VII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

Il cammino della nostra fede sembra proprio essere fissato nel tempo del passaggio di un ultimo confine che chiede di essere superato. È in questa luce che è necessario intendere la domanda fatta al Signore Gesù da «un tale» di cui non si svela il nome: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». La pagina evangelica odierna costituisce infatti, un forte richiamo alla consapevolezza e alla responsabilità dell’essere cristiani, perché da una domanda posta in generale sugli altri, Gesù porta l’interlocutore ad interrogare se stesso, e quella domanda che rimbalza su ogni uomo, oggi, interroga la vita di ciascuno di noi. La richiesta per sé è legittima e non la dobbiamo avvertire come una semplice curiosità, essa è davvero fonte di preoccupazione che mette il cuore di ognuno in situazione di sospensione a proposito della giustizia umana. La Parola di Gesù invita sempre a lasciarci educare, offre a tutti la possibilità di vivere una vita promettente che permette di vivere pienamente il desiderio e la speranza. Per questo Gesù fa breccia nel nostro cuore di credenti in cammino, e il suo Vangelo ha la forza per conquistarci.
Ma non è linguaggio facile, anzi, è linguaggio piuttosto rigoroso perché invita ad imboccare la strada stretta della fede; un sentiero anche arduo e impegnativo che pone delle scelte e insieme domanda il coraggio di passi che costano, domanda la libertà di sapersi affidare al Signore per entrare nel suo Regno. La «porta stretta» è Gesù che introduce alla conoscenza della sua verità, ma insieme, introduce anche alle esigenze radicali che questa verità richiede. La «porta stretta» non è una esistenza che chiede la severità di privazioni e di sacrifici; la «porta stretta» è piuttosto la necessità di un radicale cambiamento di vita per essere in condizione di poter superare il confine che l’esodo per sé richiede. È proprio per questo che Gesù non si avventura in statistiche, nessuno infatti è tutelato dalle percentuali, la salvezza è solo questione di risposta personale, individuale. C’è una porta, è unica, ed è Gesù Cristo il Figlio del Padre. Attraversare questa porta e intraprendere questo viaggio, è legarsi profondamente al cammino di Gesù verso Gerusalemme che permetterà ad ognuno il proprio esodo, il proprio passaggio, quello che garantirà la piena dignità all’uomo: solo in quel modo ognuno di noi riuscirà a spogliarsi dell’uomo vecchio e potrà rivestirsi di Cristo nel dono libero, gratuito e totale di sé (cfr Col 3,910). Non esiste altra via di salvezza e la Parola oggi ci segnala questa urgenza che chiarissima.


Il Vangelo si apre con l’immagine esigente e forte della porta stretta, ma si chiude poi con uno slargo grandioso: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio». È stretta quella porta, ma il Signore l’ha pensata come dono e come opportunità per tutti. Il Vangelo irromperà sempre nella storia degli uomini, di tutti gli uomini, e non c’è confine che possa fare da argine per tenerlo fuori; tutti coloro che qualunque sia la loro provenienza e la loro situazione di partenza accolgono questa parola e intraprendono il cammino dell’Esodo, entrano nel dono del Regno per sedere «a mensa nel regno di Dio». Parola che fa da contraltare ad un’altra assai più dura quando Gesù ci ricorda che non ci devono essere pretese di salvezza da parte di nessuno, come se la salvezza fosse un diritto acquisito solo perché si appartiene al popolo che Dio si è scelto. Gesù ci dice che rimane in tutta la sua verità ogni risposta che ciascuno di noi dà: non trova nessuna giustificazione il vivere e vantare la conoscenza di Gesù per giustificare se stessi, e questo lo dico con molta preoccupazione.
Ai contemporanei di Gesù poteva succedere di mangiare e bere con Lui, di assistere ai suoi discorsi fin ai suoi miracoli; anche oggi veniamo a messa, ascoltiamo la sua Parola e assistiamo al miracolo del suo spezzarsi nel pane di comunione; anche oggi assumiamo la croce quale simbolo di una civiltà giusta e buona, ma poi la usiamo come contrapposizione e non come segno che vuole unire; anche oggi il rischio è quello di dire: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze» per rivendicare il nostro diritto alla salvezza. Non ci accorgiamo però che operando così, agendo con questa aspettativa, ci arroghiamo il diritto di escludere e lasciare indietro altri. Gesù ci dice che non è questione di garanzia di automatismo, perché se il nostro linguaggio rimanesse tale e questa fosse la nostra aspettativa, anche noi saremmo i destinatari delle sue dure parole: «Non vi conosco, non so di dove siete». È chiesto dunque un cambiamento che metta in primo piano l’adesione di fede alla relazione autentica con Dio.
Solo così si potrà scorgere il nostro essere comunità che prega, che celebra, che vive. Se fossimo gente ormai ferma che non cerca più, che non cammina più e che ritiene di non avere più niente da lasciare, ci metteremmo a margine dell’esperienza di qualsiasi esodo e il nostro potrebbe rischiare di diventare un sentiero che non ha vitalità, un cammino sterile che mai potrà portare a sedersi alla mensa del regno di Dio. Ancora una volta qualsiasi familiarità superficiale con Cristo, qualsiasi pietà senza conversione farebbe chiudere la porta. Dunque, non dobbiamo più stupirci quando sentiamo Cristo annunciare un'inversione delle situazioni umane nel suo regno: «Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi»; Maria aveva già intimamente compreso nel profondo del suo cuore, quanto ha cantato con le sue labbra nel Magnificat.
È pagina severa ma insieme bella e grande, e quel «sforzatevi di entrare», è invito alla determinazione a compiere il passo di liberarci del fardello che ci appesantisce e lasciarlo ai piedi della porta stretta che è Cristo e, attraverso di Lui, entrare nella via dell'amore che è la carità verso ogni nostro fratello che si avvicina a noi. Il Signore ci restituisce sempre alle nostre responsabilità e la salvezza promessa dal Vangelo, ha a che fare con questa dimensione personale che non si dissolve nella statistica o nelle percentuali. Guidaci tu Signore, conduci tu i nostri poveri, fragili passi.

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