la professione della fede espressa bene dal testo di Paolo nella Lettera agli Efesini. È un brano di grande intensità di chi proclama a tutti di aver nel cuore la parola del Vangelo e per questo loda Dio che si manifesta nel volto di Gesù. «Dio, ricco di misericordia» lo chiama Paolo ed è la confessione della fede. Notiamo come il linguaggio usato non sia più quello del racconto, ma quello della lode, quella dell’inno, quello del rendimento di grazie al Dio ricco di amore e straripante di amore. La parola del Vangelo è entrata nel cuore e porta in sé la sapienza che permette di scoprire il perché vale la pena mettersi in cammino. Un dirci: se scopriamo un Dio così fedele, allora il cammino lo fai, gli vai incontro e andandogli incontro trovi il volto di Gesù Cristo. Noi - dice ancora Paolo - «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo». Non dovremmo mai smettere di "respirare" nel nostro cuore parole come queste! Qui c’è il senso del dono che prende le mosse da quel racconto di liberazione di Esodo, ma il dono vero per tutti è, che ciascuno può riconoscersi come volto caro al Signore, come sua creatura generate alla Vita «mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» a noi incomprensibile. E sapere con la certezza del cuore illuminato dalla fede che siamo salvati dall'amore gratuito di Dio, ci pone in una situazione di verità e di pace.
Ma poi il testo dominante di questa domenica è la narrazione della resurrezione di Lazzaro. Gesù con la sua umanità semplice e vera, incontra, sta insieme, entra nelle case, condivide attese, speranze, feste, dolori, tragedie e oggi è proprio descritta la tragedia di una famiglia. Lazzaro è morto e Gesù non era lì in quella casa. E ci sono presenti nel racconto anche tanti altri volti. I discepoli smarriti e pieni di timore, la gente che commenta in vario modo che prima attendendo Gesù e poi rimangono delusi del suo ritardo. Sembra descritto l’odierno, il contemporaneo tanto è reale la situazione e vive le sono voci e pensieri della gente che esprimono attese sommersi come sono da sofferenze che aggrediscono anche il cuore di gente semplice. Ogni forma di morte terrorizza, fa paura; anche la morte spirituale che si prova quando il dolore spegne nel proprio cuore e in modo definitivo, le cose più belle che amavi e questo è un morire che costa ancora di più. Una casa, una famiglia di amici e due donne smarrite perché il loro fratello Lazzaro, non c’è più: «Signore se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto». Bellissima questa espressione di Maria, ma altrettanto bello è come il testo volga lo sguardo alle emozioni e ai sentimenti di Gesù, il suo sentire, il suo stare di fronte ad un avvenimento drammatico come questo.
È il Figlio di Dio che si appassiona per l’umano, non rimane insensibile al dolore e si turba profondamente scoppiando in pianto. Anche questo è volto bello di Gesù. La sua umanità sarà sempre in grado di capire la fatica e la fragilità dei nostri cammini perché uomo come noi; e questo volto umanissimo di Gesù ispira una preghiera confidente. Ma poi questo brano ha dentro molto di più; è un passo che svela come il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla dispersione all’incontro, metta in gioco la risposta di ciascuno di noi. L’evento che sta per compiersi prepara alla Pasqua: «Io sono la resurrezione e la vita». Il miracolo che compie richiamando alla vita Lazzaro, è anteprima certa del dono della sua Pasqua che apre a tutti il traguardo definitivo su cui si radica la nostra Speranza. Un dirci che se si arriva ad incontrare Lui “Risurrezione e vita”, si approda all’eterno progetto di Dio; un dischiudersi di un oltre, un dopo, e il dopo non è l’inesorabile buio della morte, ad un nulla senza senso.
Come è importante oggi udire queste parole di Gesù mentre ascoltiamo il racconto di tragedie, contiamo i morti che non possiamo nemmeno salutare e che sembrano dissolversi negli abissi di un nulla che ci fa vivere il timore che la vita possa fuggire definitivamente. Anche noi siamo immersi in quella tristezza profonda di Marta e Maria, ma ci dice Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Ci dice Gesù “guarda che quella promessa antica di rinascita, con me è compiuta”. Insieme a Marta e Maria ciascuno di noi è invitato a distogliere lo sguardo da Lazzaro e dalla sua tomba resa vuota, per volgerlo a Gesù e solo a Lui. Tutto sembrava sepolto, adesso assistiamo al rinascere di un futuro di vita che sembrava votata sempre e solo al passato: «Se tu fossi stato qui». Allora la vera domanda alla quale dare risposta è proprio quella che ci pone Gesù stesso: «Credi questo?». Siamo invitati a comprendere se veramente ci fidiamo fino in fondo nel percorrere il cammino con Lui e fare Pasqua spogliandoci dell’uomo vecchio dando spazio all’uomo nuovo, senza l’illusione di saltare a piè pari l’umano, il suo dolore ed il suo morire.
Un atto di fede che si innalza oltre ogni evidenza contraria e non vacilla anche se è di fronte all'irrimediabilità e alla brutalità della morte. Nella prova, nel dolore, nel disorientamento che inevitabilmente tutto ciò genera, avere ferma l’affermazione "Credo in te, Signore", vuol dire riconoscerlo con noi nel nostro dolore; riconoscerlo che ci ama non perché ci risparmia il dolore e la morte, ma perché viene a portarli con noi. Lo riconosciamo, crediamo in Lui perché viene a trasformare questo dolore, questa morte nella via di ritorno al Padre, viene a trasformarli in un amore che non muore perché eterno, in un amore che è più forte della morte perché vince la morte.
Questa è la ricchezza che oggi ci viene proposta; riprendiamo con pacatezza in mano il testo di Giovanni, vedremo che la calma ci permetterà una sottolineatura, un'altra, una espressione, un’altra, e il rincorrersi di parole che davvero toccano il cuore, ci faranno pregare: «mia forza e mio canto è il Signore».
