II DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
At 4,8-24a; Sal 117; Col 2.8-15; Gv 20,19-31

«Fratelli, fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo». Paolo ci chiede di compiere il passaggio da ciò che è tenebra a ciò che è luce, dalla morte alla vita, da ciò che è sofferto a ciò che diventa vero passo di libertà. Un’apertura che dice l’esigenza di rinnovarsi profondamente nel cuore e nella vita. Chi è già un po’ navigato nella vita sa che c’è sempre un livello più immediato che è quello reale e che tutti vedono, ma esiste anche un livello più profondo che riesce a mettere in moto sentimenti che guidano tante nostre azioni ed esperienze di vita a tutti i livelli. È bene tenerne conto per poter riuscire a compren-dere gli eventi della nostra vita nella loro integrità.

Credo allora che occorra averli ben presen-te i due livelli per riuscire a comprendere l’episodio riportato dal Vangelo di questa seconda domenica dopo Pasqua. Il testo proposto è ricordato un po’ come la manifestazione palese del dubbio di Tommaso quando gli Apostoli gli dicono: «Abbiamo visto il Signore!». Sembra però riduttivo fermarsi solo a questo aspetto per comprendere il messaggio che il Vangelo ci vuole consegnare. Se ci fermassimo solo a questa notizia, sarebbe come se volessimo ignorare tutta la storia che ha preceduto questo fatto; quel mondo più ricco e complesso che riguarda lui, Tommaso, e le altre persone che hanno potuto vivere per tre anni accanto al Maestro di Gali-lea. Dicevamo domenica scorsa che la Pasqua è festa difficile proprio perché propone l’Evento che supera ogni immaginazione, che scavalca ogni più ardita speranza, che provoca intimamente la verità della nostra fede e che per questo, conduce inevitabilmente alla fatica ognuno di noi.
Il brano del Vangelo che conosciamo molto bene, si apre con il venire di Gesù che «stette in mezzo». È lo stesso giorno della Risurrezione e non è un semplice apparire, ma un venire per stare quale unico punto di riferimento e motivo di unità. Non viene però detto che i discepoli lo riconoscono subito, forse anche a causa della paura; è detto che solo dopo che Gesù ha espresso loro il saluto «Pace a voi» e mostrato loro le mani e il fianco, ecco che «i discepoli gioirono al vedere il Signore». Per riconoscere il Signore gli Apostoli hanno dovuto passare per le ferite delle mani e del costato di Gesù fino a lasciarsi trasportare dalla memoria a quella drammatica storia d’amore consumata nel sacrificio avvenuto su quel colle fuori le mura di Gerusalemme. E questo vale anche per Tommaso che non era presente alla prima venuta del Signore Risorto! Tommaso per credere dice: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non cre-do». È quasi una ribellione, un dire protestando che se non ritrova quell’Amore che quelle piaghe testimoniano, se non ritrova Colui che lo ha amato così fortemente, probabilmente non gli interessa di vedere un risorto, perché rivuole soltanto Lui, Gesù Cristo.
È un reclamare la Persona che gli ha fatto vivere quello che nessun altro ha mai fatto. Sì, può esserci l’emozione e forse anche il brivido di vedere qualcosa di straordinario ma poi? Questa intima posizione che rimane un po’ sottotraccia agli occhi dei più, è l’Amore che guida il cammino, è l’Amore che muove, è l’Amore che finalmente porta a riconoscere e a credere. Il vero motivo che fa da sfondo a tutta la vicenda di Tommaso, è l’Amato; Tommaso vive la sua sofferenza, vive le sue gioie solo in riferimento a Lui. L’energia, la sua forza, la sua mente è là, il suo vivere è là. Questo è il cuore di una storia di amore, e questo è anche il cuore – se ci pensiamo bene – di tutta la Bibbia. Dio che è Padre ha pensato così la sua storia d’amore con l’uomo; non capiremmo la Pasqua senza tener conto dell’infinita ricchezza d’amore che Dio ha verso ognuno di noi.
Forse qualcosa potremo intuire ma solo in modo superficiale, stando cioè semplicemente in superfice senza riuscire però ad immergerci in tutta la ricchezza d’Amore che sottostà a quella Croce. Allora se questo è il criterio che guida la comprensione dell’evento di Tommaso ricor-dato dal Vangelo di oggi, credo che diventi più facile indagare sullo stato della nostra storia d’amore con il Figlio Gesù che vuole guidarci al Padre. Se la nostra fede non è sostenuta e guidata a riconoscere nella persona di Gesù l’Amore supremo, penso che rimanga sempre una fede povera che potrà avere al massimo solo qualche sussulto. La celebrazione di questa Pa-squa pur con tutte le limitazioni che questa pandemia ci ha imposto, avrà alimentato la nostra fede, solo se siamo riusciti a ritrovare l’Amato contemplato nel mistero della sua Pasqua. E il testo non si ferma qui, presenta un altro rimando da non trascurare. Tommaso pur essendo de-bole e fragile fa la professione di fede più bella che riusciamo a leggere in tutta la Bibbia: «Mio Signore e mio Dio!». Non avverte nemmeno il bisogno di mettere il dito nelle ferite una volta che ritrova Lui, il Signore; non sente più l’esigenza dettata dalla ragione di vedere e toc-care tutte le prove di quell’Amore. Che cosa gli ha permesso di fare questo salto? Il fatto che pur nella sua debolezza, Tommaso, si è sentito amato. Gesù è tornato per lui fragile, è tornato per dirgli che davvero è persona importante, e così, la fragilità si sente amata, quasi coccolata. Tommaso pronto «a morire con Lui» (Gv 11,16), nella sua fragilità, ha sperimentato l’Amore e in questo, è nostro precursore.
Come facciamo ad attraversare la Pasqua senza mai sentirci attraversati dal dubbio sulla Ri-surrezione vittoria sulla morte. Il dubbio – se lo avvertiamo, se lo proviamo, se lo viviamo – non deve essere interpretato come il segno di una fede che sta crollando. Piuttosto lo dobbia-mo salutare come segno che la nostra è fede viva anche se sofferta, e non fede euforica o scontata. Tommaso che è un po’ il capostipite di chi dubita, è anche colui che ci dice che c’è comunque una possibilità di aprire il cuore affinché l’esitazione non ci paralizzi di fronte al linguaggio crudo della Pasqua che ci consegna però, la verità profonda della Vita oltre la mor-te. Ecco perché Tommaso è il segno, il testimone, l’icona di chi vuole superare davvero la not-te; è colui che una volta incontrato il Risorto, cambia completamente il proprio linguaggio e dice Tu sei il mio Signore, il mio Dio che ha vinto la propria morte per sciogliere anche la mia. Ci dobbiamo fidare? Sì, è il Signore stesso che ce lo dice, sono le piaghe, i segni della sua sof-ferenza a convincerci che quella morte drammaticamente vissuta non ha l’ultima parola. Il dubbio ce lo porteremo sempre dentro di noi perché la fede conosce anche questi frangenti, convive con momenti di perplessità, ma grazie a Tommaso riusciamo ad avere l’ultima beati-tudine dal Signore che dice: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Solo così la Pasqua può entrare nella nostra vita per abitarla. C’è davvero luminosità nell’Amore che persuade, ecco la Pace augurata da Gesù, il senso profondo di quel dono in-credibile della bontà e della profondità dell’amore di Dio che continua ad essere la nostra ri-sorsa più importante. Oggi Gesù viene per noi, viene nelle nostre catacombe di fragilità e di segregazione a causa del malefico virus; viene ad augurare la pace al nostro cuore intristito, viene per celebrare con noi, l’evento straordinario di ogni domenica: l’incontro con il Risorto, così che anche noi possiamo dire: «mio Signore e mio Dio!».

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