X Domenica di Pentecoste - Anno A
1 Re 8, 15-30; Sal 47; 1 Cor 3, 10-17; Mc 12, 41-44
È presente una parola chiave che lega i tre testi della liturgia di questa decima Domenica di Pentecoste ed è la parola casa. È stato desiderio di Davide costruire una casa degna al Signore, ma toccherà a Salomone edificarla, e il testo della Lettura ci fa ascoltare le parole davvero belle e piene di stupore di Salomone: «Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”». Ma come ci si entra nella casa di Dio oggetto della bella preghiera di Salomone? Non è una domanda retorica e banale perché ci si può entrare già con l’animo di non abitarla mai, oppure ci si può entrare avendo l’animo di chi ha aspettativa e pensa che lì potrà trovare una esperienza vera da vivere. Ci si può entrare come tante volte facciamo noi avendo solo attenzione all’ariosità, alla luce, agli ornamenti che possono catturare la nostra attenzione perché appaiono più immediati, oppure, si può entrare preoccupandoci del clima di rapporti e relazioni che saremo chiamati a vivere in quella casa. Dunque, i modi di entrare in quella casa sono diversi e il Vangelo ce lo dice. La scena per sé è scarna, ma è davvero profonda e descritta nei minimi particolari: Gesù è nel Tempio e sta seduto di fronte alle tante cassette per le offerte e ha gli occhi aperti su quanto accade. Vede sfilare tanti praticanti in quella che è la casa del Padre.
Osserva e guarda chi entra e getta le monete nel tesoro del Tempio con fare quasi di ostentazione, così che il tintinnare delle monete inequivocabilmente faccia comprendere agli altri che ha messo tanto. Guarda e vede gettare due monetine nel tesoro del Tempio da parte di una povera creatura che ha su di sé la tara della irrilevanza di quell’epoca: è donna, è sola, è vedova, non ha alcuna tutela sociale. Sono monetine più insignificanti che ci sono in circolazione e l’evangelista Marco annota che, messe insieme, «fanno un soldo», il possesso dei poveri, una somma insufficiente per andare avanti. La vedova però le mette tutte nel tesoro del Tempio anche se, proprio per il suo stato di povertà, poteva tenerle per sé. Per Gesù, la valutazione è di una profondità penetrante che sovverte il probabile giudizio che avrebbero dato gli addetti al culto: con quell’azione quella vedova, è come se avesse offerto la sua stessa vita. I ricchi hanno messo del loro superfluo, quella donna ha dato tutto ciò che possedeva.
Si può dare il superfluo senza rischiare nulla di sé, il livello di vita resterà inalterato perché si ha ancora il necessario e forse anche di più. Tutto resta garantito e l’offerta ha la funzione di una resa sociale, un suo ritorno di immagine oltre che alla soddisfazione di sentirsi un benefattore. Questa però è la figura di chi vuole solo apparire. Il superfluo che mettono quei «tanti ricchi» non costa niente a loro, ma è rumoroso e appariscente; la messa in scena di se stessi nei Vangeli non è nuova. Nei versetti che sono immediatamente prima di questo testo, Marco ci mostra come Gesù denunci l'ipocrisia umana e le sue pretese; la contestazione è soprattutto rivolta agli scribi, gli esperti di legge. Sfilano, fingono di essere persone molto virtuose e allo stesso tempo prendono i beni dei piccoli; c'è uno scollamento tra ciò che insegnano e ciò che sperimentano: esteriormente sono persone molto pie, ma in realtà non lo sono (cfr Mc 12,38-40). Altra cosa invece è donare quando facendolo si sa di rimane senza niente: non è più in gioco il superfluo, ma in gioco ci sono stenti e fatiche. Con quel gesto la povera vedova ha sicuramente espresso il suo totale affidamento nella provvidenza di Dio e la sua è la fede del rischio che fa spendere tutto per vivere profondamente la libertà di affidarsi. Allora, chi entra davvero nella casa del Signore?
È vero, il primo varca la soglia, ma non trova lo spazio di relazione con Dio. È lei quella vedova senza nome ad entrare veramente nella casa del Signore; entra nella comunione vera anche se lei è donna e soprattutto vedova che vive la condizione di “cancellata” agli occhi e soprattutto al cuore di molti. Quella vedova ci sprona ad essere veri con Dio e con gli altri e ci dice anche che tutto ciò non è facile. Gesù ci avverte su alcune possibili tentazioni che portano ad allontanarsi da quella casa, perché le apparenze possono ingannare gli uomini, ma non Dio che vede ciò che è nel cuore di ognuno. Non vi è disprezzo nei confronti dei ricchi, non li rifiuta, li chiama però a fare propria e vivere un'altra scala di valori che li renderà più liberi nei confronti di se stessi e nei confronti dell’altro che è vicino a loro. Non pone la povertà materiale come una condizione ineludibile, ma chiede la povertà del cuore che permette di affidarsi perché là: «dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Luca 12. 34). Gesù ci insegna a vedere le persone, a correggere il nostro sguardo selettivo che si nutre delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni verso coloro che sono diversi da noi.
E Paolo al di là delle immagini che usa, dice di rimanere profondamente aderenti al dono che ci ha costituito chiesa del Signore che è il Vangelo di Gesù, fondamento su cui costruire la nostra vita: «nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo». È scelta davvero grande soprattutto se la rapportiamo ai nostri vissuti personali o di comunità. Quando nasce una famiglia nuova, quando si incomincia ad abitare un contesto e una situazione nuova, aiuta tantissimo avere presente e in modo forte, il fondamento che dà stabilità al cammino. Questo fondamento – ormai lo abbiamo presente – ha il nome di Gesù, ha il volto di Gesù, ha come libro la Parola di Gesù, Colui che regge il nostro cuore e che da Lui si lascia condurre.
«Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!», è la preghiera intensissima di Salomone che chiude il testo della prima lettura. È invocazione che riempie di pace perché a tutti dice come sia sempre possibile accogliere e costruire una prossimità con il Signore, una comunione con Lui, perché davvero il perdono riabilita la nostra situazione di figli. Avvertire che ogni giorno della nostra vita vi è lo spazio di questa esperienza di incontro, ci riempie di pace profonda, di gioia e di gratitudine. «Questo è Dio, il nostro Dio in eterno e per sempre» ci dice il salmo e oggi il rendimento di grazie prende l'avvio da qui e non è poco perché consente di abitare la casa del Signore, consente di rimanere nella relazione con Lui.
