Domenica delle Palme - Messa del Giorno
Is 52,13-53,12; Sal 87[88]; Eb 12, 1b-3; Gv 11,55-12,11

Siamo invitati dalla Parola di Dio ad addentrarci in modo sempre più profondo nel clima della Settimana Autentica fulcro e centro della nostra fede, e farlo come ci invita il breve testo dell’Epistola tratto dalla Lettera agli Ebrei. Porlo all’inizio come augurio aiuta ad introdurci bene in questo tempo che sta davanti a noi, e che celebreremo in condizioni mai vissute precedentemente. È parola davvero intensa e vera che dice lo stile, il modo con cui innestarsi nella Pasqua: «Fratelli, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento». La fede è sempre celebrazione di Gesù! È presenza e potenza di Lui nella nostra piccola storia. Lui è la fonte «Colui che dà origine», e la pienezza «Colui che porta a compimento» della grande corsa della nostra vita secondo la fede. Ogni giorno, a partire dal nostro prezioso incontro con la sua Parola, dobbiamo cercare di “tenere fisso lo sguardo su Gesù”. Questo è l’impegno che ci è chiesto; una vera esperienza che poi ci restituirà la gioia di riconoscerlo come il Signore vicino e solidale, amico e magnanimo, al quale poter attingere serenità, grazia e luce dalla sua Pasqua. Ci dice l’autore della Lettera, che il senso vero della nostra vita è lì. Razionalmente potremmo chiederci molte volte che cosa c’entra Gesù con la mia vita o con quello che mi sta capitando, per poi scoprire che infinitamente più e meglio di tante spiegazioni è la Persona, l’opera e la Pasqua di Gesù. Colui che è il valore autentico di tutte le vite - ci dice ancora l’autore della Lettera - ha percorso la severa e austera via del vero Amore: quello della Croce. Lì ci troviamo tutti restituiti alla vita. E proprio perché è Relazione, il tenere lo sguardo fisso su Gesù, predispone il cuore al desiderio di percorrere insieme a Lui le tappe di questa Settimana Autentica, perché solo guardando a Lui «non vi stanchiate perdendovi d’animo». Se dunque questo è lo stile con cui entrare in questi giorni di grazia che ci accompagneranno fino alla Pasqua di Resurrezione, la vigilia però, bisogna deciderla bene perché può essere molto diversa e il testo del Vangelo ci dà, in questo senso, segnali chiarissimi.


C'è chi prepara la Pasqua complottando nei confronti di Gesù, c'è chi semplicemente si domanda con atteggiamento curioso “verrà? che cosa accadrà?”; c’è davvero una grande agitazione in Gerusalemme, ma non c’è attenzione per Gesù se non per chi riesce a fare festa perché il Signore lo accoglie veramente. È un piccolo gioiello la narrazione che Giovanni ci fa; siamo condotti nella casa di Betania sei giorni prima della Pasqua del Signore. Il contesto è assolutamente famigliare, semplice, legato a relazioni ed affetti che Gesù ha con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. È con loro che Gesù vuole vivere i tempi della vigilia del suo passo definitivo. Di questo brano così bello e così intenso, Guardo al gesto di Maria, allo “spreco” che fa di un unguento di nardo preziosissimo, compiuto però come risposta di gioia ed amore verso il Signore Gesù. Il gesto è compiuto in silenzio; Maria non ha le parole giuste per dire il senso della sua attesa ed esprime questa sua aspettativa, con questo segno di adorazione nei confronti di Gesù. È lì, attraverso questo gesto silenzioso ma clamoroso che la sua azione quasi “grida” mediante il profumo che riempie tutta la stanza e si riesce ad immaginare come tutti i convitati provino disagio. È Giuda che rompe l’imbarazzo con una osservazione banale che anche oggi si ripete fino alla noia «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?»; sembra proprio che in favore dei poveri tutti si possano esprimere senza con questo preoccuparsi davvero. Nel gesto di Maria però vi è l’anticipo di altro spreco quello dell’amore di Gesù che arriva dalla sua croce e da lì riparte aprendo ogni esperienza di vita.
Quel profumo bello e intenso è l’immagine che dice accoglienza e intimità di chi non fa calcolo nell’accogliere. Se cercassimo di capire, di ragionare, di fare calcoli, saremmo evidentemente in difficoltà come Giuda, e non riusciremmo ad entrare in quel clima di accoglienza. L’episodio narrato ci invita ad avere l’animo dei piccoli, dei semplici, l’animo di chi ancora riesce a stupirsi della forza che ne viene dall’intimità con il Signore che riconosciamo Maestro della nostra vita.
Ma il testo sul quale è bene sostare, è il carme del Servo Sofferente di Isaia. Non a caso questo testo è riproposto anche nella celebrazione della Passione del Venerdì Santo. Non c’è pagina più capace di dire la Passione che Gesù affronterà portandola a compimento. È però un testo che sembra scritto in forma stupita, quasi fosse un canto, un inno, ed è significativo farlo scorrere, portandolo come bagaglio buono e non pesante per entrare e rivivere fino in fondo il Triduo Pasquale. Il prologo: «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni»; parla di successo che però ha un volto sfigurato, irriconoscibile; ma tuttavia, è volto bello per l’intensità dell’amore con cui giunge ad essere un volto sfigurato, e l’amore anche se è difficile da vivere nella sua tragicità, è bello sempre, non è mai sfigurato. Questo è l’esordio del cantico che stupisce anche il narratore: «Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?», quasi a dirci “vi sto parlando di una cosa incredibile che sa di una sconfitta lacerante, ma questo è un racconto di grazia”. L’intensità del dolore che traspare dalle righe del carme è forte e massima è l’umiliazione: «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi». È difficile posare lo sguardo su chi è nel dolore; pensiamo ai momenti che stiamo vivendo, alle immagini che ci scorrono davanti come le bare allineate e pronte per essere portate via nella più profonda desolazione e solitudine; bare che racchiudono uomini e donne che non hanno più volto perché persone imprigionate e rese sole da questa pestilenza. Davvero siamo portati a guardare altrove, ma lì si rende vero e presente il segno di quel Volto «davanti al quale ci si copre la faccia».
Eppure, è Volto di chi «Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori»; diventando solidale con noi, ha assunto su di Sé sulla propria carne, nella propria storia, il peso del dolore, il dramma del morire, il progressivo sfigurarsi di qualcosa di originariamente e autenticamente bello. Ha preso su di sé tutto, non ha mantenuto nulla per sé che faccia riconoscere una seppur minima distanza dall’uomo, vivendo così fino in fondo il cammino solidale con l’uomo. «Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca»; è un canto mesto e tuttavia intriso di una intensa e profonda speranza: «il giusto mio servo giustificherà molti». Qui trova casa chi smarrito è ancora in ricerca lungo le strade della vita. Un testo apparentemente perdente per la sua crudezza e il dolore espresso, ma che rivela invece, l’incontenibile forza dell’amore con cui Dio dà casa ai suoi figli. È la passione del Padre che nel Figlio suo Gesù mostra il suo Volto solidale e vicino, Uomo dei dolori che «non ha apparenza né bellezza», raduna in sé pienamente tutte le situazioni difficili che non hanno volto e che sono dentro il gemito di un mondo in difficoltà. È questa la tenacia di Colui che cerca tutte le vie per recuperare l’uomo: gli porge la lieta notizia del regno, lo guarisce se malato, lo reintegra se escluso, gli rimette i peccati fino a donare la sua vita per lui. Riusciremo a mantenere lo sguardo fisso su di Lui in questa Settimana che chiamiamo Autentica?

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