IX Domenica di Pentecoste – Anno A
2Sam 12,1-13; Sal 31; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12

 
Si avverte davvero lo stupore, la meraviglia di un prodigio che va oltre il segno di una guarigione; va oltre e arriva sino ai nostri giorni, arriva alla efficacia delle nostre ore, arriva adesso, qui, in mezzo alla nostra assemblea casa di ciascuno di noi, nella entità di ogni vita, anche la nostra. A questa straordinaria avventura annunciata da Gesù, avventura che scuote, che sorprende, che emoziona, occorre arrivarci però con gradualità. Cosa dobbiamo vedere per stupirci ancora e per davvero, quale è la notizia? Dice Paolo «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi». È vero Paolo parla di sé, sta parlando di cose accadute a lui in quegli anni. Spostandosi da una comunità all’altra per annunciare il Vangelo del Signore, trova opposizioni, ostilità, contrasti, vere e proprie minacce alla sua stessa vita, ma soprattutto sperimenta la propria debolezza e la propria fragilità. Assume però la sua debolezza come forza perché ciò che è debole, nella logica di Dio e per sua scelta, diventa uno strumento che regala ad altri la possibilità dell’ascolto e il vivere il Vangelo. Allora Paolo sembra proprio dirci: prova a tenere ferma in te questa intuizione: “io porto questo tesoro in vasi di creta” che è un rendersi conto che se anche mi riconosco un poveretto che vive la propria fragilità, il dono del Signore mi supera sempre da ogni parte e tutta la mia vita non sarà più un lamento. Sono aiutato dal Vangelo a capire che proprio perché sono fragile, il Vangelo del Signore lo potrò dire ancora meglio; apparirà cioè ancora di più che la potenza del Vangelo di Dio non può essere legata, incatenata alla mia capacità di annunciarlo, perché è Vangelo che deborda in modo straordinariamente proprio dalla Croce del Signore. 
E questo è possibile anche se la vita sembrerebbe raccontarci altro perché continuiamo a vedere intorno a noi dolore, sofferenza, sconfitta. Ma qui il Vangelo ci soccorre, ci fa scoprire un Gesù diverso dalle nostre aspettative; l’uomo che soffre in una barella di dolore prigioniero del suo male ci rappresenta tutti, e noi come i presenti alla scena, non aspettiamo altro che Gesù lo rialzi, ma dice «ti sono rimessi i peccati». La buona notizia è proprio questa: esiste la condizione di limite provocata dal peccato, ma c’è Qualcuno che scioglie, c’è Qualcuno di cui mi posso fidare che mi chiama fuori da questo stato di cose. Siamo a Cafarnao e l’esserci di Gesù a Cafarnao rende possibile costruire rapporti di incontro, di riconoscimento e occasioni di apertura all’altro, al lontano. Essere lì, vuole dire stare proprio dove ci sono persone che vivono, che cercano, che passano; è il suo porsi nel cuore della vita della gente proprio perché, la stagione del silenzio di Nazareth è terminata e adesso è il Maestro che si lascia incontrare. Marco nel dirci che: «si seppe che era in casa», sottolinea come Gesù prediliga la dimensione dell’incontro domestico. Gesù si fa prossimo perché lasciandosi invitare nelle case di cui avverte l’attesa, il grido, il dolore, ma anche la speranza, la gioia di cui ogni casa è portatrice. 
Allora tutta la scena che ci viene raccontata da Marco è qualcosa che riguarda me e spero riguardi anche te che mi ascolti ed è racconto che va oltre il miracolo stesso. Gesù è in casa, il Vangelo è lì, ma chi lo vuole seriamente ascoltare è prigioniero perché bloccato, non riesce a superare il muro della folla. È un po’ la mia vita, forse anche la tua: per arrivare ad accogliere quell’annuncio io devo superare una barriera, devo fare i conti con un percorso, niente è dato per scontato, io devo superare il luogo comune che mi impedisce di arrivare alla verità. 
 
Avvertiamo che questo racconto ci educa alla libertà perché riceviamo gli strumenti per la libertà che aiutano a rimuovere barriere che spesso anche noi contribuiamo ad innalzare. Sono strumenti di libertà che ci fanno sentire come gli amici del paralitico; essi non si lasciano fermare dagli ostacoli, ed è bellissima la loro azione dello scoperchiare il tetto, un segno potente e libero che porta anche altri a vedere il cielo. Per entrare e trovarsi di fronte al Signore, bisogna cercare di rivedere il cielo. Tante volte noi ci ripieghiamo su noi stessi gravati dal nostro peccato, dal nostro errore, dalla nostra miseria; e certamente nessuno di noi non può fare a meno di fare i conti con i propri limiti o gli errori che commessi, ma Dio in Cristo è venuto per perdonare, per ricordarci che c’è una via di uscita, per rammentarci che c’è la possiamo fare, che Lui è dalla nostra parte. Si deve essere sentito così anche il paralitico davanti a Gesù. E Gesù per ricordare a tutti che sta ragionando proprio di questo, non gli dice quello che tutti si aspettano, ma gli dice: «Figlio, ti sono perdonati i peccati», come a dire sono venuto per questo, per liberarti e io ho il potere di farlo ed è per questo che ti dico torna a casa guarito. La fede di coloro che lo hanno trasportato, gli ha permesso di sentirsi perdonato, ma in lui, anche noi siamo presenti a quell’incontro di grazia. Il perdono infatti, non è qualcosa di scontato che lascia tutto come prima; per sua natura esige un cambiamento: l'uomo non resta dove era e come era, ma va e cambia portando la barella che prima lo ospitava come prigioniero del suo male, come uno sconfitto. Quella barella adesso si è fatta leggera come una piuma e l’uomo è di nuovo immagine di Dio: ieri umiliata, oggi risorta.
Bellissimo il nostro Dio; ci perdona, ci guarisce, ci salva, ci rende uomini e donne nuovi, ci dà la forza di toglierci dalla nostra prigionia. Ed è per questo che malgrado il nostro dolore, le nostre difficoltà che viviamo nei momenti di smarrimento più devastanti, noi possiamo dire a noi stessi in ogni ora, in ogni momento “Dio è dalla mia parte”. E anche se non abbiamo il miracolo della guarigione fisica, questo ci permetterà di vivere perché guarito molto più in profondità che fa ritrovare il senso e la direzione alla nostra vita. Il nostro Dio è un Dio d’amore, il nostro Dio è un Dio di riconciliazione e di perdono. Certo, aspetta che noi facciamo verità su noi stessi come Davide che ha riconosciuto se stesso nel peccato facendo emergere la lontananza da Dio ritenuto da sempre presenza amica: «Ho peccato contro il Signore!». Solo allora il profeta Natan gli potrà dire: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato». La pagina di Samuele ci dice che il peccato è ciò che svela il tuo cuore, è ciò che dice chi sei, e Paolo ci direbbe “guarda che il peccato, se lo riconosci nella verità di fronte al Signore, diventa anche strada che apre alla guarigione. Abbiamo un tesoro grande in vasi di creta, ma il tesoro grande sei tu Signore, a darcelo. 
 
 
 

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