Solennità della SS. Trinità – Anno A
Es 3, 1-15; Sal 67 (68); Rom 8, 14-17; Gv 16, 12-15
«Veramente tu sei un Dio misterioso, Dio di Israele, salvatore» ci dice il profeta Isaia al capitolo 45, e parlare del mistero della Trinità è sempre difficile. Non possiamo spiegare quello che è un mistero e che tale rimane, possiamo però chiederci quale sia il nome del Dio misterioso e salvatore e ascoltare come Lui risponda alla domanda che sempre alberga nel nostro cuore. E per sé è una domanda bella, legittima e affascinante, ma che non nasce improvvisa nel nostro cuore perché è domanda che la Scrittura stessa pone. Come la filigrana innerva la carta preziosa, così questo interrogativo lega tutto il testo di Esodo che oggi la liturgia ci propone; non c’è però una risposta immediata che risolva il quesito da parte di Dio. Piuttosto il suo nome Dio ce lo presenta dichiarando ciò che ha operato e ciò che continua ad operare affinché il cuore sia chiamato in causa. Dio rivela che il suo nome è la sua storia con noi, per questo è un nome bello, un nome grande; la storia di vicinanza e di liberazione, è la storia di incontro e di comunione. L’inizio di grande fascino - il roveto che arde ma non brucia e Mosè che ha voglia di avvicinarsi - segnala in modo trasparente il desiderio di Dio di essere vicinanza e comunione con Mosè e tutto il popolo.
È vero, a Mosè viene imposto di fermarsi, ma non per escludere, quanto per riconoscere che Colui che parla è il Dio grande della storia e che quel luogo santo che adesso non può essere calpestato, poi sarà luogo santo al quale convergeranno tutti: «Ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me» (Es 19,4). È preludio di altro luogo santo: il luogo della Croce e dell’effusione dello Spirito che tutti chiama e convoca: lì è presente la Trinità. «Questo è il mio nome per sempre», chiude la pagina dell’Esodo che è insieme densa di mistero ma che ha anche una grande capacità di coinvolgimento. Dio alla richiesta di Mosè, si mostra per quello che è; conserva per sé tutto il suo mistero, e tuttavia, manifesta la sua bontà nell’accogliere il grido di sofferenza del suo popolo schiavo in Egitto e promette che - questo popolo adesso martoriato ed esiliato - lo condurrà tappa dopo tappa, dal deserto sino alla Terra Promessa.
Quando poi le parole si fanno concretezza nella storia di ognuno di noi, avvertiamo bene che queste sono tessuto vivo e generante. Paolo ci dice infatti che «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Finalmente la sintesi! Gesù ci aveva già incoraggiato a chiamare Dio con il nome di Padre (Lc 11,2), ora quella sintesi lo Spirito la rende fruibile a tutti. Abbà, Padre; è un nome breve che racchiude un rapporto, una relazione, apre lo spazio alla confidenza e alla famigliarità in modo così naturale che lo possiamo comprendere tutti. Il nome che si usa in famiglia, che esprime casa e accoglienza, è il nome di Dio. Abbà, Padre è il nome rivelatoci da Gesù, confermato in noi dallo Spirito Santo. È in forza dello Spirito Santo, lo Spirito del Risorto, che noi lo possiamo chiamare Padre, e, nello spazio della confidenza, affidargli nomi, volti, situazioni, dolori, attese, trepidazioni, speranze. Quante volte ognuno di noi ha pregato così, quante volte abbiamo parlato così a Dio, quante volte gli abbiamo affidato persone care, situazioni difficili. Per opera dello Spirito il nome di Dio lo pronunceremo Abbà, Padre; lo avremo sempre sulle labbra e nel nostro cuore, e lo pronunciamo anche oggi in questa Eucaristia: Abbà nostro.
Del resto, Gesù stesso pregava così: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato» (Gv 11, 41). Se riuscissimo davvero a raccontare Dio in questo modo prima di tutto a noi stessi, penso che ci basterebbe questo e non gli chiederemmo di rivelarsi oltre queste splendide pagine, perché se Dio fa così e si comporta così, non può che avere un nome grande, un nome indimenticabile. Per noi Dio è sì l’Altissimo, l’Eterno, il Principio, ma è soprattutto papà. Si caratterizza perché sta all’origine; Egli è la fonte, l’autore del progetto che recupera l’uomo alla sua dignità originaria e lo riconduce a casa. Egli precede ogni creatura e le ama in modo gratuito, le accompagna lungo tutta la loro storia e le aspetta alla fine come meta, come porto sicuro. Questa è la porta di ingresso del nostro ricordare la Trinità, essa apre immediatamente lo spazio all’ammirazione, alla confidenza, alla gioia e alla lode: «Di giorno in giorno benedetto il Signore: a noi Dio porta la salvezza» (Sal 67).
Dovessimo dipendere solo dalla spiegazione della teologia, credo che sul mistero della Trinità ci smarriremmo tutti, ma se ci affidiamo a Colui che ci ha parlato così del suo nome, allora il discorso sulla Trinità, diventa davvero qualcosa di più immediato. Né il Padre, né il Figlio, né lo Spirito nella vita trinitaria si attribuiscono gelosamente qualcosa, ma donano tutto se stessi l'un l'altro e ricevono tutto come dono l'uno dall'altro, per questo la nostra fede ci fa proclamare: “Credo in un solo Dio”. Noi ci fidiamo di questo Dio, solo a Lui affidiamo noi stessi; ha amato tutto di noi vivendo con noi. In Gesù, Dio ha assunto il nostro nascere, il nostro crescere, il nostro piangere, arrivando a sperimentare anche la finitezza della morte. Questa è la fede che ci consente di proclamarti o Signore, Padre, Figlio, Spirito Santo. È la fede che conduce le nostre scelte, che orienta il nostro cammino, è la fede che ci fa sentire figli a Lui cari, che ci fa vedere il Cristo nostro Signore salvatore e sorgente della vita. In fondo, la sola cosa che possiamo chiedere, è anche la sola che Dio può donare: Lui stesso, il suo Spirito, il suo amore. È dono questo che è vivo, attivo e sorprendente, ma che richiedono anche la vittoria del nostro egoismo e della nostra pigrizia. Il dono di Dio infatti, ci porta a donare; il Suo perdono ci induce a perdonare; il Suo amore ci rende capace di amare anche fino alla passione e alla croce.
