III Domenica di Avvento – Anno B – «Le profezie adempiute»
Is 51, 1-6; Sal 45 (46); 2 Cor 2, 14-16a; Gv 5, 33-39
È ricca la terza tappa del cammino d’Avvento: messaggi, consegne, inviti, denuncia di situazioni di lontananza da Dio, e scorgiamo anche la presenza immagini che vogliono condurci al centro dell'annuncio che la Parola ci propone. Ad un popolo che è nel cammino faticoso di un esilio e che sta vivendo la forte precarietà di vita con un senso di disfatta per l’incapacità di vivere all’altezza della chiamata del Signore, Isaia indirizza questa parola: «La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza». In genere, quando noi speriamo, speriamo in cose concrete, in risultati che vorremmo realizzati e magari presto; il Signore però ci vuole aiutare educandoci a sperare oltre le cose immediate e concrete, ci invita a guardare da dove siamo partiti per avere doni ancora più grandi: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» e poi ancora: «Guardate ad Abramo vostro padre: io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai». È come se volesse dire oggi a tutti noi “Io vi ho generato e se la vostra vita rimane dentro quella fede, avrete la solidità di una roccia”; e per dire come ciò sia vero, chiama come testimoni due persone che hanno cominciato il cammino di fede di tutto il popolo di Israele: Abramo e Sara. Sono persone semplici che non si impongono per la loro potenza o per il loro prestigio; sono figure umili, che raccolgono una promessa di compimento che appare loro davvero sproporzionato soprattutto per la mancanza di una discendenza. Abramo è cresciuto su questo sentiero così difficile e disadorno, è cresciuto ponendo domande che poi hanno reso la sua fede incrollabile. Il compimento del disegno di Dio «La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza» è messo nelle mani di gente povera, senza numeri, ma che hanno la capacità di consegnarsi al Signore che tutto opera. Questa è la logica di Dio che sempre ci sorprende: «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»; e sono parole che fanno trovare casa al cuore di ognuno di noi. Se dunque anche noi conosciamo chi ci ha invitati a percorrere questo cammino, allora il nostro sarà un procedere con fiducia anche quando la strada si fa in salita e le difficoltà si moltiplicano, perché sappiamo che anche per noi c’è un compimento.
E la pagina davvero difficile del Vangelo, presenta ancora il termine di testimonianza. Qui però l’espressione è usata come momento di discussione, di ragionamento che non potrà mai appagare chi ha già deciso di rimanere con il cuore chiuso, che presumendo di conoscere già bene Dio, non sentono la necessità di alimentarsi a quella testimonianza, perdendo l’opportunità di accedere alla verità su Gesù. È uno di quei momenti in cui il Signore, nel dialogo con la gente che lo accosta e lo attornia, soprattutto con gli scribi e farisei (il capitolo si apre con il miracolo della guarigione del paralitico alla piscina di Betzatà operato da Gesù nel giorno di sabato), fa emergere tutta l'urgenza del riconoscimento di ciò che Dio sta compiendo in modo definitivo: l’antica promessa dell’Alleanza eterna si fa compimento nella persona di Gesù Cristo. Per questo si avverte la necessità di aprirsi a Lui, alla sua Parola e accoglierlo come Signore e Maestro che apre al futuro. Giovanni Battista ha avuto questo atteggiamento. È infatti pulita e limpida la testimonianza data da Gesù a Giovanni Battista: «Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce». È riconoscere Giovanni Battista come un grande dono di testimonianza che come lampada ha potuto risplendere mostrando a tutti Gesù via e direzione, e solo chi aveva già imprigionato il proprio futuro, non lo ha voluto accogliere.
«Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me», possono leggere e conoscere a memoria le scritture, ma le conoscono in modo sbagliato perché non colgono il tratto fondamentale di Dio: il suo interesse e il suo amore per l'umanità. E non conoscendo il volto di Dio come Padre, cioè come Colui che dona la vita, sono ostili a Gesù e non vedono la necessità del cambiamento. Ma il compimento di quell’attesa è ormai presente; adesso Gesù parla di sé, domanda il coraggio di una fede che lo accolga come testimonianza definitiva del Padre. E allora a fronte di una testimonianza così sembra volerci dire il Vangelo oggi, occorre rompere gli indugi e non attendere oltre ad aprire il cuore e dare ospitalità sincera e grata al Signore. Siamo invitati ad assumere come riferimento per la nostra vita, il Figlio di Dio che si fa uomo per noi, per essere anche noi come lampada che arde e risplende.
Anche Paolo nel suo brevissimo testo usa una immagine che è bello raccogliere: «Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo». L’immagine è forte e bella allo stesso tempo. Paolo rivela la consapevolezza che il dono che Dio ci ha fatto attraverso la presenza, il volto, la parola di Gesù di Nazareth, è un dono inestimabile come valore. La promessa si è compiuta a tal punto che ormai la presenza del Signore tra noi, ci regala addirittura la possibilità di diventare noi stessi profumo di Cristo. Il profumo non è appariscente, il profumo si fa sentire non si fa vedere. Il profumo di Cristo è mitezza, è bontà d’animo, è fedeltà, è gioia gratuita, è disponibilità accogliente, è condivisione sincera, è presa a carico di. La nostra possibilità di fare riferimento a Lui ci vivere l’impegno di esserci come profumo di Vangelo. Paolo ci augura di essere così nel diventare discepoli di Cristo: uomini e donne che sono questo profumo proprio perché testimoni. E non dobbiamo lasciarci piegare dalle difficoltà, dalle delusioni che i nostri limiti ci presentano, Gesù ha uno sguardo più positivo di quanto abbiamo noi su noi stessi. Il Signore non diminuisce la ricchezza dei doni che fa e ci chiede di diventare nella nostra vita un segno chiaro di profumo di Cristo per abitare la storia. Scriveva una monaca di clausura: “Noi non siamo più vicine a Dio con buona pace di coloro che lo pensano, né siamo più sante di altri cristiani, vogliamo solo essere creature fino in fondo, persone con il baricentro spostato fuori di noi in Dio, costantemente in bilico sull’abisso della sua misericordia, felici ogni giorno di abbandonarvisi. Facciamo l’esperienza quotidiana di essere cercate prima di cercare, di essere guardate con amore prima di vedere e di contemplare l’Amore”. Allora tocchiamo con mano quanto sia ricco e insieme esigente il cammino di Avvento e vogliamo stare accanto alla luce del Signore non per un momento solo, ma in modo definitivo. I doni di questa terza tappa del cammino di Avvento, ci fanno compiere ancora qualche piccolo passo in più e la cosa bella è che siamo spinti dal desiderio di restare su questo cammino con tutta la libertà del cuore. Non dobbiamo consumare il presente, ma riconoscere che in esso c’è una promessa e se si accende un’attesa interiore, potremo riconoscere Colui che sta per venire.
