Domenica di Pentecoste
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20
«Quando mostrerò la mia santità in voi – dice il Signore – vi radunerò tra le genti e vi darò un cuore nuovo» (Cfr. Ez 36, 23-26), ci fa cantare la liturgia dopo il Vangelo e la Pentecoste è davvero il compimento di questa profezia. La Pasqua non può darsi senza che la Pentecoste abbia il suo corso, è da sempre nel disegno eterno del Padre. Lo Spirito sarà come legge scritta nel cuore e sarà legge che istruisce su come proseguire il cammino iniziato al seguito di Gesù. Pentecoste quindi come liberazione da complessi di fragilità che riempiono la vita di molti cristiani. E sulla Pentecoste potremmo dire tantissime cose e tutte belle e preziose, ma dobbiamo saper gustare anche personalmente la ricchezza dei doni che il Signore ci mette nel cuore con la sua Parola.
La parola del Signore dà casa a tutti. Casa vuole dire clima amico che fa sentirsi accolti anche se le provenienze sono le più diverse per etnia, cultura, religione, linguaggi e tradizioni. Il testo di Atti dice proprio questo: «ciascuno [dei presenti] udiva parlare nella propria lingua», la parola degli Apostoli. Il dono dello Spirito è dono che convoca all’ascolto della Parola che finalmente si riesce a comprendere e insieme, fa provare la gioia di vedere che anche l’altro - totalmente diverso da te - per provenienza, cultura, etnia, religione o tradizione, comprende esattamente come comprendi tu.
È Parola che dà casa a tutti e che mostra a tutti come le differenze non possono essere un ostacolo che impedisce il suo ascolto. Questa è la Pentecoste, il contrario della Babele che ha in sé una fierezza insuperabile che porta gli uomini a non comunicare più tra loro perché non si capiscono più. A Babele (cfr Gen 11,1-9), è sì stata costruita una città forte con una torre possente ed eccezionale, ci si è chiusi e si è persa la casa, si è persa la possibilità e la gioia di comprendersi e accogliersi. La Pentecoste ricompone questa possibilità. Cos’è che ci fa sentire casa? È la Parola che non è monopolio di nessuno perché dono per tutti, e la casa è il Vangelo di grazia per tutti. Qui le differenze si ricompongono; è vero, rimangono le diversità, ma non sono un impedimento per stabilire una verità di rapporti, una condivisione di destino, un’avventura comune. È la sfida reale anche dei nostri giorni che il mondo e la storia pongono e che il Signore domanda alla propria Chiesa. Ed è bello che il testo degli Atti inizi proprio con l’annotazione del momento della giornata: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste». Quando il vespero arriva e i colori tendono a confondersi un po’ come i nostri pensieri, quella sera è illuminata da un dono.
Allora è bello riconoscere che in qualsiasi momento della nostra vita quando magari qualcosa di toccante e di sofferto o qualcosa di grande e di forte che si è vissuto sembra davvero quasi catturarci fino a farci soccombere, ricordarsi di questo avvenimento aiuta a chiedere che lo Spirito del Signore risorto, possa scendere anche per noi, per me, per ciascuno dei nostri cari, dei poveri con cui camminiamo, della gente che soffre. Appunto, come quella sera, quando tu Signore hai riempito di fuoco e di vento quel Cenacolo. E Paolo ci vuole far scoprire il modo di camminare. C’è una chiamata a formare l’armonia comune del corpo di Cristo, pur nella diversità di doni e carismi. Paolo sta scrivendo alla comunità di Corinto che è una comunità turbolenta, difficile, piena di vita e di vitalità ma anche piena di difficoltà, di contrasti, di disunioni; e proprio in una situazione così impegnativa e difficile, Paolo dice che la Pentecoste non consente di ragionare come se non fosse successo nulla: «Fratelli, non voglio lasciarvi nell’ignoranza […] nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: «Gesù è anàtema!»; e nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo».
Troviamo che questa affermazione consegni a noi la serenità di poter intraprendere un cammino pur rimanendo nel nostro piccolo, potremo dare il nostro sì di solidarietà, avere parole per l’altro e avviarsi con lo spirito di bellezza, della cordialità che è il contrario dello stordimento. Il Signore continua a consegnarceli i doni, così che potremo a nostra volta, mettere in comune l’apporto di amore, di verità, di gratuità sincera, di cuore accogliente, di misericordia. Paolo ci sollecita così, e anche se la riflessione dell’Apostolo è molto più ricca e teologicamente più profonda, sullo sfondo sta che, anche in contesti poveri quando ci si mette in gioco con la ricchezza di doni ricevuti dal Signore, la vita cresce, qualcosa germina, qualche situazione diventa più vivibile e più bella e tutto questo è importante riconoscerlo come dono e come grazia.
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre», questa è la relazione profonda dono che il Padre ci dà perché amiamo Lui e amiamo la sua parola. È la condizione di accoglienza che ci permette di avere il dono dello Spirito e quando lo si accoglie nel cuore, si ha proprio voglia di amare Colui che ce lo ha regalato. Non solo, l’amore che scende nei nostri cuori e che ci fa sentire amati da Dio in Cristo Gesù, permette poi a sua volta l’amore degli uni verso gli altri, e questo è il Vangelo che comincia ad essere vissuto. Grande dono lo Spirito Santo, Egli ci mette sulle labbra e nel cuore la preghiera vera che invoca, ci parla del Signore Gesù, tiene vivo in noi tutto ciò che il Signore ha fatto e ci guiderà alla verità tutta intera. Allora è bello pensare lo Spirito Santo come un abbraccio che ci fa vivere l’esperienza più bella che una persona possa provare. Non è una semplice forza fuori dal mondo, ma è Colui che entra nella storia per mostrare a tutti il volto di Dio che è Gesù Cristo.
È come se Gesù ci dicesse: “Vi mando l’abbraccio del Padre che starà accanto a voi” e se voi lo accoglierete, voi potrete entrare nella verità, non meno di questo. Ecco, lo Spirito Santo, lo Spirito della verità, Colui che ci guiderà alla verità tutta intera, scende. E scende tutte le volte che ci troviamo insieme a celebrare l’Eucaristia, ogni volta è una Pentecoste: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi», ci dice Gesù. Con il suo Spirito vuole essere ospite dell’anima, stare nel profondo, nel cuore, dove albergano le emozioni, le convinzioni, le decisioni. Lui è Colui che suggerisce l’invocazione vera, il rendimento di grazie, la celebrazione della lode, la domanda umile e sincera di una vicinanza, di un perdono, di una pace. Se lo preghi ti accorgi quanto sia presente. Se non lo preghi e non lo chiami per nome, può passare anche del tutto inosservato. Apriamo il nostro cuore al desiderio di riceverlo nelle nostre piccole esistenze affinché diventi per noi sostegno nelle nostre fragilità e nelle nostre fatiche, perché quando le parole sono solo le nostre, è allora che rinasce Babele.
