II Domenica di Pentecoste – Anno A
Gen 2, 4b-17; Sal 103; Rom 5,12-17; Gv 3,16-21
«Benedetto il Signore che dona la vita», è la risposta al salmo che dà voce alla umanità che vuole raccogliere speranze, ed è risposta vera al testo di Genesi che ci conduce proprio al momento sorgivo quando tutto ha preso inizio: il creato, lo scenario del mondo, i fiumi che irrorano la terra, e l’uomo. L'espressione del testo che emoziona di più e proprio: «l’uomo divenne un essere vivente», vivente per l’alito della Vita; inizia qui l’avventura dell’esistenza e in questo avvenimento ci collochiamo tutti ognuno con la propria storia, con la propria provenienza, con i propri volti, attese, fatiche. È come se in quella frase sia cantato l’inno che celebra il Dio della vita, e insieme celebrata anche la necessità di custodire il Suo dono in tutti i modi amandolo con tutte le nostre risorse più belle, più vere, più autentiche, perché quell’«alito di vita» trasmessoci come dono insuperabile per bellezza e profondità, in noi si fa fragile e bisognoso di cure. Se si perde di vista questo dono o ci si oppone, la vita si emargina fino ad annientarsi, perché la grazia immensa che ha dato origine alla storia della infinita moltitudine di uomini e donne nella quale possono amare, parlare, comunicare, vedere, gioire, condividere, è dono bello affidato alla libertà dell’uomo.
Allora si spiega l’invito forte: «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare». Veniamo da Lui, la vita ci è data da Lui, e affinché questa vita possa essere un valore amato e diventi cammino vero, siamo chiamati a non violarne l’ordine. Principio della sapienza è «il timore di Dio» (Pr 9,10), e la sapienza cerca sempre la via della vita mai la rovina, lo fa affidandosi al Creatore non volendo basarsi solo sulle proprie conoscenze, e questa è la maniera di percorrere la strada della vita per non rimanere delusi. La Sapienza divina scruta in profondità la "verità" di ogni cosa proprio perché gli uomini non abbiano più ad amare le tenebre più che la luce così che chi “non è condannato”, è in realtà un peccatore, assolutamente bisognoso di salvezza. È vero, la ragione ci dice che c’è profonda distanza tra Creatore e creatura, ma la fede afferma che non è una distanza che umilia, anzi, quella distanza genera desiderio di vicinanza che invita al cammino. Questa è la convinzione che se radicata nel cuore, aiuta tutti ad attraversare anni e stagioni della vita con quell’atteggiamento vero che fa dire a Sant’Agostino «Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te» (Confessioni), e questo segna la possibilità di comprendere il volto di Dio che chiamiamo Creatore.
E da Gesù, Colui che ci fa chiamare Dio con il nome di Abbà, Colui che non ne parla per sentito dire ed è il rivelatore definitivo e l’insuperabile narratore, da Gesù, Nicodemo ci va di notte. Non ha ancora la libertà di cercare il Signore alla luce, ma sente di averne sete profonda; va di notte proprio per separarsi, isolarsi, lasciare indietro gli sguardi degli uomini. Gesù regala a lui e a noi, parole indimenticabili. Già l’esordio è la chiave del testo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»; parole che pesano, parole che hanno una densità straordinaria, parole che ci riportano al gesto creatore degli inizi.
Quel “mondo” che racchiude in sé tutte le strutture di pensiero, di ingiustizia codificata, di religioni giustificanti la violenza del potere, quel “mondo” di cui Gesù stesso aveva detto: «Guai al mondo per gli scandali» (Mt 18,7), Dio lo riscatta per mezzo del Figlio unigenito. Il mondo riscattato è certamente il mondo intero, ma è riscattato anche il mondo della mia vita, della mia storia, il mondo dei miei affetti, il mondo delle mie relazioni. Dio ama talmente il mondo da perdere suo Figlio perché ogni suo abitante abbia la vita, e la croce del Signore è la terapia e insieme il giudizio di Dio e questo è decisivo per comprendere l’agire divino. Pensiamo che forza può avere nei momenti difficili della vita come quelli del dolore o nelle situazioni e momenti di decisioni ardue da prendere, poter raccontare a se stessi che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» perché non è un Dio che chiede, ma un Dio che dona. Il testo del Vangelo ci porta a riconoscere non soltanto il volto del Dio Creatore, ma il cuore del Dio Creatore, e riconoscere come Gesù, l’Unigenito, sia il dono più grande che potevamo aspettarci dalle sue mani perché dono che dà compimento alla creazione antica. È Gesù il Figlio che ci garantisce che Dio Padre non volgerà mai le spalle, è Lui che ci garantisce che non c'è uomo sulla terra fosse anche il più disgraziato, nel quale Dio non investa il suo amore: «la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti», ci dice Paolo.
Per tanti aspetti la sua pagina è drammatica, ma anche invito alla speranza; dice che c'è una invasione del male nella storia dell'uomo e quante volte ne facciamo l'esperienza. I segni del male attraversano i nostri giorni, i nostri contesti, i nostri cammini di libertà di uomini e di donne. Quando pecchiamo, quando facciamo il male, quando cadiamo nell'egoismo certamente il legame si rompe, si corrode. Paolo però ci rincuora dicendoci che c'è chi ha aperto il varco affinché la vita ritorni ad essere vita, e l'uomo ritorni ad avere quella dignità originaria ed essere quel dono che Dio ha voluto. Se è vero che noi siamo capaci di fare il male e sporcare la nostra vita, tu Signore questa nostra esistenza continui ad amarla, e noi possiamo rialzare gli occhi e non guardare più in basso umiliati dal peccato per sempre. C’è uno squarcio di futuro nell’inno alla vita che Paolo invita a considerare e avere sempre nel nostro cuore. Dio ci ha voluto viventi, quindi liberi di amare di cercare, di invocare, di conoscere, di accogliere, questa è parola che svela la condizione reale della nostra vita. Generati dall’amore di Dio, ci riconosciamo viventi perché ogni volta che una vita sboccia, ogni volta che un bimbo nasce, ogni volta che inizia l’avventura di libertà, la Parola di Dio si incarna e non è lontana da noi.
