V Domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista – Anno A
Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; Amerai il tuo prossimo come te stesso»; quante volte le abbiamo ripetute queste parole, quante volte ancora le ripetiamo; quante volte facciamo passare attraverso questa verità profonda e sintetica il significato della nostra fede, eppure la sensazione che si avverte è che più le ripetiamo - e possiamo dire che lo facciamo da quando eravamo ragazzi - più rischiamo di non cogliere il significato profondo non soltanto delle parole in sé, ma del cambiamento di rapporto tra Dio e l’uomo e dell’uomo con se stesso e gli altri che quelle parole invitano a fare. Quanto è forte e quanto è debole l’amore dal punto di vista della nostra esperienza; mentre ci sembra di poterlo cogliere in tutti i suoi frutti, all’improvviso sembra scomparire fin quasi a diventare incorporeo come una nuvola che si dirada per la spinta del vento. Allora il nostro dire ‘io amo Dio’ cosa vuole raccontare agli altri, visto che le parole sono importanti, ma rischiano di scivolarci addosso. Se l’amore (Paolo usa il termine carità) non esprime la relazione tra due tu in grado di raccogliere le diverse reciprocità, quell’amore può essere una bella poesia, ma è altra cosa. Quando il dottore della legge va da Gesù, e ci va con l’intento preciso di metterlo alla prova, va anche per vedere se la risposta superi le attese contenute nella legge resa sempre più minuziosa dalle interpretazioni umane.
Per questo la domanda del dottore della legge interroga anche il nostro contenuto religioso, perché spesso si corre il rischio di fermarci solo alla pratica liturgica piuttosto che andare a fondo della nostra relazione con Dio. Il problema è proprio quello di sapere quale libertà introduciamo nell’incontro tra noi e Lui, sapere se è una relazione di figli o se è una relazione soltanto di rispetto che però allontana. Pagina di straordinario fascino quella del Vangelo, la parola del Signore è sempre attuale, è sempre capace di provocare in noi pensieri che facciano leggere il presente per orientare i nostri percorsi, i nostri sogni, i nostri desideri. È data anche a noi la concreta possibilità di sentirci veramente figli di un unico Padre ed avere Lui come il riferimento primo se vogliamo essere davvero liberi, ma non in un rapporto di paura e di sudditanza avvilente, ma in un rapporto d’amore.


E accanto a questo primato, Gesù ci chiede di amare gli altri; si parla di prossimo che non è quello lontano, ma quello più vicino di cui vedi il volto, quello che incontri tutti i giorni, quello che vive in casa, colui che frequenta il tuo posto di lavoro o magari lo incontri soltanto per strada. È lo sforzo di accettare la differenza dell’altro nella propria quotidianità. Arriviamo a Dio se passiamo attraverso gli altri. Questo è il cuore del Vangelo; qui c’è in gioco la parola decisiva che ha la capacità di andare oltre l’insidia dei dibattiti. La scuola più alta alla relazione di amore verso Dio, è l’amore verso il prossimo, perché nella nostra vita incontriamo sempre prima gli altri e poi Dio, e arriviamo a Dio se passiamo attraverso il volto degli altri. Il volto del prossimo è ciò che vi è di più nudo, di scoperto, ed è la traccia dell’Infinito, il luogo in cui si manifesta la totale alterità di Dio: «Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l'Altro. Questo modo non consiste nel mostrarsi come un insieme di qualità che formano un'immagine. Il volto d'Altri distrugge ad ogni istante e oltrepassa l'immagine plastica che mi lascia» (E. Levinas, Totalità e Infinito). Ecco perché san Giovanni ci dice “non mi dire che ami Dio che non vedi, se non ami gli altri che ti stanno accanto e vedi” (cfr 1Gv 4,20). L’amore a Dio passa attraverso l’amore del prossimo.
Qui occorre davvero rialzare il capo e terminare di guardare solo a noi stessi o ai recinti che abbiamo costruito nella nostra vita. Rialzare il capo perché l’orizzonte della nostra vita non può essere definito solo dagli interessi che stiamo coltivando anche se buoni. Se alziamo gli occhi lo vedremo quel Volto; se non ci scansiamo e passiamo oltre (cfr Lc 10,25-37), lo scorgeremo nei volti dei fratelli, e questo volto ci ricompatterà la vita riannodandola sempre più a Cristo, centro autentico della nostra fede e questo è atteggiamento che possiamo avere tutti e con libertà. Capiamo allora la pagina di Paolo che ha delle espressioni davvero incalzanti. È un inno alla libertà; Paolo che era dottore della legge, maestro in Israele, uno che di questa tradizione antica consegnata a Mosè era appassionato cultore, adesso dice che quel vestito non gli va più bene, non perché rifiuta o si allontana da una parola che viene da Dio, quanto perché è venuto Gesù, è venuta la Parola definitiva per cui occorre consegnarsi alla novità del Vangelo: «Cristo ci ha liberati per la libertà» e adesso «siete stati chiamati a libertà». Chiamati alla libertà di amare, che non vuole dire: “adesso faccio quello che voglio”, ma è libertà di amare Dio con tutte le nostre forze, con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima proprio perché amiamo il prossimo come noi stessi.
Paolo ci dice che Gesù ci ha liberati da una legge resa sempre più minuziosa dagli uomini e questa è una ventata di freschezza, un’aria differente e nuova che fa dire a Sant’Agostino: «ama e fa ciò che vuoi» nel commentare la prima lettera di Giovanni (Omelia 7,8). Qui vi è la progressione della richiesta udita nella lettura del testo antico del Deuteronomio: «ti stiano fissi nel cuore»; è invito che si fa via via più stringente come comportamento da mantenere più che un comando cui obbedire. Il cuore infatti batte, è tuo, ti appartiene e noi sappiamo che quando una parola la scriviamo nel cuore, lì rimane per sempre perché è lo spazio più profondo per conservare e per vivere la Parola. Gesù ha pregato così come tutti gli Ebrei osservanti, ha pregato con queste parole «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore», memoria viva di un Esodo che non può finire, ma le ha sintetizzate nella struttura potente e formidabile dell’affermazione “Ama Dio e ama il prossimo”, che mette in moto un percorso vero. Non è dunque il quanto, ma il come, lo stile. Ogni piccola vittoria sulle forze dell’egoismo che cercano di dividere l'uomo dall'uomo, mostra come la parola del Signore cominci a prendere realmente casa nel nostro cuore e questa guida alla libertà di corrispondere con tutto il cuore Dio, servendo il volto dei fratelli.


Orari celebrazioni

Sabato

17.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

11.00: Santa Messa (streaming)
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Settimanale

Lunedì e venerdì ore 18
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