Dedicazione del Duomo di Milano - Anno A
Ap 1, 10; 21, 2-5; Sal 86; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17
C’è un orizzonte bello e vero che aiuta ad accogliere la ricchezza che si celebra in questa solennità, un invito ripetuto che chiama ad essere chiesa, popolo di Dio nel suo nome. Allora, il gesto di varcare la soglia per entrare in chiesa, che per sé è un gesto semplice, diventa importante perché non dice soltanto l'entrare in un luogo, ma esprime il desiderio di aderire a quell’invito che si trasforma in un incontro e che farà di quel luogo casa, ma non una casa generica, bensì casa come solo Dio la può promettere ai suoi figli, luogo in cui Dio stesso dimora tra di loro. La pagina luminosa e breve dell’Apocalisse dice proprio questo, dice che in quella casa - qui raffigurata dalla città santa la Gerusalemme nuova - c’è Lui: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro». Addirittura, Giovanni, usa l’immagine della sposa adorna per il suo sposo a sottolineare l’intimità del rapporto che il Signore stesso vuole avere con questo popolo chiamato a raccogliersi e l’abitare del Signore condurrà verso la pace e la serenità; è davvero parola di consolazione, la promessa di essere condotti oltre le fatiche, oltre le prove anche se il male e le difficoltà rimangono ancora presenti: «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte, né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».
Ed è bella la continuità che il testo di Paolo ha con questa visione dell’Apocalisse. Egli procede per immagini e lo fa con efficacia. Tutti abbiamo presente che l’argomento delle fondamenta è questione seria, conosciamo quanto siano importanti per la casa; esse le danno stabilità e se sono solide perché ancorate sul Fondamento che è la Roccia (Dt 32,4), la casa regge, ma se sono gettate su terreno che si sfalda, si è costantemente a rischio. Dice Paolo: «Il Signore conosce quelli che sono suoi»; il Fondamento che è Gesù Cristo, ci fa sentire suoi, appartenenti a Lui come qualcosa di assolutamente caro, di insuperabilmente caro. È affermazione che aiuta ad essere in cammino nella storia, ognuno con la propria capacità di accoglienza, con il proprio apporto di dedizione, di sorriso, con la propria voglia di vivere il Vangelo. Questa è la forza del sogno di Dio, il segno di una appartenenza che sfocia in un legame stretto e insieme, spazio e luogo in cui la vita si rinnova, rinasce, riparte; relazione che permette di ripartire, di riprendere slancio e a farlo con la continuità di chi riconosce il dono davvero grande di avere il Signore che «conosce quelli che sono suoi».
Dono che Gesù stesso difende. Nel Vangelo è descritto come Gesù, dopo essere entrato nella città di Gerusalemme, intenda custodire la bellezza del legame profondo tra Dio e il suo popolo costituito dal Tempio. Con un forte gesto di disapprovazione, Gesù entra nel Tempio e scaccia coloro che ne fanno uno spazio di commercio per vendere e per guadagnare: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”». Il testo presenta una contrapposizione fortissima: le bancarelle sono il segno dei nostri egoismi che devono essere rimossi dal nostro cuore, anzi, il Signore è qui per darci una mano a fare proprio questo. Subito dopo, infatti, senza che Gesù dica nulla, entrano i poveri, gli zoppi, i ciechi, gli storpi e vengono guariti. È linguaggio che dice molto alla storia che stiamo attraversando, alle attese, ai problemi, alle sofferenze, alle tante forme del nostro bussare per essere accolti e del nostro aprire per accogliere. L’edificio chiesa, luogo della grazia, luogo dell’ascolto, luogo della supplica, luogo della lode, luogo del pentimento, luogo nel quale ci sposiamo e nel quale portiamo i nostri morti per l’ultimo saluto, può diventare oggi, come ai tempi di Gesù, solo tempio di pietra.
Il contrasto tra lo sterile commercio di animali per il sacrificio e il dono della guarigione portato da Gesù, è forte! Il suo gesto ci dice tutto di quella casa: chi specula è fuori, mentre chi accoglie e condivide è parte viva di questa casa. Non sono cacciati i ciechi e gli storpi, i poveri non inquinano il Tempio, sono di casa per Dio, sono coloro a cui Dio dedica il cuore. Il Tempio di Dio è primariamente luogo di comunione, luogo di fraternità, luogo in cui si cresce nella reciproca accoglienza degli uni gli altri. Davvero l’azione egoista e individualista rappresentata dai cambiamonete e i venditori di colombe non trova accoglienza nel cuore di Dio, quei poveri rappresentati dal Vangelo, coloro che hanno lo spirito del mendicare l’aiuto e l’affetto perché in difficoltà, quelli non disturbano Dio. Non un Dio diffidente, ma è Dio che vuole consegnarsi a coloro che lo cercano. Siamo spronati a comprendere sempre di più che il vero Tempio è il Gesù Cristo morto e risorto, e ogni nostro atto di culto diventa realmente fecondo se il nostro cuore accompagna gli sfortunati. Non possiamo andare a quel Tempio per fare mercato con Dio perché non siamo in grado di pagare il suo perdono. Tutto quanto noi riceviamo è veramente il sovrumano dono di grazia e noi a nostra volta, come preghiamo nel Padre nostro, dobbiamo donare agli uomini ciò che noi chiediamo al Padre: l’essere amati. La misericordia vale molto di più del dare e avere rappresentato dai tavoli dei cambiamonete o le sedie dei venditori di colombe.
Per questo se quella Gerusalemme come ci dice il Vangelo era in agitazione, quella descritta dal salmo non lo è. La liturgia lasciando intravvedere la bontà insuperabile del Signore, ci fa pregare con il salmo: «Il Signore registrerà nel libro dei popoli: «Là costui è nato». Un futuro che può apparire sogno, ma che in realtà svela il segreto del cuore di Dio: tutta l’umanità è chiamata a fare sua la prospettiva finale del salmo che ci ricorda il senso della nostra vita. Quando meno lo aspetti c’è una evoluzione: Nel libro della vita (Ap 3,5), in questo libro non saranno inscritti solo i pii israeliti bensì tutti i popoli che aprendosi alla fede ricevono dalla morte e risurrezione di Gesù Cristo, lo status di figli. E questo è straordinario perché è Lui che è straordinario, è il Signore! «Di te si dicono cose gloriose, città di Dio!», la casa che il Signore prepara per noi allora, va davvero al di là delle nostre attese.
