Ascensione del Signore Gesù Cristo
At 1,6-13a; Sal 46; Ef 4,7-13; Lc 24,36b-53

È passato molto tempo da quando abbiamo celebrato tutti insieme la santa Messa alla fine di febbraio. Era la domenica detta del perdono che doveva aprirci al cammino quaresimale, poi il tempo è diventato sospeso e il cammino quaresimale lo abbiamo vissuto tra le nostre mura domestiche, e sempre lì abbiamo anche celebrato la risurrezione di Cristo e camminato fino ad oggi in questo tempo di Pasqua. Oggi riprendiamo il nostro cammino insieme e lo riprendiamo celebrando un congedo. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Verrà, tornerà; l’ascensione di Gesù ha in sé la promessa del suo ritorno, ed è bello notare come quel momento di distacco i discepoli non lo vivono come uno sciogliere le righe per tornare ognuno alle proprie occupazioni precedenti la chiamata di Gesù, no! tornano a Gerusalemme forti ormai di una passione comune che continuamente convoca. Ci dice Luca che i discepoli rientrano a Gerusalemme in quella «stanza al piano superiore dove erano soliti riunirsi», e vi ritornano non da sconfitti e zittiti, ma tornano per fare memoria di Lui, quando in quella vigilia indimenticabile della Passione a tavola con Lui condivisero quel pane e quel vino preludio di una Pasqua cruenta che li avrebbe rigenerati; ritornano lì per cominciare a vivere una solidarietà forte, ritornano lì per ripartire.


È pagina, quella degli Atti, che ha in sé un forte sapore di rinascita perché quel Volto e quelle Parole adesso le hanno scolpite nel proprio cuore e non vogliono disperdere un dono così grande. Davvero è inutile alzare gli occhi verso il cielo per cercare il Signore Gesù Cristo, perché basta aprirli sulla memoria di quel Pane e di quel Vino condiviso che condivideranno ancora perché lo sanno vivo per sempre e accanto a loro. L’ascensione non chiude la grande avventura dell’Incarnazione, ma la porta a compimento nel suo dispiegarsi nella storia. Paolo nella sua lettera agli Efesini, ci dice che questa “pienezza” che si riversa dal cielo al quale Gesù è asceso, diventa realtà storica tutti i giorni, si materializza nella vita di tante persone, in una varietà di ministeri che sono tutti al servizio di un unico scopo: quello di «edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo».
La risurrezione è per tutti un mistero difficile, gli stessi Apostoli non furono immuni da questa difficoltà: «Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma», ma il racconto del Vangelo vuole dirci che, per capire la vita del Risorto, non dobbiamo sforzarci di immaginare come sia la sua “nuova” esistenza, quanto piuttosto abbracciare la missione che quella “nuova” vita ci chiede. Un fare concreta memoria di Gesù e del suo essere stato Uomo tra gli uomini; una testimonianza che faccia riferimento alle sue parole e ai suoi gesti, ma anche riferimento alle ferite delle sue mani che hanno accolto tutti, e alle ferite dei suoi piedi che tanto hanno camminato per accompagnare i passi degli uomini. Allora, il Vangelo ci dice che per incontrare veramente Gesù risorto, occorre riuscire ad abbracciare anche la sua croce, non per farla sparire, ma per superarla.
Cristo risorto, che sfugge alla nostra condizione umana, ci chiede di agire così quando apre la nostra «mente per comprendere le Scritture», affinché anche noi unendoci al suo operato, potremo unirci a Lui nella casa del Padre. Infatti, Colui che è disceso sulla terra come Parola definitiva, ora ritorna al Padre dopo aver compiuto ciò per cui è stato mandato (cfr Is 55,10-11), ossia la nostra salvezza mediante la sua Croce. L’ascendere al cielo di Gesù dopo che è disceso nella nostra storia (ma è meglio usare il termine di Paolo che dice che Gesù si è svuotato della sua divinità cfr Ef 2,6-7), ci dice in modo indubitabile che la polvere della Galilea, che ha segnato la sua vita di vero uomo, è là insieme a Gesù sempre ed eternamente nella Trinità e non può essere qualcosa che accade fuori dalla Trinità, per questo non si perde proprio nulla di Gesù: dall’inizio della sua vita terrena e per l’eternità, Gesù rimane la presenza più viva della nostra vita.
E l’ascensione di Gesù al cielo, ci dice ancora Paolo usando una bella immagine, è proprio per «riportare i prigionieri a casa». E questo «Portare con sé», Gesù lo completa congedandosi con un’ultima carezza: una lunga benedizione sospesa in eterno tra cielo e terra che è davvero un lascito di grazia. La benedizione infinita che ci lascia, rimane tra cielo e terra e si stende sulla storia inte­ra, su ogni persona; è trac­ciata sull'uomo caduto per assicurare alla Vita vera, quella che non conosce tempo, tutte le sue ferite.
Ci troviamo dunque nella traccia di Dio per vivere l’esperienza della nostra chiamata pur sentendoci dentro una mancanza che però non è assenza. Siamo nella traccia di Dio e questo tempo è il tempo dell’attesa; ognuno di noi lo vive con la propria storia come caparra, proprio perché quel vuoto che sentiamo, è lo spazio del nostro desiderio di Dio. Non è ancora Dio, ma è la domanda di Dio; è apertura all’Infinito, è il desiderio profondo che ci tiene in vita. Ed è esattamente in questo tempo dell’attesa, in questo nostro essere in cammino in cui ancora sperimentiamo fatiche e sofferenze, che lì e ancora lì, Gesù si fa presente.
Stranamente possiamo affermare che l’ascensione è la solennità della nuova presenza di Gesù. È mutata nella forma: Gesù non è più percepibile ai nostri occhi come persona fisica, ma è in mezzo a noi a condividere i nostri giorni con la sua Parola proclamata, con il Pane spezzato, nei sacramenti celebrati, nell’uomo povero, indigente o profugo che possiamo quotidianamente incontrare. Signore continua a benedirci, continua ad accompagnarci, ci sentiremo meno soli, meno sfiniti nella fatica; continua a benedirci Signore e la strada ci farà meno paura, e il nostro cuore si sentirà accarezzato dalla Tua parola.

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