IV Domenica di Pasqua – Anno A
At 6,1 -7; Sal 134; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18

Giornata per le Vocazioni

Parola da accogliere, Parola che presenta l’icona per eccellenza: Cristo buon pastore a cui fare riferimento; Parola che arriva a tutti nella loro diversità di vissuto e situazione, Parola che suscita passione cui dare volto; Parola di speranza in Gesù presente in mezzo a noi ora e qui in questo momento difficile che presenta tratti vacillanti pieni di separazioni e silenzi. L’immagine di Cristo buon pastore che guida la liturgia odierna, è immagine molto cara e molto bella; è immagine che da subito ha reso evidente la vicinanza di Dio in Cristo Gesù alla nostra fragilità. Già Isaia mostra la venuta di Dio nel suo Pastore: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11), e questo prima ancora di presentare la figura del Servo Sofferente. Perciò, ogni persona avverte il bisogno di guardare a Lui e da Lui ricevere aiuto.
Certamente l’iconografia già dai primi secoli del cristianesimo, ha contribuito moltissimo a fissare in modo visibile la figura di Cristo buon pastore, e un’immagine fra le tante che ho ancora presente è certamente quella del mosaico che si trova nel mausoleo di Galla Placidia in Ravenna vicino alla basilica di san Vitale, cattedrale dei mosaici. Ci mostra, nella tenerezza dei tratti, quanto il Vangelo di questa domenica ci va rappresentando: Cristo pastore che si intrattiene con le pecore che dimostra di conoscere molto bene. In quell’immagine emerge tutta la sensibilità della relazione; si può osservare descritta anche la tenerezza di quel rapporto nel tocco di una carezza. Sono immagini che servivano alla gente povera ed illetterata di poter conoscere alcuni passaggi della Bibbia, ma sono immagini anche per l’oggi che servono a noi, uomini e donne del terzo millennio, come rimando immediato e diretto, all’amore che Dio ha nei confronti di tutti in Cristo Gesù. Se quell’immagine ci fa tenerezza e richiama alla nostra mente scene bucoliche come i prati verdi e i pascoli, tuttavia - se ci pensiamo bene - parlare di pastori e di pecore nella realtà dei tratti della vita, è altra cosa perché le pecore non hanno un odore buono.


Per accettare l’odore delle pecore, per portarselo addosso, bisogna essere innamorati di quel mestiere perché essere pastore vero, non è cosa facile. È un’attività dura fatta di transumanze, un’attività avvolta spesso da climi avversi che prevedono pernottamenti all’aperto in notti che a volte sono fredde; è una operosità che a volte richiede repentine ritirate dal pascolo per sfuggire a pericoli veri come i lupi; il pastore poi, deve fare i conti con la solitudine che lo porta ad essere lontani dalla propria casa e dai propri affetti, e nonostante queste difficoltà, Gesù ci dice «Io sono il buon pastore». Vuole arrivare alla storia di ciascuno di noi per accompagnarla, ed è bello che per dirsi pastore, Gesù faccia riferimento al conoscere: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Conosce il nostro odore fatto di mille contraddizioni e di tanta fragilità, ma Lui si fa carico anche di questo per rendere il nostro cammino più sicuro. E se torniamo un poco indietro all’inizio del capitolo, Gesù ha questa bellissima espressione: «le pecore ascoltano la sua voce: [il pastore] chiama le sue pecore ciascuna per nome […] e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,3-4); la sua voce è a noi famigliare, ma anche la nostra voce è a Lui famigliare. Tra Gesù Cristo ed i suoi esiste una comunicazione interpersonale altissima perché Gesù conosce la voce di ognuno.
Se ci pensiamo bene la voce è unica, inconfondibile, fa apparire il volto di chi ci parla anche se non lo vediamo e il suo tono può risuonare incoraggiamento oppure richiesta di ascolto. Gesù ci dice “ti conosco nella tua voce quando ti rivolgi a me” per questo ci dobbiamo sentire ciascuno al centro del suo cuore di Pastore Buono. Non è Buon Pastore soltanto perché ha accolto e accoglie le nostre povere vite, ma è Buon Pastore perché quelle nostre povere vite, le ha difese e tuttora le difende. Ha fatto dono di sé, della sua vita per tutti; la Pasqua di Gesù che ha riversato l'amore infinito del Padre su tutta l’umanità è sempre all’opera, sta accadendo qui e ora per ognuno di noi che ci sentiamo in ricerca e in cammino. Cristo dona la sua vita fino a perderla, ma è il suo modo di riguadagnarla per sé e per tutti: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), un dirci “lasciati prima di tutto amare da Dio”. È Amore del buon pastore che viene incontro, ci diceva il Vangelo di domenica scorsa (Gv 1,29), Amore che in ogni frangente supera le nostre aspettative nonostante noi stessi. Quante volte schiacciati da pesi insopportabili, abbiamo trovato conforto nelle parole del salmista: «Il Signore è il mio pastore non manco di nulla» (Sal 22,1). Tutti siamo cari, preziosi al Signore: «e ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare»; un gregge di pecore che cresce sempre più affinché tutti «Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Tra pastore e gregge non può esserci separazione, ma l'unità tipica del Corpo di Cristo che è la Chiesa, nella quale siamo entrati non per i nostri peccati, ma per la grazia del suo amore, del suo perdono.
È questa con questa certezza che fa dire a Paolo: «Non c’è più distinzione tra Giudeo e Greco», la Pasqua ha fatto saltare definitivamente tutti i confini, non più noi sì e voi no (caratteristica del Paolo fortemente Giudeo richiamata in Fil 3,4-6). La Pasqua mostra i suoi frutti già dalle prime comunità cristiane, la Pasqua è davvero incontenibile, non riesci a fissarla entro un recinto, è per sua natura senza confini e Paolo lo rimarca con forza: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato». Ma perché questo accada veramente nel cuore e nella vita di uomini e di donne, occorre che qualcuno parli loro di Gesù, racconti Gesù testimoniando il Vangelo. Come dice il titolo di questa domenica, oggi noi preghiamo anche per le vocazioni: siano esse davvero passioni sincere avvertite come servizio e come dono da custodire nella sua bellezza anche se questo costa fatica. Allora che cosa è la vocazione se non avvertire l’urgenza di questa chiamata che indistintamente è affidata a tutti? Certo, Paolo se ne sente interprete e protagonista perché «Apostolo per vocazione» (Rm1,1), ma si avverte bene che non trattiene per sé, come se fosse solo privilegio suo, qualcosa che è per tutti. Il compito di parlare di Gesù e consegnare il Vangelo testimoniandolo e vivendolo nella propria vita, non è solo dell’Apostolo o prete o diacono o religioso, ma è compito di tutti affinché a tutti si apra davvero la splendida condizione che «chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato». C’è come una sorta di contagio nella chiamata alla testimonianza; se è vero come è vero che il Vangelo riempie la nostra vita, pur con tutta la fragilità e la fatica, dobbiamo aver cura del Vangelo affinché riempia la vita anche dell’altro. Ci vorrà tempo? Si, tutta la vita sapendo fin da ora che, in fondo, non ci basterà neanche quella per raccontare l’amore e la bellezza del “Buon Pastore”.

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