Pasqua
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

«Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». È commosso e personalmente coinvolto Paolo quando scrive ai fratelli e sorelle di Corinto. Annuncia l’avvenimento della Pasqua del Signore e l’apparire del Signore con una gradualità di cui lui stesso si sente sempre più consapevole fino a dire: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto …sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio». C’è dentro tutta la sofferenza e tutto lo stupore di Paolo che vede come l’inizio dell’avventura cristiana prendere avvio da una condizione impari, sproporzionata: noi miserevoli e miracolati da Lui infinitamente misericordioso. Ci dice Paolo che chi viene alla fede, ha un cuore diverso, ha una speranza diversa che non se la lascia rubare se riconosce di essere risorto con Cristo.
Ma cosa significa fare Pasqua, quale è l’annuncio semplice e allo stesso tempo straordinariamente grande che questo giorno lancia alla storia degli uomini di ogni tempo? Dobbiamo dire subito che Pasqua non è una festa semplice, non è qualcosa che immediatamente può essere percepito. Per sé il Natale è più semplice visivamente; lì c’è ricordata e celebrata la nascita di un Bambino e la nostra ragione riesce a trovare lo spazio di una comprensione. Ma la Pasqua, il mattino del «giorno dopo il sabato» (Gv 20,1), è una festa che non presenta evidenze alla nostra ragione su cui impiegare la nostra memoria, e tuttavia questa, è la “Festa” per eccellenza, perché senza la Resurrezione: «vana sarebbe la nostra fede» (1 Cor 15,14).

 

Allora è davvero bello che il Vangelo del giorno di Pasqua si soffermi proprio sulla figura di Maria di Magdala, la donna che, dopo Maria la madre di Gesù, è stata più vicina a Gesù. Ella che di buon mattino è andata al sepolcro trovandolo vuoto, ha quel movimento di chinarsi sul sepolcro piangendo. Sembra che quel gesto la possa aiutare a superare tutte le evidenze di una presenza e di un’assenza! La presenza di due angeli «seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi» a segnare lo spazio nel quale «era stato posto il corpo di Gesù», e l’assenza del corpo di Gesù. Ma queste lacrime che scendono dal viso di lei, sono raccolte dal Signore risorto che la chiama per nome “Maria”. Tocca davvero il cuore e ogni volta in maniera sorprendente, il modo e la ragione con cui lei riconosce il Signore risorto. Non lo ha riconosciuto subito nonostante da sempre il Signore sia stato un riferimento forte della sua vita, lo riconosce solo dopo aver sentito pronunciare il proprio nome. La chiave di volta sta proprio qui: il nome dice l’identità di ogni persona, un unicum irreplicabile e sentirsi chiamati per nome fa scoprire di sentirsi amati e ridestati alla vita.
Per Maria di Magdala, il sentirsi chiamare per nome scaccia quella abulia che la tristezza porta, fa svanire l’ansia di una perdita, scaccia qualsiasi cosa che abbatte il suo stato d’animo; nuovamente lei si volta verso Lui ed è in questa nuova “conversione”, che lo riconosce come «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Che esperienza grande che ha fatto Maria di Magdala. A partire da quel momento tutta la sua vita riprende l’orientamento, riprende il cammino che è il vero cammino della risurrezione. A Pasqua si cambia passo e il passo diventa diverso, acquista un altro dinamismo. Non è più il passo del lutto del Venerdì Santo che pure è potente per la riflessione sul dolore, no, si cambia passo, si corre. Colui che si sente davvero di fronte al sepolcro vuoto necessariamente si pone la domanda su cosa significhi per lui la risurrezione, deve correre non può più fermarsi, deve sentirsi provocato da quel fatto che la ragione ritiene assurdo.

La resurrezione infatti vince la morte fisica, ma soprattutto aiuta a vincere ciò che attanaglia la nostra vita quando si è presi dal risentimento, dall’apatia; la risurrezione vince tutto ciò che crea abbassamento, disperazione che fa dire “Ormai, non c’è più niente da fare”. Siamo recuperati alla capacità di relazione che la morte, ogni morte, immancabilmente chiude nella tomba del non essere, luogo in cui tutte le speranze si infrangono e dove tutte le relazioni si interrompono. L’avvenimento grande che oggi festeggiamo sconvolge il tempo, perché apre a significati profondamente diversi che danno visione alla nostra vita; apre speranze straordinariamente nuove perché la vittoria sulla morte di Gesù, permette anche noi di vivere con più consapevolezza. Se ci sentiamo davvero vivi, allora possiamo vincere le paure che ci attanagliano, possiamo vincere la mancanza di speranza che ci uccide, la incapacità di trovare un senso alla nostra vita. Vivere senza speranza, è vivere senza futuro, è vivere senza apertura che dà credito alla vita. È difficile fare Pasqua se rimaniamo ancorati al Venerdì Santo.
Che splendido testo è questo di Giovanni, è augurio di Buona Pasqua per tutti. Le lacrime raccolte da Gesù e il nome “Maria” dicono che Gesù è il custode delle nostre lacrime e del nostro nome, e il sapere questo, vuol dire cogliere lo splendore del dono più bello ed intenso, perché non è un dono momentaneo. Risorgendo da morte come «primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,20), Cristo è per sempre custode di tutte le lacrime di dolore, ma anche custode della gioia del nostro nome e dell’incontro che esso esprime. E se noi troviamo in questo perenne dono la ragione profonda del Suo esserci, anche noi poi potremo essere custodi delle lacrime del fratello che ci sta accanto e che rivelano le lacrime del Signore. Custoditi da Te Signore, possiamo diventare anche noi capaci di raccogliere le tue lacrime Signore che ancora scendono dal volto di tanti fratelli feriti dalle fragilità della vita.

Questo è il segno genuino del Vangelo che ci è posto davanti oggi. Proprio perché questa è partenza povera e inadeguata, può essere davvero la partenza vera per tutti. E come Maria di Magdala e poi innumerevoli testimoni hanno vissuto e testimoniato la Passione, la Risurrezione di Gesù Cristo facendolo con la loro debolezza e la loro fragilità, anche noi siamo chiamati a custodire la Parola che di domenica in domenica ci condurrà da Pasqua a Pasqua. È augurio di un’esperienza che inizia e ricomincia nel segno di una profondità autentica, nel segno di una convinzione fondata sulla Roccia. Da questa Parola si può ogni volta ripartire e lasciarci guidare nei linguaggi, nelle scelte, nelle appartenenze. Sia davvero per ognuno di noi Buona Pasqua nel Signore Gesù risorto, poiché senza Resurrezione «vana sarebbe la nostra fede» (1 Cor 15,14).

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