II Domenica D’Avvento – Anno B - «I figli del Regno»
Is 51,7-12a; Sal 47; Rm 15,15-21; Mt 3,1-12

Gli avvenimenti descritti nel Vangelo sono in sé assolutamente marginali se paragonati alla grande storia fatta di altre narrazioni quali ad esempio le imprese militari per occupare altre nazioni. Il Vangelo ci parla di una ferialità che è dentro lo scorrere povero della vita di molti, di semplici, di piccoli, di poveri che abitano quei territori. Ma l’Avvento non è mai cosa anonima, porta davvero il sigillo di chi lo vuole percorrere mettendoci il suo volto, la sua vita, la sua storia, le sue attese, le sue fragilità, le sue speranze, per questo il vangelo ci presenta la persona di Giovanni il Battista. La sua è figura che si impone a tal punto che lo incontreremo spesso in queste domeniche di Avvento. Davvero interessante l’inizio del Vangelo: «In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Nonostante sia mostrata la ferialità questa è parola che, pur accadendo in un contesto assolutamente povero e del tutto secondario, trova comunque e incessantemente una fioritura straordinaria. In questo luogo circoscritto, poverissimo, marginale, venne Giovanni Battista dicendoci: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». È invito a purificare la vita e convertire il cuore perché ci dice che è vicino il dono di Colui che è grazia somma, la novità vera ed unica che ha in sé una profonda e insuperabile bellezza che da sola invita a non rimandare o ritardare il passo.
Convertitevi; molto spesso il termine conversione viene semplicemente letto come ripresa della propria vita sotto il profilo del comportamento ed è giusto che sia così, ma c’è un di più. Non è solo questione di forza dell’agire e non è soltanto una decisione per migliorarsi nel proprio atteggiamento, qui è questione di direzione, di senso della vita, è questione di dare completezza e compiutezza al perché della nostra storia. I “frutti degni” sono le opere concrete che esprimono un nuovo indirizzo della nostra vita; se ci accorgiamo che in noi ci sono cose che appesantiscono il nostro camino, convertirsi vuol dire andare verso Colui che è la meta per attingere forza da Lui. Incontrando Lui, se abbiamo qualcosa contro qualcuno, se abbiamo dentro di noi anche solo un livore, se ci accorgiamo che potevamo fare qualcosa di buono e non l’abbiamo fatto, possiamo finalmente cambiare. Il rischio vero che corriamo anche adesso è quello che il Signore ci passi accanto, e noi occupati dalle nostre faccende quotidiane, non lo riconosciamo.


E c’è un altro aspetto che non appare immediato nel testo, ma che merita di essere detto perché è singolare: un profeta di sua natura va a portare il suo annuncio là dove la gente c’è, vi abita, vive. Ma l’inizio del Vangelo ci dice «Venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea»; il deserto è lo spazio che evoca l’inizio, evoca l’Esodo, evoca il momento in cui si prende la decisione di mettersi in cammino riconoscendo la bontà del Signore che libera perché ascolta il grido di dolore del suo popolo. Nel cammino della fede il deserto è parola magica nel senso più bello del termine, muove il cuore e fa dire: qui il Signore si è rivelato in tutta la sua bontà profonda ed inimmaginabile. Sembra che l’evangelista ci voglia dire “è da qui che si parte, è da qui che devi partire anche tu”. Giovanni Battista è uomo così, va al dunque subito, non si perde per via, è uomo che viene dal deserto ed è essenziale nella sua concretezza: «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò, ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco!».
Qui l’annuncio di Giovanni che dichiara incombente un severo giudizio, fa appello all’impegno della volontà dell’uomo. Di fatto però egli vedrà Gesù mettersi in fila con i peccatori per farsi battezzare e il giudizio vero non ricadrà più su coloro ritenuti colpevoli, ma sull’Innocente: la morte simboleggiata nel passaggio dell’acqua (che richiama fortemente l’Esodo), diverrà terribile realtà su quel colle fuori le mura di Gerusalemme. La scelta di Gesù è quella di attirarci non con la minaccia, ma con la sua povertà, con la sua umile presenza che non respinge nessuno, ma che incoraggia perché, prima della richiesta di sequela, si fa dono.
E se ci pensiamo bene, già la parola del profeta Isaia anticipa tutto questo. È un popolo in esilio quello che ascolta la parola accorata e sincera di un Dio che mostra intimità e famigliarità. È davvero pagina carica di consolazione, di incoraggiamento: «Ritorneranno i riscattati dal Signore [...] Io, io sono il vostro consolatore». Il Signore Dio si definisce proprio così: il Consolatore. Parola incontenibile che ha in sé un invito alla speranza gioiosa nel Dio che è conosciuto nel suo soccorrere. Ma il testo del profeta non è qualcosa che ci porta fuori dal mondo quasi in un luogo di sogno, no! Sono parole che hanno in sé accenti che rimandano alla storia anche sofferta, alla nostra storia che in queste settimane riconosce fatiche non piccole. Nel tragitto compreso tra un esordio incoraggiante: «Ritorneranno i riscattati dal Signore» e un finale che vede regalarci il volto del Consolatore come il volto vero di Dio, c’è il travaglio della storia, c’è la fatica del cammino, c’è l’incepparsi del passo, c’è l’insidia che viene dall’esterno, ci sono le prove e le cadute, le angosce ed i travagli.
Noi giungiamo così all’ascolto della parola del Signore; il cammino d’Avvento non protegge dal rischio possibile di momenti difficili che possono avvenire in noi o a persone a cui vogliamo bene e a cui siamo legati. C’è il realismo dello sguardo sulla concreta e faticosa avventura della vita, ma è vita illuminata da Dio che ci invita ad avere fiducia: «Io, io sono il vostro Consolatore» e le consolazioni di Dio superano sempre le aspettative che la nostra povera fede ci fa intravedere. Si intuisce che i confini cominciano ad essere valicati; se il Signore si rivela come nostro Consolatore, chi allora non avverte di essere debitore di consolazione e chi è può sentirsi tagliato fuori da una prospettiva così? Tutti abbiamo bisogno di sperimentare la presenza di Colui che accoglie, consola, sostiene.
La parola di Dio ha una apertura davvero nuova, chiama in causa e fa appassionare per il mondo, il testo di Paolo è così; è un testo che mostra come Paolo sia contento di essere testimone, l’annunciatore del Vangelo del Signore e come abbia a cuore che tutti possano ascoltare il suo annuncio: «Coloro ai quali non era stato annunciato, lo vedranno, e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno». Sembra proprio che adesso sia spiegato meglio il titolo di questa domenica: “I figli del regno”. Sono tutti, non è il club degli eletti che hanno un loro pass speciale; i figli di Dio sono i figli del regno e il regno è dono e grazia che ha una illimitata apertura, è destinato davvero a tutti. Sono solo poche pennellate che però invitano a riprendere in settimana la parola data e ascoltata; ognuno di noi riuscirà a trovare sottolineature diverse che facciano risaltare bellezze nuove e che dicono anche l’attesa che il Signore ha nei nostri confronti.

Celebrazioni nel fine settimana

Sabato

17.00: Santa Messa Vigliliare

Domenica

11.00: Santa Messa (streaming)
17.00: Santa Messa vespertina

Le celebrazione feriali ripendono come di consueto al lunedì e venerdì ore 18 e martedì, mercoledì e giovedì ore 8.30.

Modalità di svolgimento delle celebrazioni

Se puoi metti ... Se non puoi prendi ...

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