IV Domenica di Pentecoste – Anno A
Gen 6,1-22; Salmo 13; Gal 5,16-25; Lc 17,26-30.33

È tappa, quella evocata dal testo di Genesi, che ci immette ormai definitivamente nella vicenda degli uomini. Il testo di Genesi ci descrive la desolazione grande per la corruzione che sembra non avere confini nella storia ormai inquinata dalla violenza, da depravazioni vere e proprie, da corruzione morale, e le dimensioni del male trovano ampiezza e continuità nel tempo su tutta la terra e fin nella profondità dei cuori portando alla perdita del senso profondo di Dio. E allo stesso tempo, sempre il testo ci rappresenta anche il cuore di Dio che soffre; il narratore descrive il contraccolpo sul Signore per questa situazione con tratti umani: «Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo». Il vedere come gli uomini siano capaci di distruggere il mondo con le loro stesse mani, provoca una potente fitta al cuore, e tuttavia prevalere in Dio il suo progetto salvifico di salvare il mondo per non perdere l’intera umanità a causa della malvagità irresponsabile di chi vive cercando solo il proprio piacere e il proprio tornaconto. È importante cogliere questa oscillazione perché i sentimenti di dolore e la voglia di far cessare tutto del Signore, che rimangono sullo sfondo, permettono l’emergere della di ricuperare e rinnovare l’alleanza con gli uomini salvaguardando e custodendo con ogni cura ogni piccolo frammento di creazione che non vuole soccombere al male: «con te io stabilisco la mia alleanza» disse il Signore a Noè che aveva trovato grazia presso di Lui.
È vero, avvertiamo anche noi di naufragare tanto ci sentiamo impotenti nei confronti del numeroso male che scorre nel mondo, e forse ancora di più rimaniamo sorpresi e impressionati nello scoprire che il male alberga anche in noi che non ci pensavamo così. Avvertire però che Dio, pur vedendo tutto ciò con la chiarezza che solo Lui ha non ritrae la sua promessa, il suo dono, la sua chiamata alla grazia, è per noi cosa veramente grandiosa. Non annienta la creazione, ma le consente un nuovo sviluppo. Il diluvio che seguirà a conseguenza del male, pur con tutta la distruzione che porterà, lo si deve leggere come un esodo, un passaggio dalla schiavitù del male alla libertà nel bene, ed è profezia di ciò che avverrà per il popolo di Israele attraverso il Mar Rosso prima, e poi per tutta l’umanità raccolta dalla Pasqua di Gesù Cristo. L’ascolto di questa pagina nonostante tutto ci rassicura; non dobbiamo mai sentirci abbandonati, sappiamo che possiamo riprendere il cammino anche se siamo consapevoli che il nostro fardello si è fatto via via, pesante e difficile. Dio vuole rinnovare l’alleanza e lo vuole fare con tutti noi che ci troviamo sempre nella tensione data tra l’allontanarci e l’avvicinarci, tra la corruzione e l’integrità di una vita di fede. Sono oscillazioni, ci dice il testo di Genesi, che continuano ad attraversare ed abitare tutte le stagioni della storia e noi non ne siamo esenti.


È l’incessante lavoro della purificazione della nostra vita che ci fa diventare davvero uomini e donne che, pur nelle loro fragilità, fatiche, contraddizioni e discontinuità, cercano davvero e con tutto il cuore il Signore, l’Evento unico che è Gesù Cristo. Egli ci fa entrare nella salvezza uscendo dalla condizione perduta del male e della morte: è l’Esodo della sua Pasqua. La nostra vita infatti deve assumere un riferimento Unico che cambi le condizioni stesse dell’esistere. Il “perdere la vita” che il Vangelo ci consegna, non vuole dire privazione di sé e per sé, ma è invito a consegnare la nostra vita a Cristo affinché la conduca, con la Sua, al di là della morte.
Anche noi che vogliamo essere discepoli di Gesù viviamo nel mondo e ci industriamo come quelli del mondo, ma tutto quello che sosteniamo e facciamo non è per noi vanto di gloria, bensì è celebrazione e attesa della gloria finale del Figlio dell’Uomo. È dunque un modo radicalmente nuovo e alternativo di vivere, di sposarsi, di costruire, di comperare e di vendere.
E il testo di Paolo ai Galati ce lo dice con paziente pedagogia. Davvero qui l’augurio si fa pressante affinché ognuno lo senta come parole dette a sé, dette ai propri cammini. La vita secondo la carne che è una costante di Paolo, non deve essere intesa solo come espressione negativa che riguarda il corpo e il cuore torbido come senso del peccato, no; la vita secondo la carne per Paolo ha una accezione più ampia, ed è la vita che si è distanziata dal Vangelo e che vuole rimanere distante dal Vangelo per non lasciarsi irrorare dalla sua luce, e questo tocca davvero tutti gli aspetti del vivere. La vita secondo lo Spirito è invece, la vita che si lascia illuminare dal Vangelo e dalla Parola del Vangelo. Questa è la posta in gioco di una partita che dura per l’intera vita di ciascuno.
C’è sempre in atto uno scontro davvero spietato: si intuisce quale sia il bene portato dalla parola del Signore, ma la realtà del male tende a farti correre su un altro binario e tante volte non si riesce ad azionare lo scambio che porta alla stazione sicura. Paolo ci sta dicendo che questo tipo di lotta che è sin dall’inizio, andrà sino alla fine del cammino della vita, e ce lo dice affinché l’impotenza che sperimentiamo, sia sprone a metterci nella scia del Vangelo e questa è scelta che ogni giorno deve essere rinnovata: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri». Non è faccenda da super eroi, ma è vita chiesta ai discepoli, uomini e donne che si appassionano del Vangelo. Siamo invitati dall’Apostolo a guardaci seriamente nel cuore per capire da cosa siamo mossi, quali siano i sentimenti che lo abitano, quali siano le passioni che lo conducono, e quali siano le forze che davvero guidano la vita, le scelte, i linguaggi, gli affetti, i desideri, le attese. Sarà il cuore che scopriremo di avere a dire come incontriamo il Figlio dell’Uomo.
Il Signore non delude mai, la parola del Signore permettere di poterci spendere e donare arricchiti dal suo dono, e questo è lo spessore reale della nostra vita. Gli sposi lo sanno bene: riconoscono un primato nell’altro e questo primato aiuta a dare forma e meta alla propria libertà che si fa vera comunione con il Signore. Aiutaci, Signore, perché davvero la nostra vita sia attraversata così.

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