III Domenica dopo il Martirio – Anno A
Is 11,10-16; Sal 131; 1Tm 1,12-17; Lc 9,18-22

Se ci pensiamo bene la nostra vita è fatta di domande; ad alcune riusciamo a rispondere, altre rimangono senza risposta; ma tra le tante domande che l'uomo si pone, ci sono domande vitali nelle quali c'è dentro tutta la nostra esistenza: chi sono io per te? Se pongo questa domanda ad una persona staccata dal mio vivere quotidiano, la sua risposta potrà forse farmi piacere o magari lasciarmi un po' di amaro in bocca: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto»; ma se questa domanda io la pongo alla persona più cara della mia vita, la sua risposta può riempire o svuotare la mia esistenza.
Gesù ha chiesto ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» e questa domanda, che poi rimane la domanda di sempre, oggi interroga anche noi e ognuno di noi deve avere la libertà di riuscire a dare la risposta che esce dal proprio cuore. Diverse sono le opinioni e le attenzioni di ciascuno di noi, ma lo Spirito guida a cogliere come la nostra fede debba avere chiaro il suo contenuto: la persona di Gesù. Lui è il principio essenziale della nostra esistenza; Gesù non è una teoria o una definizione su cui ragionare, è il dono stesso della fedeltà di Dio, è relazione da vivere che sempre si propone come nuova e aperta. E per accogliere la sua Persona occorre anzitutto dare risposta alla sua domanda: chi sono io per te. Gesù però non cerca parole, non cerca il responso di un sondaggio di opinione, la palla la passa a noi. Io, tu, ognuno di noi cosa diciamo di Lui? Chi è Lui per me, per noi? Domanda che non deve essere riposta nel cassetto una volta data una risposta, perché non basta affidarla alla memoria, ma deve rimanere domanda viva posta all’interno di una vita fatta di costante ricerca, anche se magari quella vita, ha già avuto ragioni per rimanere colpito, affascinato, conquistato da Lui.
Il Signore non si rassegna a risposte generiche, vuole parole vere che dicano di coinvolgimenti e gli innamorati lo sanno bene. Le domande che si fanno gli innamorati trovano qui la radice profonda della relazione: quanto posto ho nella tua vita, chi sono io per te e quanto conti tu per me. Allora ci fa da guida la risposta di Pietro: «Il Cristo di Dio». Pietro è sempre impulsivo, ma ha risposto con il cuore, non ha citato il catechismo, non ha detto una frase formale, la risposta di Pietro nasce dal suo cuore per rivelazione del Padre (Mt 16,17), e giunge al cuore di Cristo stesso. Quella domanda continuerà a guidare il suo cuore e Gesù la riproporrà ancora cambiando però i termini: «Simone di Giovanni, mi ami?» (cfr Gv 21,15-17). La fede, la nostra fede si gioca tutta dentro queste due domande e l'invito per tutti allora diventa quello di saper portare nel cuore questi interrogativi. Paolo lo ha fatto; ha aperto il suo cuore e ha estratto aspetti ed esperienze che hanno cambiato radicalmente la sua vita.
Scrive a Timoteo suo giovane collaboratore che sta perdendo il risolutezza, forse si vuole arrendere perché non prevedeva che, la sequela di Cristo fosse così impegnativa, e Paolo lo rincuora, gli è accanto: «Carissimo, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia», è l’inizio del brano odierno.

 

Ha nel proprio cuore la certezza che Gesù sia davvero Colui che riesce a dare fiducia anche ad uno sciagurato come lui, Colui che usando misericordia lo ha riscattato dalla palude in cui si era cacciato. E lo dice non usando ragionamenti astratti, ma evidenziando la propria esperienza di vita. Allora è bello anche per noi sorprenderci come, nonostante la evidente situazione di fragilità che ognuno di noi inevitabilmente porta con sé, riusciamo a riconoscere che Gesù si è fidato anche di noi dandoci fiducia. E questa fiducia ci aiuta a superare anche quei momenti in cui le ragioni di delusione si vanno moltiplicando. Continuare a tenere fisso lo sguardo su Gesù per essere pronti ad accogliere la sua parola che è «degna di fede».
Ma la sequela non deve essere un passo che avviene nel buio senza sapere a chi ci si affida; Gesù si fa premura di dire chi è Lui: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Invita sì alla sequela, ma non si nasconde, non tiene celato qualcosa che invece è giusto che il discepolo sappia: è con libertà che il discepolo potrà davvero sceglierlo come Maestro. Il discepolo deve imitare il Cristo nella sua stessa direzione di vita. Gesù chiede che la sua sequela sia autenticata dalle relazioni con i nostri fratelli come il dedicarsi senza limiti alla propria famiglia, al servizio dei malati, al lavoro svolto con onestà e competenza. Allora il passato non basta, non serve riandare ad Elia o a Giovanni. In Gesù c'è un presente di parole mai udite, di gesti mai visti, una mano che ti prende le viscere e ti fa partorire (A. Merini, Maria). La sequela ci dice che tutto è messo in opera con il sigillo di autenticità della carità che è l’unica ragione di vita. Il Vangelo oggi ci chiede un orientamento di vita, uno sguardo di chi sa confidare in Colui che dà sicurezza, ospita, accoglie, custodisce.
Allora, se ritorniamo alla domanda di Erode di qualche domenica fa: «chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?», riusciremo a rispondere con tutta sincerità, perché è la nostra esperienza a dircelo, che Costui è il dono del Padre fedele alla parola data, e che di fronte a questo, noi riusciamo a malapena balbettare: «Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen». Aiutaci ad accoglierti così Signore, ad accoglierti come segno inconfondibile e del tutto imprevisto che riesce a catturare il nostro cuore.

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