VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA
Gb 1,1321; Sal 16; 2Tm 2,615; Lc 17,710

Certamente è paradossale l’intensa pagina del libro di Giobbe, un testo che raggela per tanti aspetti. Vi è descritto un crescendo di situazioni dolorosissime che colpiscono Giobbe: via via perde il bestiame, i beni, i propri guardiani, addirittura i figli, e la sua vita è devastata. Lui che per integrità morale è ritenuto: «il più grande fra tutti i figli d'oriente» (Gb1,3), dopo aver appreso quelle pesanti e dolorose notizie, si prostra nel gesto penitenziale descritto dal testo dicendo: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». Ma questo è soltanto il prologo, l’inizio, Giobbe sarebbe passato ancora attraverso altre prove nelle quali sperimenterà in modo forte il silenzio di Dio che lo condurrà a quel grido pieno di passione che chiede a Dio "ma dove sei”, grido che prefigura un altro grido di solitudine: quello che Gesù farà dalla croce (Mc 15,34). Giobbe mostra un’umanità che non viene censurata in nessun modo, grida tutto il suo dolore, urla a Dio la richiesta del perché di una esperienza così drammaticamente forte.
È testo dal forte invito a vivere chiamando in causa Dio, riuscendo però ad affidarsi a Lui, confidare in Lui senza pretendere di essere noi a scegliere gli scenari del domani della nostra vita. Vivere nelle mani di Dio: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». Sono parole tremendamente difficili da dire e da far accettare al proprio cuore quando si vivono momenti della vita tempestosi e tragici. Certo, è una situazione limite quella che il testo di Giobbe ci presenta, ma ci vuole accompagnare nell’attraversamento del dolore che sempre appare atroce e drammatico: un essere posti a tu per tu con Dio quasi lottando con Lui, riuscendo però a confidare in Lui. E questa posizione chiede passaggi interiori per nulla scontati anche a persone dalla forte fede. Non è facile giudicare che cos’è fede e che cosa invece è soltanto rassegnazione, che cosa sia pazienza vera e cosa invece sia resa rassegnata all’inevitabile. La differenza viene alla luce soltanto nel tempo, e viene alla luce avendo perseveranza nell’invocazione che tenga accesa l’attesa che dà forza e aiuta a reggere, anche se le difficoltà appaiono insormontabili e si grida, si lotta, si soffre. Si, le parole: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore», si avvertono come paradossali per il nostro vivere le fatiche, ma ci accorgiamo che davvero ci aiutano se riusciamo a confidare in Lui.


Anche Paolo che sta scrivendo a Timoteo è in seria difficoltà perché in carcere a causa del Vangelo, ma scrive come colui che vuole mettersi accanto perché Paolo coglie segni di scoraggiamento in Timoteo. Tutta la lettera è una esortazione concreta che richiama ragioni, richiama il perché. È una forma di solidarietà capace di rispetto dell’altro, della sua fatica e della sua resistenza, e insieme ha dentro la libertà di consegnare ciò che ha nel cuore. «Il contadino, che lavora duramente, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra. […] Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi». Vivere come onesti operai della vigna del Signore perché il Vangelo merita un servizio così, e qui c’è il senso di gioiosa fierezza in Paolo. E queste parole continuano a risuonare nel cammino della chiesa; quante volte da queste parole si attinge per ripartire, per rinascere, per non lasciarci sconfortare dalle difficoltà e dalle tenebre. E il vangelo ha una parola in più che aiuta a vivere la nostra povera esistenza con più serenità, ma è anche Vangelo che sorprende ogni volta.

L’aggettivo “inutile” alla lettera è da intendersi come qualcosa che non serve a niente, che non produce, che è inefficace, ma non è il senso delle parole di Gesù. Gesù con questa piccola parabola vuole invitarci a sentirci come coloro che al termine del loro compito, si sentono senza pretese da rivendicare perché non aspettano un utile; servi che non hanno bisogno di nulla se non quello di sentirsi pienamente se stessi.
È richiesta una marcia nuova innescata da Gesù nella parabola. Non è un dialogo tra servo e padrone, è il modo di intendere e di vivere la vita. Semplicemente, quasi in maniera sommessa, arrivare al termine e dire non certo con l’animo sconfitto, “ho fatto quello che dovevo fare”. Sant’Agostino ha una bella espressione: «La carità ti renda servo, come la verità ti ha fatto libero». Servo è il nome che Gesù sceglie per sé: Lui che è Figlio diventa servo e noi siamo chiamati a essere servi, per diventare figli; questo è l'unico modo per creare una storia diversa, che umanizza, che libera. Gesù crea un legame molto forte tra fede e servizio. Credere è mettersi al servizio di Dio e degli altri, altrimenti la fede è vuota. Gesù si è presentato come il semplice servitore della parabola, chiamato a lavorare nelle opere del Padre, allora, credere è trarre da Dio la forza necessaria per servire, per sostenere, per alleviare, per ascoltare e aprire le porte alla carità. Non si tratta di essere utili o meno, ma di non aver paura di intraprendere compiti sconosciuti o che appaiono ben al di sopra delle nostre forze. Ci viene chiesto di agire, dobbiamo rispondere a ciò che ci viene chiesto, pienamente consapevoli dei nostri limiti.
La Pasqua ospita gente così, gente fragile, non persone che non sbagliano mai, ospita discepoli che promettono e non mantengono, che dicono e non ce la fanno e Gesù la rilancia con il suo stile: «Io sto in mezzo a voi come Colui che serve» (Lc 22,27), e lava i piedi ai discepoli (Gv 13,45). Mai nel Vangelo il servizio è detto inutile, anzi, possiamo dire che servizio è il nome nuovo della civiltà. Servi inutili non perché non servono a niente, ma, secondo la radice della parola: servi che non cercano il proprio utile, non avanzano rivendicazioni o pretese perché la loro gioia è servire la vita. Star dentro così nella vita di Chiesa, nella vita di comunità cristiana, star dentro così nella vita di famiglia, in un cammino di gruppo, è questo ciò di cui abbiamo più bisogno. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare», riconosciamo che sono parole che costano fatica a pronunciarle, ma le vogliamo viverle per essere i discepoli del Vangelo accolti nella tua Pasqua Signore.

Gli orari delle messe nel fine settimana

Sabato
ore 18.00

Domenica
Ore 9.00 - 11.00 - 18.00

Scarica il foglietto per seguire le letture e i canti - 18 ottobre 2020

Se non te la senti ancora di partecipare di persona, trasmetteremo sul canale YouTube "DistantiMaUniti Sempre" una delle messe del fine settimana. Generalmente sarà la domenica mattina alle ore 11.00
Se già ricevi le notizie e comunicazioni della nostra parrocchia su whatsapp, riceverai il link qualche minuto prima dell'inizio della celebrazione, se ancora non le ricevi segui queste istruzioni per riceverle:
http://www.parrocchiapoasco.it/new/index.php/52-contatti-e-social/89-whatsapp

Ci sarà inoltre la possibilità di vedere in TV sul canale 195 la S.messa in diretta dal Duomo alle ore 9.30.

Le celebrazioni si svolgeranno all'aperto nel cortile dell'oratorio se il tempo lo permette. In caso di maltempo la messa si svolgerà in chiesa.

Il cortile dell’oratorio può contenere 120 persone mentre la chiesa circa 50 persone.

Si deve arrivare per tempo per permettere le procedure d’ingresso: controllo temperatura, igienizzazione delle mani e domande dei volontari. 🕰

Una volta che i posti sono esauriti o che la messa è iniziata non si potrà accedere al cortile dell’oratorio o alla chiesa: evitiamo polemiche inutili per favore...questa in realtà dovrebbe anche essere una norma di buona educazione a prescindere dall’emergenza attuale😊

Per assistere alla messa all'aperto, portate un copricapo se c’è il sole. “Il sole picchia” ☀️

Armatevi di pazienza😊

Grazie🌻

norme

Messaggio del Vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della Fede, don Mario Antonelli, indirizzato ai responsabili delle Comunità pastorali, ai parroci, al clero, ai Superiori locali, ai Consigli pastorali e alle Diaconie

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