II Domenica dopo la Dedicazione – Anno A
Is 45,20-23; Sal 21; Fil 3,13b-4,1; Mt 13,47-52

Sentirsi chiamati; ha un sapore d’invito l’inizio del testo del profeta Isaia «Così dice il Signore Dio: «Radunatevi e venite, avvicinatevi tutti insieme, superstiti delle nazioni»! È un popolo disperso e smarrito che ha perso i suoi elementi unificanti; ha perso la patria, il Tempio, la tradizione che sono i riferimenti di vita, ma la parola del profeta dice: “tornate voi tutti che siete i dispersi; e addirittura aggiunge, “voi tutti confini della terra”. Non solo per coloro che sono stati deportati in esilio è rivolta questa parola, ma è anche per coloro che vivono le fatiche e che si sentono distanti come lo sono i confini della terra. È una Parola che chiama e attraversa il vissuto delle persone perché c’è un Dio che attende. È invito al cuore di ogni singola persona, a qualunque provenienza appartenga per storia o vocazione, a vivere una esperienza reale che colori la vita, perché la salvezza è dono da desiderare. È il volgere lo sguardo al Signore con la convinzione che il Signore stia pensando anche a me che vivo tra incertezze e fatiche, battute d'arresto e rilanci.
Paolo poi ci aiuta a considerare quali siano gli atteggiamenti più veri per un cammino così: «Fratelli, so soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù». Paolo è uomo ormai proteso verso il futuro, ha lasciato il suo passato anche se lo porta dentro e gli appesantisce le spalle, ma avverte che questo futuro è incontro con il Signore, e allora non può permettere che il suo passo si appesantisca. È persona che si è messa in cammino, non vive di nostalgie, non richiama i ricordi immagazzinati, ma ha dentro il desiderio fortissimo di futuro nuovo che solo l’incontro con il Signore sa dare. Avvertiamo bene il tono accorato: «Vi parlo con le lacrime agli occhi», Paolo si sente totalmente solidale con questa piccola comunità in cammino e vuole sostenere la speranza aiutandola nel suo cammino di fede con parole vere che danno speranza con questa comunicazione di grande intensità.


Ma tutto questo – ci dice Paolo con realismo – incontrerà sempre momenti faticosi e di lotta, pieni di tanti abbagli, seduzioni che conquistano al momento, ma che poi si rivelano totalmente prive di doni duraturi. Paolo ha accenni estremamente significativi: «Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra». Come a dire, non rialzano lo sguardo, non stanno aspettando qualcuno, sono totalmente sequestrati dalle cose della terra, per questo il passo si appesantisce e si estingue il desiderio vero, si crede che bastino solo le cose che incontrano che però non danno pienamente il senso della vita. Paolo invita a non vivere così, e chiede che ci aiutiamo gli uni gli altri a non vivere così perché dice con quella impennata splendida nella parte finale: «La nostra cittadinanza, infatti, è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Questa è la chiave: la nostra cittadinanza non è in questa vita, la nostra vera appartenenza è con il Signore risorto che trasfigura tutto. È l’introduzione del tema della fine. Non è un Paolo al tramonto colui che scrive la Lettera ai Filippesi, è sì in prigione a Efeso, ma è nel pieno dell’avventura di testimonianza missionaria, tuttavia avverte che per avere la forza di percorrere bene l’intero cammino della fede, si deve avere chiaro cosa è posto al termine.
Tante volte lo sguardo alla fine è temuto, è censurato, è nascosto in tutte le forme possibili, ma lo sguardo alla fine che ci attende non è pensiero triste nella logica di Paolo. È per lui un riferimento luminoso che dice il coraggio di affrontare la vita, perché la cittadinanza che ci attende è quella. Parole di fede fortissime, parole luminose che davvero sorreggono nella vita perché il desiderio dell’incontro con il Signore, attraversa i nostri giorni e realizza la nostra vita, dà forma al nostro cammino di fede.
Anche l’immagine della rete che raccoglie una grande quantità di pesci richiama con decisione il tema della fine quando appunto la vita di ognuno si evidenzierà per quello che è, ricca di doni o solo appesantita di cose. Come la rete è formata dall’intrecciarsi di tanti fili, così è proprio l'intrecciarsi del tempo che nel suo succedersi, raccoglie ogni nostra risposta agli inviti fatti dal Signore. A ben guadare, la rete del Vangelo viene gettata nel mare di questo mondo pieno di pesci buoni o cattivi che per tutto il tempo della storia coabiteranno insieme ognuno con la propria risposta, qualunque sia stato il nostro cammino, la nostra corsa, il nostro affanno nella vita. Il Regno dei cieli è una realtà che attira l'uomo, ma ha bisogno di essere cercata: è sempre presente attorno all'uomo come la rete per i pesci, ma non è immediatamente individuabile. Il Padre vorrebbe raccogliere tutti nel suo amore, nella salvezza di questo amore per questo non siamo divisi, separati, posti lontano gli uni dagli altri, ma c’è una fine e nessuno di noi – per quanto si sforzi - è in grado di soppesare il cuore del fratello. Solo gli angeli di Dio, alla fine dei tempi, opereranno la cernita. Non è lo scendere di un pensiero triste, è semmai invito a riconoscere che soltanto una vita percorsa autenticamente come risposta positiva a questa chiamata, ci introdurrà a qualcosa che ci porterà oltre il confine, ci porterà nella pienezza della vita.
La misura della misericordia divina che è la Pasqua di Gesù, può essere solo il mistero del giudizio divino nella potenza dell’amore di Cristo e della sua Croce. Il modo nel quale il Signore trasforma la storia è questo. Se già eliminasse il male qui e ora, se con la sua rete volesse prendere solo i pesci buoni, davvero nessuno di noi si salverebbe. Se l'abbraccio del Crocifisso avvolgesse solo i giusti, saremmo tutti fuori perché il male è nel cuore di ognuno di noi. Il Signore sceglie di prendere il male su di sé lasciandosi crocefiggere; non elimina il male, la sofferenza che ciascuno di noi quotidianamente subisce e quotidianamente - a volte anche involontariamente - infligge: perché il suo modo di vincere il male non è di farlo scomparire magicamente, ma di trasformarlo con la potenza del suo amore, della sua mitezza, della sua pazienza e del suo perdono. Solo facendo così si rende vero tutta la “Prima Alleanza” che con la Legge e la Profezia, si fa adempimento nel Vangelo di Gesù portato all’intera umanità sino ai confini della terra: «per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Viviamo tutti situazioni diverse nei cammini della fede anche per stagioni di vita vissuti che magari non sempre sono state lineari, ci è però permesso credere fermamente che tutti noi siamo interlocutori di questo invito, perché il Signore sta pensando anche a ognuno di noi. C’è un me che fa capolino in questo invito, ce lo dice la parola del Signore mettendoci nel nostro cuore queste intuizioni sapienti, che ci danno il coraggio di guardare alla nostra vera cittadinanza. «Loderanno il Signore quelli che lo cercano», è fiducia incrollabile in questa appartenenza.

Celebrazioni nel fine settimana

Sabato

17.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

11.00: Santa Messa (streaming)
17.00: Santa Messa vespertina

Le celebrazione feriali ripendono come di consueto al lunedì e venerdì ore 18 e martedì, mercoledì e giovedì ore 8.30.

Modalità di svolgimento delle celebrazioni

Se puoi metti ... Se non puoi prendi ...

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"Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me."

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