XI DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO A
1 Re 19, 8b-16. 18a-b; Sal 17; 2 Cor 12, 2-10b; Mt 10, 16-20
È l’ascolto che suscita la sequela e la libertà della relazione tra un Tu da scoprire al di là di ogni propria precomprensione, e l’uomo, la creatura continuamente in ricerca. Ed è proprio dall’ascolto che viene illuminata e resa viva l’identità di ognuno, lo è stato per Elia, lo è stato per Paolo, può esserlo davvero per tutti noi. Quello che Elia ode sul monte Oreb – proprio al di là del vento impetuoso, del terremoto, del fuoco – lo possiamo definire una “Voce di silenzio sottile” che sta ad indicare una contraddizione assai significativa. Essa infatti, mette in relazione due realtà apparentemente inconciliabili – voce e silenzio - che, anche se è una specie di cortocircuito del discorso, ci serve per esprimere qualcosa che altrimenti non riusciamo a dire. Il silenzio non è solo assenza di rumori, ma è soprattutto stato di chi riesce a fare deserto dentro di sé permettendo così l’ascolto vero di Dio e non se stesso o le ripercussioni del proprio io. La voce di Dio, significata nel testo dal «sussurro di una brezza leggera», per essere ascoltata autenticamente come ha fatto Elia, ha bisogno della nostra collaborazione. Ha bisogno della nostra libertà e del nostro coraggio di farsi abitare da lei e questi giorni di quiete che la vacanza ci offre, noi possiamo essere messi nella possibilità di scoprirne tutta la sua bellezza. Elia in quel momento storico non viveva questa nostra condizione di riposo; scappava impaurito dalle conseguenze del suo ministero che lo avevano portato a scontrarsi con la regina Gezabele e i suoi pseudo “profeti di Baal” gli idoli locali; scappava così tanto che volontariamente aveva meditato di abbandonarsi alla morte sotto un ginepro nel deserto (1 Re 19,4). Ma il Signore trasforma la fuga del profeta in un pellegrinaggio dandogli un’energia nuova per arrivare fino al monte di Dio, l’Oreb. E lì, sull’Oreb, Dio lo interroga sulla sua fuga, sul perché sia fuggito dal compito a lui affidato. E il passaggio misterioso di Dio sconvolge Elia e le sue giustificazioni che aveva pensato di dire a Dio, ma il Signore lo rinvia alla propria missione. Viene rimandato non con la sicurezza che i successi danno, ma con la certezza che il disegno di Dio non potrà fallire, perché la storia, gli avvenimenti che fanno la storia, non sono una sequenza casuale di fatti, ma hanno un futuro proprio in Dio che è sovrano della storia, anche della storia che si svolge fuori dalla nazione di Israele come quella di Aram.
Anche Paolo, l’Apostolo delle genti, scrivendo alla sua comunità di Corinto, confessa come anche lui sia stato «rapito fino al terzo cielo» in paradiso per udire «parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» e tuttavia viene rimandato alla missione che gli è stata affidata con una «spina nella carne» affinché non si insuperbisca per i successi nella sua missione. Il brano ci dice che è nelle difficoltà che Paolo trova l'aiuto a rimanere umile ed è cosciente di questo tanto che ricorda molto bene la promessa fatta: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Alla sua richiesta d'essere sollevato dalle sue tribolazioni, Dio non gli fa mancare la sua grazia, la sua vicinanza, il suo conforto tanto che l'Apostolo riconoscerà la contraddizione secondo la quale è proprio quando avverte tutta la sua debolezza, il suo sentirsi oltraggiato e immerso nelle difficoltà, allora lì, scopre la forza di Colui che in lui dimora: Cristo. Anche questa contraddizione davvero forte e fuori dagli schemi della ragione umana, ci lascia di stucco. Se pensiamo a noi stessi e mi ci metto per primo, quante volte abbiamo desistito a portare a termine le cose in cui crediamo e che sono fondate sulla Parola nuova e bella del Vangelo, in famiglia, sul lavoro, nella comunità in cui viviamo, perché ci siamo trovati di fronte a difficoltà e a reazioni negative.
Ma allora come potremo anche noi sentirci forti nei momenti di debolezza, se non crediamo che quello che il Signore ha detto a Paolo, si possa manifestare anche per noi? Scrivendo ai Galati, Paolo dice: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!» (Gal 2,20); l’aiuto per andare avanti non ci mancherà mai. Se invece non ci sentiamo uniti a Cristo – quel Tu che si diceva all’inizio - il coraggio necessario per dare forza alla nostra volontà debole non lo si avrà mai, e noi saremo in ricerca di illusioni per cercare di vincere le difficoltà. Del resto, il vangelo ce lo dice senza finzioni. Gesù sta preparando i Dodici, li sta istruendo per inviarli in missione «alle pecore perdute della casa d'Israele» (Mt 10,7). Incontreranno tante difficoltà perché sono mandati «come pecore in mezzo a lupi». Gesù sa che in gioco c’è la libertà dell’uomo che può manifestarsi nell’indifferenza, ma anche nella contrapposizione che arriva sino alla persecuzione. Sa anche che per la missione dei discepoli c’è la sproporzione dei mezzi che spesso sono i punti di forza dell’avversario che maschera la propria debolezza con la ferocia. Se pensiamo ai nostri tempi siamo coscienti della spietatezza dei social media; siamo in grado di misurare la disumanità con la quale si ripagano coloro che propongono il Vangelo facendo appello alle coscienze ed alla libertà individuali, senza usare ricatto né tantomeno la violenza e senza mendicare il consenso. Il discepolo, ci dice Gesù, deve mettere in conto l’accettazione dell’accoglienza, ma anche il rifiuto che si trasforma in disumanità. Gesù però ci rinfranca in questo: sarà costante la Sua presenza nell’azione di chi gli è fedele, e questo a dispetto di tutte le fragilità e di tutte le contrarietà che si possono incontrare. Non la fuga come fa Elia né tantomeno ci è richiesta la forza e la sapienza di ragionamento per affrontare i tribunali che oggi sono principalmente mediatici, a noi discepoli della nostra ora, è richiesta la prudenza per non cedere ed essere risucchiati nella mondanità.
I discepoli sanno affidarsi alla potenza di Cristo che sempre opera per mezzo del suo Spirito: la Pasqua di Gesù è lì a rendere testimonianza di tutto ciò. Lo Spirito Santo è sempre presente, Egli rafforza la fede dei discepoli facendone dei testimoni, tanto che l’invito «quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20), resterà valido per sempre e per tutti coloro che si mettono alla sequela del Signore Gesù. Lo Spirito è “l’altro” difensore, perché la sua missione si comprende solo come continuazione della missione di Gesù. Il Signore non ha fatto questa promessa per umiliarci o farci sentire schiacciati dal peso delle responsabilità, ma per spalancarci orizzonti nuovi. Ciò che veramente conta è solo la nostra fedeltà a Lui, al Signore, cercando di non fare nulla “prima” di Lui, ma operando nella sua sequela. Davvero saremo, come ha detto Madre Teresa “una piccola matita nelle mani di Dio”; magari lo saremo come matita un po’ spuntata, ma matita del Signore, come vuole il Signore, utile così, come Lui decide. Nella sua sapienza infatti, solo Dio sa cosa serve ai fratelli che incontriamo e anche il nostro limite se messo umilmente nelle mani di Dio, può aiutare i nostri fratelli in qualche cosa che solo Dio sa. Ci dice il salmo: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato»; è vero, se le situazioni sono a nostro sfavore, Tu Signore comunque, sei con noi e ci sostieni sempre perché: «Ti basta la mia grazia».
