PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA - ANNO B
Os 6,1-6; Sal 50; Gal 2,19-3,7; Lc 7,36-50
È bello sentire che il Vangelo ci mostri come il Signore abbia in sé uno Spirito libero, co-me il Signore sia veramente capace di scontrarsi contro quelle leggi fatte di pregiudizi che per anni e anni si sono date per assodate. L’incontro straordinario nella casa di Simone, oggi ce ne dà conferma. Simone, un Fariseo integerrimo rispettoso della Legge e della tradizione ebraica fino alla virgola, invita Gesù a un banchetto e nel corso di questo banchetto succede l’imprevedibile. Una peccatrice, un’adultera entra nella casa di un uomo giusto e va a toccare Gesù e Gesù non la evita, la lascia fare. La misericordia di Gesù, si sa, è il filo rosso che guida tutto il vangelo di Luca, e in questa pagina che conclude il capitolo, la misericordia che ci viene mostrata è per tutti e non solo nei confronti della donna. Simone infatti pensa, non dichiara, tiene per sé la frase di disapprovazione riguardo al comportamento di Gesù reso – a suo giudizio – immondo dal contatto con la donna peccatrice: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!» (Lc 7,39). Ma Gesù sa come nel cuore del fariseo alberghi un sentimento di condanna per quella donna peccatrice, e come quel sentimento, per il fariseo, rappresenti un senso di giustizia apparente che copre invece il peccato di mormorazione che è dentro Simone che attende di essere rivelato e bruciato dalla misericordia di Dio. Lo ha invitato a pranzo solo per avere risposta a dubbi a proposito della legge, non ha dubbi a proposito di se stesso.
La misericordia di Gesù è quella di operare nel cuore del fariseo un movimento deciso come quell’invito fatto dal profeta nella prima lettura: «Venite, torniamo al Signore; egli ci ha straziato ma ci guarirà, ci ha percosso ma ci fascerà. Ci ridarà la vita dopo due giorni, il terzo giorno ci farà rialzare e vivremo alla sua presenza» (Os 6,1). È vero, in questo passo il profeta incoraggia Israele a ritornare nella misericordia di Dio; ma Gesù – e questa è l’impresa audace che egli tenta – incoraggia il fariseo a sperare nella misericordia di Dio, lo invita a rivolgersi a Lui per la prima volta sinceramente.
La pagina evangelica ci interpella, dovrebbe metterci nel cuore la domanda “Che rapporto ho io con Dio”, sono forse anch’io un fariseo? Perché anche per noi il rischio vero che corriamo è quello di continuare a giudicare tutto e tutti secondo la nostra giustizia, tenendo questi pensieri fissi nel cuore, e se avvertiamo che Dio è buono con tutti, questo ci dà fastidio. A correggere questo nostro sentire, ci viene proposta la figura della donna: lei davvero si riconosce bisognosa di perdono; anche lei non pronuncia parole non cerca di giustificarsi, tutto rimane nel suo cuore, sono le sue azioni a invocare la sua giustificazione. La giustizia dice san Paolo nella seconda lettura, non nasce dalle opere buone che noi facciamo in obbedienza alla Legge; la giustizia nasce dalla fede e dalla fiducia riconosciuta al Vangelo che è Gesù misericordia di Dio Padre. E sappiamo che i miracoli che sconfiggono la morte e la malattia esaltano la folla; il miracolo che rimette il peccato, invece, scandalizza, risulta un abuso di potere. Qui Gesù affonda la spada della sua parola che vuole svelare quello che c'è nel cuore dell'uomo.
Un'operazione dolorosa che si mette a servizio della misericordia. Il vangelo non ci dice se Simone continua a rimanere chiuso nel suo perbenismo, nel suo continuo appellarsi alla legge che lo porta a giudicare e ritenersi uomo giusto, perbene; l’insegnamento radicale che ci propone è il modo nuovo di vivere la nostra relazione con gli altri. Non dobbiamo cercare di stare a galla forti dei nostri pregiudizi, dalle nostre convinzioni di giustizia; ma tutti noi, io per primo, dovremmo chiedere: “Signore io non guardo volentieri i miei peccati, forse sono convito di non averli neanche commessi, ma tu guarda dalla mia parte e aiutami a confessarli”. Operare quindi una conversione, credere nella possibilità di sentirci dire come per la donna del Vangelo, «I tuoi peccati sono perdonati» (Lc 7,48); perché la donna del vangelo etichettata peccatrice, è una donna amata che viene indicata: «Simone, vedi questa donna?» (Lc 7,44), non gli dice “vedi questa peccatrice”, essa conserva tutta intera la sua originale dignità. Gesù salva la persona, la guarda e invita Simone a guardarla come Lui la guarda.
Se mi lascio guardare da Gesù, mi sento amato e non punterò più il dito e non chiamerò più “quella là o quello là”, e non dirò più quello che ha fatto, ma mi metterò in cammino con loro che, come me, tante volte fanno fatica e sentirsi dire da Gesù «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!» (Lc 7,50). Non è quindi il perbenismo o il sentirsi a posto che salva, ma la fede. Fede che è questa relazione d’amore con un Tu che ci rende liberi, relazione che ti rimette in piedi quando cadi, relazione che non ti fa sentire un figlio tagliato fuori. Allora la logica dell’amore è sentire dentro di me, quasi in ogni istante della mia giornata, lo sguardo di tenerezza che Gesù prova per tutti noi. Chiediamo al Signore che ci dia questa fede viva che consente di confessare con schiettezza, senza timore di essere disprezzati, i nostri peccati e di conoscere la grandezza della Sua misericordia per non disperare di poter ritornare alla Sua presenza.
