I Domenica dopo la Dedicazione - anno A
At 10,34-48a; Sal 95; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a
Un fatto e i suoi effetti. Il fatto è la morte e la risurrezione di Gesù che rimane ai più ancora misteriosa. Gli effetti sono la predicazione degli Apostoli nel nome di Gesù che crea la conversione e il perdono dei peccati. «Di questo voi siete testimoni»; gli Apostoli sono i testimoni diretti della vita terrena di Gesù, con Lui avevano condiviso notti, giorni, parole, miracoli, promesse. Sono testimoni di questi fatti nuovi, ma lo saranno di più nei loro effetti. Allora è bello che i testi odierni aiutino anche noi oggi a fare spazio all’annuncio per eccellenza per poi farlo diventare mandato da vivere, mandato da testimoniare. Un lasciare le nostre idee, i nostri progetti, anche i più spirituali, i più belli ai nostri occhi, per entrare nel piano di Dio che è piano per noi, ma anche per gli altri, per la Sua Chiesa.
Constatare ciò che avviene e riconoscere che quello che avviene è sorprendente libertà di Dio: Pietro è davvero così. Egli è un uomo onesto, sta riconoscendo quello che per lui era totalmente inaspettato. Sta vedendo che uomini e donne ritenute pagani, in tutta libertà desiderano l’ascolto del Vangelo e vede il Signore mostrare e dedicare attenzione a tutti. Pietro manifesta l'animo più vero del discepolo che sa di non avere in tasca un progetto già pronto e confezionato, un discepolo che non sa già a priori cosa dire, cosa fare, dove andare; un discepolo che si affida e si lascia guidare dal Signore che ci parla all’interno della nostra storia che è il cammino concreto di uomini e di donne in situazioni umane e spirituali più diverse. Questo è il percorso di chi, nel cammino della fede – e Pietro in questo cammino c’è dentro e fino in fondo – si sente condotto da un Altro. Non siamo noi infatti i protagonisti di un cammino della fede, è il Signore e questo fa aprire cuore per la testimonianza che possa diventare limpida, autenticamente limpida. E Pietro, annotando «a qualunque nazione appartenga», fa riferimento alla varietà di culture, di lingue di provenienze, di etnie allora presenti; penso però che potremmo aggiungere a quelle diversità, anche condizioni che ritroviamo ancora presenti come quelle della povertà, del dolore, ma anche della speranza. Persone che hanno la sensazione di avere sciupato la vita perché hanno fallito le occasioni decisive, ma che si riaffacciano chiedendo di rimettersi in ricerca.
Anche nelle situazioni esistenziali che si penserebbero inquinate, compromesse, pasticciate, ad un certo momento deve emergere un guizzo di libertà che faccia dire “Il Signore sta guardando anche a me e mi fa comprendere che ho ancora una mia dignità”. E allora lo cerco, allora busso, allora chiedo di aiutarmi. Anche noi dobbiamo riuscire ad alzare lo sguardo e lasciare che ci parlino situazioni così, e questo rende aperto il cuore. Dunque, persone ospitali perché anche coloro che chiedono, possano toccare con mano che Dio fa così e ciò genera stupore che fa dire: «sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone». È frase grandiosa, è forse l’espressione di fede tra le più belle e limpide che dice un’apertura sconfinata di orizzonte, fa constatare che tutto questo non lo si è imparato dai libri e per questo non ci si sente obbligati a dirlo. È situazione che si sperimenta personalmente, e se guardiamo bene lo svolgersi della nostra storia, con tutta onestà questo lo possiamo dire anche noi come ha fatto Paolo indirizzando ai Corinzi un testo pieno di passaggi molto personali.
Paolo riflette su quello che è accaduto a lui e presenta da subito la tesi di fondo che lo ha portato a farsi araldo del Vangelo ai pagani: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio». Paolo dice molto chiaramente che il vangelo è dono per tutti pensando a quello che è capitato a lui. Dirà infatti che lui stesso era uno lontano, era uno contro che si era fatto una questione di onore nel perseguitare violentemente la setta di cristiani, ma ora si ritrova ad essere un annunciatore. Il Signore ha proprio preso lui che si ritiene il segno della stoltezza: il Signore Gesù Cristo si è fidato anche di Paolo che era totalmente alternativo a Lui. Davvero allora il Vangelo è Parola libera che non si lascia sequestrare da pochi e basta; se si è fidato di me chiedendomi addirittura di divenirne un testimone, sembra dire Paolo, allora questo è proprio un dono aperto a chiunque.
Ecco dove arriva Paolo e dove Paolo ci vuole portare: capire la bellezza del Vangelo pur riconoscendo la nostra povertà; ci si accorge cosa voglia dire la libertà con cui il Signore ha seminato il Vangelo nel nostro cuore. Il segno del Vangelo passa attraverso la nostra vita fragile e la nostra testimonianza incerta, però passa attraverso di noi. Il Cristo crocifisso è il segno della Sapienza di Dio che attraverso l’amore, attraverso la vita donata, riscatta dalle schiavitù più diffuse.
E il Vangelo narra proprio l’ultimo scorcio della vita terrena di Gesù. Il dono che ci fa è la frase che sta proprio al centro del brano «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». Questo è davvero il percorso che consente di giungere all’intimità del Vangelo riconoscendo poi la disponibilità a servirlo. L’ascolto della Parola, o meglio, l’ascolto orante della Parola, adagio, adagio conduce ad una famigliarità con il Signore ed il suo sorprendente Vangelo, perché ci fa sentire segnati da quella parola che si sceglie di ascoltare e poi ospitare sulla quale riflettere e pregare. Adagio adagio, cambia lo stile, cambiano i linguaggi, le prospettive; sono rese più belle e non ci fanno amare di meno la vita, anzi, ce la fanno amare fino in fondo, facendoci intravvedere traguardi diversi. Gesù ci ama così: ci accompagna e poi ci cede il passo, e la presenza dello Spirito Santo spinge a camminare. È la forza dello Spirito del Risorto che viene dall’alto, ma passa attraverso la nostra umanità e questa è proprio la regola dell’Incarnazione. E se ci sembra che la disperazione ci attenda per farci soccombere, chiediamo a Cristo di "stare con noi" come fecero i discepoli di Emmaus. Egli ci farà capire che anche se non risponde "magicamente" alle nostre richieste, Lui è lì con noi, dandoci la forza e la grazia di affrontare le difficoltà nella fede e nella speranza e di condividere l'amore.
