III Domenica di Pasqua – Anno A
At 19,1b-7; Sal 106; Eb 9,11-15; Gv 1,29-34
«Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre» (Sal 106), sono parole di invito a celebrare e a riconoscere la grandezza della Pasqua di Gesù, l’Amore totale e definitivo che Dio Padre ha riversato su noi. Siamo consapevoli della nostra fragilità e la nostra esperienza è lì a dimostrarcelo, e tuttavia con umiltà, proprio perché viandanti totalmente impreparati, avvertiamo forte il desiderio che il Signore si faccia ancora viandante con noi discepoli sprovveduti che - partiti da Gerusalemme cioè dall’amore inestimabile della Pasqua del Signore Gesù – ci troviamo a percorrere la strada della vita come testimoni fra dubbi e delusioni che ci assalgono per non lasciarci vincere dal pessimismo. Allora piace pensare che, anche in questo tempo sospeso in cui non abbiamo l’opportunità di incontrarci nelle celebrazioni domenicali, la Parola di Dio incoraggi ancora di più i cercatori di Dio. La mensa della Parola infatti, fa sperimentare come non solo si verifichi la crescita nell’intelligenza di un sapere, ma si rafforzi il desiderio di incontro personale con Gesù. Se ci rifacciamo agli del Libro degli Atti, possiamo notare come gli abitanti di Gerusalemme, dopo aver udito il discorso di Pietro che annunciava loro la Pasqua di Gesù Cristo, «si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37). È lo stupore di avvertire qualcosa che prima non avvertivano e che adesso squarcia dall’interno il loro cuore, tanto è poderoso luminoso e ricco, l’annuncio che chiede loro un cambio di passo, una direzione nuova da dare alla propria vita.
Allora proprio per questo, mi piace il testo del Libro degli Atti degli Apostoli proposto questa domenica, in cui vedo espresso bene il sincero desiderio di aprirsi alla buona notizia del Vangelo. Paolo è arrivato ad Efeso e incontra un gruppo di simpatizzanti; sono entusiasti, si dichiarano discepoli, ma non hanno incontrato lo Spirito, la grazia scaturita dalla Pasqua di Cristo; la loro è solo un'adesione morale, hanno solo ricevuto il battesimo di Giovanni che esortava alla conversione e alla revisione di vita. Dicono: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo», come un dire “noi tante cose non le sappiamo”, ma abbiamo il desiderio di entrare sempre più profondamente nel dono che la grazia della Pasqua del Signore Gesù consegna. Matura il desiderio che permetta loro di riuscire non tanto a abbracciare un qualcosa solo dal punto intellettuale che appartiene esclusivamente alla ragione, quanto il comprendere, cioè contenere, riuscire a trattenere quale elemento costitutivo e integrante per le proprie vite, il Dono dell’amore vero che salva. Emerge dal testo che non basta soltanto conoscere perché gli altri te lo hanno detto, ma occorre che il desiderio porti all’incontro reale con Gesù, dono sempre da riguadagnare e da riconquistare in modo nuovo.
La grazia del dono della Pasqua di Gesù, lo Spirito Santo, accende il desiderio, trafigge il cuore e rende possibile l’essere cercatori di Dio semplici che ancora riescono a stupirsi per le parole che ascoltano e hanno il cuore teso come il profeta che dice: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati» (Is 50,4), proprio perché quell’ascolto non venga meno. Questa è la traiettoria che attraversa tutto il nostro vivere, ed è traiettoria che, se accolta, illumina e innerva ogni esistenza. È stato così per l’immensa moltitudine di uomini e donne che lungo il corso dei secoli hanno camminato sostenuti da questo desiderio. E il vangelo che ci viene proposto, mostra la maniera sorprendente del Battista di additare Gesù chiamandolo «L’agnello di Dio». È termine che viene da lontano e che trova la sua radice più vera nell’Esodo, nella notte vera dell’Esodo; ed è espressione che ormai Giovanni Battista ha maturato nel suo cuore e tuttavia, indicare così Gesù a tanti che lo stanno incontrando per le primissime volte, sorprende. Ma ci fa bene sentirlo perché subito dopo Giovanni dice «io non lo conoscevo».
Conosceva Gesù nella profezia, ma non ancora in un legame diretto con Lui, eppure si è messo più profondamente in cammino. Giovanni Battista è colui che manda a chiedere al Maestro: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3), e tuttavia infonde nell’animo di chi lo ascolta, il desiderio di avvicinarsi a Gesù, come un dire: avvicinati, guarda che Colui che accogli merita di essere conosciuto molto più da vicino. Merita perché è «l’agnello di Dio» che toglie il peccato del mondo. Il peccato al singolare dunque, quello che racchiude i mille gesti di fragilità con cui continuamente laceriamo il tessuto della nostra vita e ne sfilacciamo l’originaria bellezza. È la radice malata che inquina tutto, è il disamore che porta all’indifferenza, violenza, menzogna, chiusura che trascina alla frattura con il Padre. Gesù viene come Colui che guarisce il distacco; è la piena, esplicita e definitiva rivelazione del mistero della salvezza svelato dalla sua Pasqua e che oggi possiamo contemplare e accogliere nella sua pienezza. Ecco la missione di Gesù: battezzare in Spirito Santo, immergere gli uomini in questa potenza d’amore e separarli da tutto ciò che è male e peccato: «Ecco colui».
Ecco l'agnello, inerme e tuttavia più forte di tutti i potenti. Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica; viene l'Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso, il suo cuore dentro il nostro cuore per fissarlo sulle nostri croci. E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia il Dio che dimentica se stesso per ricercare la pecora smarrita, un bambino, un'adultera e che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione. Eccolo, c’è! Non è una teoria né poesia; è presente in mezzo a noi in questa pestilenza in mezzo ai contagiati ed immuni. Allora se noi capiamo fino in fondo che anche adesso stiamo incontrando veramente Gesù «Uomo che è avanti a me, perché era prima di me» come ci ha detto Giovanni Battista, noi possiamo davvero chiedere «Resta con noi, perché si fa sera» (Lc 24,29), per vincere anche questo senso di vuoto che tende a smorzare il desiderio.
Abbiamo solo cominciato ad accostare la ricchezza della Pasqua ed è bello viverla così questa stagione sentendoci un po’ tutti ancora sprovveduti nei confronti del dono del Signore, ma sufficientemente appassionati per dire: voglio incontrarti ancora Signore. Siamo e ci sentiamo molto piccoli e deboli nelle difficoltà nelle quali ci troviamo a vivere, ma abbiamo la possibilità di ringraziare il Signore per quello che ha fatto e continua a fare per noi. Il salmo con il quale abbiamo aperto è preghiera del povero che riconosce di ricevere la salvezza; per questo vive sempre tra la supplica e il ringraziamento, e se anche noi facciamo nostra questa preghiera, anche noi possiamo assaporare aspetti nuovi, cogliere la vera sostanza della relazione che c’è tra il Padre e noi resi figli nel suo Figlio Gesù, perché il Padre «ha saziato un animo assetato, un animo affamato ha ricolmato di bene» (Sal 106). Penso che davvero questo sia il collante che aiuta il nostro cammino in questo tempo chiamato sospeso.
