II Domenica dopo il Martirio – Anno A
Is 60,16b-22; Sal 88; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24

Se c’è un dono che accomuna sempre tutti è esattamente il regalo della Parola e l’Eucaristia domenicale. È il più popolare momento di educazione alla fede; è popolare nel senso bello e profondo del termine non perché meno nobile, quanto perché il termine dice di una distribuzione capillare del regalo che il Signore fa a tutti; per questo abbiamo ancora bisogno di silenzio per lasciarci catturare quasi incantare dalla speranza vera che la Parola oggi ci regala. La Lettura del profeta ci aiuta perché è davvero splendida, come sono luminose le parole di Paolo che invita alla fede riguardo alla resurrezione di Cristo quale caparra della nostra risurrezione anche se la comunità di Corinto, cui è indirizzata la missiva, stia attraversando stagioni segnate dalla fatica. O ancora, le parole di Gesù che parla del suo profondo rapporto con il Padre che non giudica, ma dà la vita.
Ci accorgiamo che c’è qualcosa che ci arriva da questo sguardo alto; una visuale che riesce a comunicare segni profondi di speranza anche al nostro tempo che ne ha davvero bisogno. Dio per bocca del profeta Isaia vuole infondere questa fiducia e questa aspettativa al suo popolo che sta terminando il tempo dell’esilio. È un popolo che ha alle spalle e ancora vive umiliazione e devastazione, un popolo mortificato che non ha più tradizioni perché non ha più il Tempio centro aggregante che ritmava la vita religiosa e civile. È in questo vissuto che viene calata la promessa di Dio; e se anche può sembrare inverosimile per quel periodo duro, dominato dalla percezione di un naufragio generale di tutto e di tutti, Dio dice che quella promessa sarà condotta a compimento. I tempi, i modi, i ritmi di tale iniziativa sono riservati a Lui.
Viene però svelato da subito la novità del dono che Dio va preparando per il suo popolo: «Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe». L’unica luce, e il profeta lo dice esplicitamente, sarà il Signore stesso, il Dio creatore di tutte le cose. Di più, «Farò venire oro anziché bronzo, farò venire argento anziché ferro, bronzo anziché legno», come a dire: farò in modo che tutto sia aumentato, impreziosito e reso più forte. L’immagine della pace e della giustizia vengono personificate nel sovrano e governatore di Gerusalemme il cui popolo sarà «tutto di giusti». Vi è profetizzata la presenza del Signore che si concretizzerà con la venuta di Gesù Cristo. Allora le parole dette a quel popolo, diventano un’apertura anche per il nostro cuore e la nostra mente ancora confinati in tanti piccoli recinti di passioni e di fragilità, ed è apertura che riesce a farci vedere l’orizzonte più ampio della nostra storia. Questa è pedagogia di speranza, non è utopia di qualcosa che poi non accadrà mai, questa è la promessa di un Dio profondamente fedele.


E Paolo ce lo conferma con il passaggio centrale per la nostra fede: Cristo è risorto dai morti. Se non avessimo questa certezza saremmo gli uomini più disgraziati; annota infatti l’Apostolo: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini». Per questo non si ferma lì e prosegue mostrandoci il regalo più bello: nella vita in pienezza Gesù non ci entra da solo, entrandoci come primizia vuole entrarci con tutti perché è pastore del gregge le cui pecore sono tutte conosciute e chiamate per nome (cfr Gv 10,1). Il traguardo allora è proprio per tutti, il traguardo è quello della vita che dura; quello della luce che non tramonta, è dono conferito come sigillo definitivo all’uomo per entrare nella vita di Dio.
Qui prende corpo la parola di Gesù che aveva detto: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» (Gv 6,39), qui siamo condotti a casa e questo è l’orizzonte che costituisce meta e approdo della nostra vita che si manifesta nel rapporto intimo con il Padre. È il Vangelo a confermarcelo, un Vangelo che ha parole davvero belle delle quali però, avvertiamo tutta la loro difficoltà: «Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre». Il Padre non ama soltanto il Figlio, ma in Cristo, ama tutti coloro che a Lui si affidano credendo alla sua parola. Ma quale è il giudizio che ha dato al Figlio?
È il giudizio di chi vuole proprio ricondurre e aiutare tutti a cogliere nel Dio provvidente e buono, la salvezza e il riferimento di ciascuno. Dio non giudica nessuno, ci affida al Figlio, e il Figlio è Gesù; allora sentirsi affidati a Gesù vuol dire avere dentro e far fiorire le certezze profonde che poi aiutano, conducono, rendono capaci di speranza. In una dinamica familiare il compito di giudicare è normalmente assegnato al genitore che valuta l'operato dei figli e, se necessario, li corregge anche punendoli. Appare allora strano alla nostra ragione che il potere di giudicare sia appannaggio del Figlio. Giovanni, nel prosieguo del testo, dirà come spiegazione: «perché è Figlio dell'uomo» (Gv 5,27), come a dire che Dio nel suo amore ha scelto come giudice colui che in realtà è il nostro avvocato difensore che, parlando a Nicodemo dice che «[Il Figlio] non è venuto per condannare, ma perché il mondo si salvi per mezzo suo» (Gv 3,17).
Ciò non vuol dire che tutto finirà con un'assoluzione generalizzata perché la libertà di ognuno è sacra e inviolabile; il nostro conforto è quello di avere un giudice che parla la nostra lingua, che capisce la nostra debolezza, che prende sulle sue spalle la pecora perduta per riportarla a casa (cfr Lc 15,5). Allora, in Lui, in Gesù Cristo, la giustizia di Dio è salvezza per l'uomo. I testi odierni ci portano davvero in alto; non sono racconti di avvenimenti accaduti sulla strada, non sono nemmeno passaggi di dialogo come tante volte nei Vangeli e nella Scrittura, sembrano proprio parole di uno che guarda dall’alto. Guarda, non inventa, guarda e aiuta a comprendere, a sperare, a ripartire, a rinascere. Questa è la parola che oggi ci ha accolto ed illuminato; non è una astrazione filosofica ma segna un volto concreto: quello di Gesù. E dinanzi a questo volto come dinanzi ad ogni volto, restiamo nello stupore perché il tuo popolo: «camminerà, Signore, alla luce del tuo volto» (Sal 88,16).

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